La Gran Bretagna del dopo-Jo Cox e la ricostruzione di una nuova cultura civile

Gran Bretagna
EPA/HANNAH MCKAY

Qualsiasi sia il risultato del referendum, il Paese dovrà comunque lavorare molto nei prossimi anni per eliminare tutte le tossine che sono state introdotte nell’arena politica

Il pomeriggio del 15 giugno, la parlamentare laburista Jo Cox era su un gommone in mezzo al Tamigi con suo marito e i suoi due figli: una bandiera bianca con la scritta IN sventolava sull’imbarcazione, mentre a tutta velocità la famiglia Cox raggiungeva la contromanifestazione organizzata da Bob Geldolf in protesta contro la flotta di Nigel Farage, che in quello stesso momento stava manifestando contro la politica europea per la pesca.

Jo Cox era stata per molti anni un’attivista di Oxfam, impegnata nelle attività politiche e nelle campagne dell’organizzazione in difesa dei bambini più svantaggiati in vari paesi del mondo, e si trovava perfettamente a proprio agio nel partecipare a manifestazioni di protesta e nel mettere in scena atti eclatanti per attirare l’attenzione del grande pubblico su questioni ritenute non prioritarie dai più.

La mattina dopo, mentre incontrava i suoi elettori in uno dei meeting regolari che teneva alla biblioteca comunale di Birstall nel West Yorkshire, Jo Cox veniva brutalmente assassinata da un fanatico, che la inseguiva nella piazza e la colpiva ripetutamente con un grosso coltello, dopo averle sparato tre volte al corpo e al viso con una pistola fatta in casa.

Sembra che, mentre metteva in atto il suo folle piano, lo squilibrato abbia gridato due volte “Britain first” (uno slogan tipico di gruppi ultranazionalisti e xenofobi).

Avevo incontrato Jo Cox per la prima volta una decina di anni fa, quando con un gruppo di volontari organizzavamo attività ricreative e di apprendimento per figli di immigrati nel quartiere di Brick Lane: incontrammo Jo, che era a capo della sezione britannica di Oxfam, per vedere se l’organizzazione ci potesse aiutare nella raccolta di un po’ di fondi necessari per espandere il progetto, e, anche se la risposta fu purtroppo negativa, il suo interessamento personale, i suoi consigli, il suo interesse sincero per quello che facevamo fu uno stimolo grandissimo ad andare avanti.

Ci rivedemmo altre volte nei mesi seguenti e un giorno ci raggiunse inaspettatamente nella scuola di Brick Lane dove operavamo per passare alcune ore con noi e per rendersi conto di persona di come il progetto funzionava.

Ci comunicò, in quell’occasione che sarebbe stata promossa a capo delle campagne internazionali di Oxfam e che si sarebbe trasferita a New York.

L’anno scorso, mentre partecipavo ad un incontro a Westminster organizzato dalla parlamentare del collegio limitrofo, inaspettatamente, questa piccola ragazza con un forte accento nordico mi si avvicina e mi chiede se fossi la stessa persona che organizzava le attività di Brick Lane: nonostante i molti anni passati mi aveva riconosciuto e si ricordava ancora di qualcosa che probabilmente era solo una goccia d’acqua nell’oceano delle mille iniziative che deve aver supervisionato quando lavorava per Oxfam.

Quest’episodio dimostra che Jo Cox era una donna che metteva la passione, l’interesse, l’impegno personale in tutte le cose che faceva.

E lo stesso impegno e passione lo ha dimostrato nel suo breve periodo in Parlamento. Jo Cox non era una politica facilmente etichettabile: convinta europeista, attiva sui temi della pace e dei diritti umani, si autodefiniva di sinistra e firmò la candidatura di Jeremy Corbyn, ma solo per permettergli di candidarsi, perché poi sostenne e votò con convinzione la candidata blairiana Liz Kendall. Fece scalpore la sua intervista in cui attaccava il sistema di educazione superiore, lei che a Cambridge aveva studiato, perché chiuso e autoreferenziale, discriminatorio verso chi non appartiene all’élite. Nel voto cruciale sulla guerra in Siria, dove il partito si spaccò, lei fu una dei pochissimi parlamentari che decise di astenersi, perché non riteneva che le informazioni fornite dal premier permettessero di garantire la sicurezza dei civili nelle aree di guerra.

Pur rappresentando un collegio difficile, non ha mai smesso di far sentire la sua voce sulle questioni dei bambini rifugiati, dei profughi, delle morti per parto nei paesi in via di sviluppo.

Ieri il cancelliere George Osborne ha pubblicamente riconosciuto che la decisione di aumentare il numero di bambini siriani accolti in Gran Bretagna è stata presa grazie alla tenacia e determinazione di Jo Cox.

Allo stesso tempo molti tributi vengono espressi oggi da esponenti di tutti gli schieramenti politici, chi mettendo in risalto il legame profondo con il suo collegio elettorale, dove era nata e cresciuta prima di andare all’università a Cambridge, chi il suo impegno per una società globale più giusta, chi il suo amore per i suoi due figli e per suo marito.

Tutti, comunque mettono in risalto che la tragica morte di Jo Cox è avvenuta mentre faceva con dedizione il proprio lavoro, mentre si rendeva disponibile ad ascoltare e discutere i problemi dei suoi elettori.

C’è un altro elemento che in molti comunque mettono in risalto, ed è quello più drammatico ed inquietante: la morte di Jo Cox avviene in un momento in cui il confronto politico è profondamente degenerato, un momento in cui crescono il disprezzo per i politici e la disaffezione verso ogni forma di attività politica, un momento in cui violenza verbale, insulti razzisti, disprezzo per chi ha opinioni diverse sembrano mai essere comunemente accettati nell’agire politico quotidiano.

Per quanto spetterà alla polizia individuare possibili link e legami tra l’assassino di Jo Cox e gruppi organizzati dell’estrema destra (già emergono le prime relazioni con gruppi supremazionisti americani), è comunque innegabile che il clima di avvelenamento civile che ha caratterizzato la campagna referendaria abbia agevolato e reso accettabile agli occhi di una mente malata una recrudescenza violenta.

È di ieri mattina il lancio da parte di Farage di un nuovo poster per gli ultimi giorni della campagna elettorale: si vede una lunga fila di profughi siriani che marciano verso il confine con la Croazia. E poi la scritta “Punto di rottura”, seguita dal solito slogan sul “riprendere il controllo dei nostri confini”.

Un manifesto che ha immediatamente scatenato le reazioni di molti attivisti pro-Ue, dato che il messaggio è particolarmente ingannevole e che collega direttamente due questioni profondamente diverse: la tragedia umanitaria dei profughi siriani e la libertà di movimento dei cittadini europei.

Ma nel clima populistico instaurato dai Brexiters questa divisione diventa esiziale, come diventa insignificante qualsiasi distinzione si cerchi di fare fra immigrati e criminali, fra persone che vengono in Gran Bretagna per lavorare e l’immagine diffusa ormai comunemente dai tabloid di persone unicamente interessate ai sussidi di disoccupazione.

Jo Cox era una di coloro che non si erano rassegnati a questo degrado, una che si alzava in Parlamento e invitava i colleghi a pensare ai propri figli rinchiusi in un campo di accoglienza all’estero, senza contatti con i genitori, una persona che si opponeva con tutte le sue forze alla de-umanizzazione degli immigrati, alla loro generalizzazione, che si batteva contro una cultura della paura e dell’indifferenza.

Nelle scorse ore il marito a rilasciato una dichiarazione in ricordo della moglie in cui invita tutti a contrastare la velenosa cultura dell’odio che ha ucciso Jo Cox.

Non ci sono al momento conferme ufficiali della connessione tra la morte di Jo Cox e il suo impegno politico a favore dell’Unione europea o per i richiedenti asilo (anche se quel grido “Britain first” continua a riecheggiare in sottofondo), ma il suo barbaro omicidio avviene a pochi giorni da quello che è un appuntamento fondamentale per la permanenza del Regno Unito all’interno dell’Unione e quindi, almeno per una questione temporale, la morte di Jo Cox e lo shock che ha creato nel mondo politico inglese non possono essere tenuti separati dal referendum del 23 giugno.

La condanna per la sua morte è totale, ed entrambe le parti hanno deciso di sospendere la campagna ieri e domenica in segno di rispetto, ma al di là degli elementi formali, lo shock di un omicidio politico avvenuto a poche ore dal voto avrà sicuramente conseguenze, probabilmente in favore del rimanere in Europa: non solo perché questa era la posizione di Jo, ma soprattutto perché in momenti tragici prevale la conservazione dello status quo rispetto ai cambi improvvisi, il bisogno di certezze prende il sopravvento, e forse anche un po’ perché vengono attribuite maggiormente alla campagna per la Brexit, e ai toni usati dai suoi leader, la barbarizzazione della politica e la creazione di un terreno fertile in cui un pazzo può costruirsi una pistola e sparare ad una parlamentare.

Qualsiasi sia il risultato del referendum, la Gran Bretagna dovrà comunque lavorare molto nei prossimi anni per eliminare tutte le tossine che sono state introdotte nell’arena politica e ricostruire una nuova cultura civile, basata sul confronto, sul rispetto e sulla tolleranza, dovrà impegnarsi a rivitalizzare quella democrazia di cui va così fiera, quella democrazia che esce tragicamente sfigurata dall’omicidio di Jo Cox.

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