La giustizia italiana

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Il problema principale della giustizia italiana in rapporto alla politica è che i magistrati continuano a indagare (e i giornali ad emettere sentenze di colpevolezza), ma le inchieste non si chiudono più

Per carità, non parliamo di “giustizia ad orologeria”. La magistratura indaga ogni volta che viene a conoscenza di un reato, e non è colpa di un pm se, per una pura coincidenza, un’inchiesta si sovrappone ad una campagna elettorale. Del resto in Italia si vota spesso, quasi ogni anno, e poiché le elezioni non si possono sospendere è statisticamente assai probabile che un’indagine su un politico coincida con un appuntamento elettorale. E in ogni caso, come giustamente ha subito dichiarato Lorenzo Guerini, “piena e totale fiducia nel lavoro dei magistrati, confidando che si faccia chiarezza con la massima rapidità”.

Guerini, oltreché vicesegretario del Pd, è stato anche il predecessore del sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato ieri per una presunta turbativa d’asta nell’assegnazione della gestione delle piscine comunali. “Ho conosciuto in questi anni Uggetti come amministratore competente e accorto e come persona più che corretta e limpida”, ha detto Guerini (che l’ha avuto in giunta due volte come assessore): e, fino a prova contraria e a sentenza definitiva, la parola di Guerini non può essere messa in discussione.

Ma se il vicesegretario del partito del premier auspica che i magistrati lavorino con “la massima rapidità”, non è soltanto perché Uggetti è un amico. Il problema principale della giustizia italiana in rapporto alla politica non è, come ha erroneamente sostenuto Piercamillo Davigo, che “i politici continuano a rubare, ma non si vergognano più”: il problema è che i magistrati continuano a indagare (e i giornali ad emettere sentenze di colpevolezza), ma le inchieste non si chiudono più. Il caso ha voluto che, proprio nel giorno in cui Matteo Renzi invitava i giudici ad esprimersi non con le dichiarazioni di principio ma con le sentenze, il Tribunale di Potenza abbia condannato alcuni imputati in un’inchiesta sul petrolio (non quella che è costata il posto a Federica Guidi). Qualcuno ha colto al volo la coincidenza per burlarsi di Renzi.

Ma quella sentenza conferma meglio di dieci convegni sulla crisi della giustizia le parole del presidente del Consiglio. L’inchiesta era cominciata nel 2008, gli imputati erano 31 (fra cui alcuni amministratori locali) e, dopo otto anni di indagini e a due mesi dalla prescrizione, il Tribunale ha condannato in primo grado 13 imputati mandandone assolti 18. E questa sarebbe la giustizia che aiuta la politica a fare pulizia? Prendiamo un altro esempio: la nuova inchiesta sul petrolio, diventata pubblica il 31 marzo scorso. Dal primo aprile, tutti i giornali l’hanno messa in prima pagina, pubblicando rivelazioni e indiscrezioni, intercettazioni (spesso del tutto ininfluenti ai fini dell’indagine) e retroscena, giorno dopo giorno, fino al 17 aprile.

Quella domenica i principali quotidiani, sempre in prima pagina, annunciavano che era finito sotto inchiesta anche il vicepresidente di Confindustria, Ivanhoe Lo Bello (il Fatto, più fantasioso della concorrenza, titolava invece: “Potenza, nelle telefonate Matteo, Angelino e Lupi”). Da lunedì 18 aprile, però, non è più uscita una sola riga sulla “Trivellopoli” che qualche burattino della Casaleggio Associati srl aveva definito “più grande di Tangentopoli”, e l’inchiesta è tornata nel silenzio assordante in cui giaceva già da un paio d’anni. Che diavolo sarà successo quella domenica 17 aprile? Il governo ha imposto il bavaglio alla Procura di Potenza, i pm sono andati in ferie, c’è stata un’invasione di cavallette, un terremoto, un’inondazione, una retata di magistrati e giornalisti d’assalto? Pare che quel giorno, a parte il referendum sull’energia snobbato dalla stragrande maggioranza degli italiani, non sia successo nulla. Ma questa dev’essere soltanto una coincidenza.

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