La frontiera de l’Unità

Dal giornale
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Lascio la direzione con la soddisfazione di aver contribuito a far tornare al suo posto il pezzo pregiato dell’informazione nazionale. Ringrazio voi lettori e l’editore, buon lavoro e in bocca al lupo al nuovo direttore Sergio Staino, al nuovo condirettore Andrea Romano, a Chicco Testa nuovo presidente del consiglio di amministrazione

Ed eccomi all’ultimo numero che ho ancora l’onore e l’orgoglio di firmare, in una giornata doppiamente triste per la scomparsa di un padre della nostra Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi e per la ricomparsa dei più cupi sentimenti tribali messi in mostra dal solito teppista della parola Matteo Salvini.

Faccio gli auguri di buon lavoro e in bocca al lupo al nuovo direttore Sergio Staino, al nuovo condirettore Andrea Romano, a Chicco Testa che sarà il nuovo presidente del consiglio di amministrazione. Ringrazio voi lettori e ringrazio l’editore, anzi gli editori, per la fiducia dimostrata nei miei confronti: il Partito Democratico con il segretario Matteo Renzi che del ritorno in edicola del nostro giornale ha fatto un punto d’onore, e Massimo Pessina e Guido Stefanelli per la passione che li ha spinti a lanciarsi (e ad investire) in una avventura imprenditoriale per loro inedita.

E un grazie di cuore ai colleghi della redazione, agli amministrativi e ai poligrafici, al vicedirettore Vladimiro Frulletti, al redattore capo Marco Bucciantini e ai tanti collaboratori, a partire da Walter Veltroni che dal primo giorno ha voluto essere uno di noi. Con tutti ho avuto la fortuna e il privilegio di condividere quattordici mesi un po’faticosi ma entusiasmanti, vissuti come una continua corsa ad ostacoli per raggiungere il traguardo che finalmente è alle nostre spalle.

Lascio, infatti, la direzione con la soddisfazione di aver contribuito a far tornare al suo posto il pezzo pregiato dell’informazione nazionale che il 30 giugno del 2015 mancava da duecentosessantacinque giorni e che rappresenta quasi un secolo di storia politica, sociale e culturale del nostro Paese. Tutti insieme, ognuno per la sua parte, abbiamo mantenuto il primo impegno, facendo attraversare a l’Unità la prima frontiera della stabilità dopo due pesanti fallimenti.

Ricordo quando entrammo nella prima delle tre redazioni, in via Catania, dove, dalla mattina alla sera, iniziò una tosta e bella impresa collettiva talmente complicata che sembrava molto più grande di noi. Iniziammo a lavorare quando mancavano solo pochi giorni al ritorno insperato e un po’ rocambolesco in edicola, ed erano già state scompaginate tutte le regole e la tempistica delle canoniche fasi preparatorie di una qualsiasi impresa editoriale. In genere, tra master plan e rodaggio occorrono mesi di lavoro preparatorio e di pianificazione di ogni settore.

Nelle nostre mani, e in quelle degli editori, c’era invece a tre giorni dall’uscita in edicola un numero zero con la gabbia grafica innovativa disegnata da Sergio Juan. Poteva rimanere uno dei tanti “Numero Zero”, come quelli raccontati nel suo ultimo libro da Umberto Eco, un format di quotidiano che nessuno avrebbe mai stampato né letto perché non sarebbe mai uscito. Invece, con quell’animo che Gramsci definiva “partigiano”, e la volontà di farcela, abbiamo restituito la continuità ad una grande storia italiana che è stata al tempo stesso giornalistica, culturale e politica.

In quella prima redazione, abbastanza improvvisata, passammo il primo periodo che per tanti motivi ricorderò per sempre. Poi ci trasferimmo nella seconda redazione di viale Liegi e infine, dallo scorso dicembre, in quella moderna e definitiva di via Barberini. E oggi rappresentiamo un bel caso di ripartenza editoriale credo unico nel mare forza sette e insidioso dell’editoria che non è più quella di una volta. Partimmo, lo ricordo, con tanti affettuosi consigli di esperti del ramo, di amici e colleghi che conosco da sempre a «non perdere tempo di nuovo con l’Unità».

Non è facile per nessuno riaprire un giornale nel tempo della peggiore crisi dei giornali, con le ultime generazioni lontane anni luce dal rapporto con la carta che crea l’oggetto giornale, e con la striscia informativa permanente di tivù, radio e nuovi media globali. In più, noi giocavamo una scommessa nella scommessa con l’inedito addio agli aiuti di Stato all’editoria in nome della buona politica, e dunque senza più la rassicurante coperta di Linus finanziaria, come scelta seria e coerente con il rigore che si sono dati i democratici.

Iniziammo però a navigare contro ogni pessimismo à la pagee tra qualche grettezza jettatoria che ci voleva morti già al secondo giorno («Stampando una notizia in grandi lettere, la gente pensa che sia indiscutibilmente vera», scriveva Jorge Luis Borges). E poco prima della mezzanotte del 29 giugno quando, tra i nostri applausi, l’Unità iniziò ad uscire dalle rotative e fu una bella emozione con l’adrenalina a mille tipica del nostro mestiere. Abbiamo poi sentito il sostegno e l’affetto dei lettori in tante iniziative e nelle Feste che avevano intanto ripreso il brand l’Unità, e ci siamo lanciati nella mischia quotidiana con i populisti, gli sfasciatutto, i no a prescindere, con la nostra soggettività e riconoscibilità.

E qui consentitemi di premere ancora il tasto rewind. Non è stato semplice per gli editori Pessina e Stefanelli e il responsabile economico dei democratici Francesco Bonifazi inoltrarsi con un pool di avvocati, giuristi e consulenti del ramo in una vera giungla giudiziaria e procedurale strapiena di incognite e con varie problematiche irrisolte da anni. Nemmeno immaginavano probabilmente l’estenuante lunghezza dei tempi della giustizia italiana per arrivare alla chiusura di una vicenda giudiziaria parecchio ingarbugliata.

E noi dietro le quinte siamo rimasti tutti appesi alla lunga attesa della definizione del concordato preventivo, poi dell’effettuazione della gara con i termini che via via scivolavano da luglio 2015 al giugno 2016, quando finalmente è potuto avvenire il passaggio alla nuova proprietà. Quel che ho capito meglio in questi mesi, è che questo che avete tra le mani o state leggendo online non è solo un giornale. È una tra le più radicate storie collettive del nostro Paese, è un collante politico e sentimentale formidabile, rappresenta una comunità viva e per tanti è la bussola che orienta nel caos di questi tempi duri e di turbo-demagogia, permette di farsi un’idea della posta in gioco (come quella nel prossimo referendum), è un anticorpo contro la rassegnazione e la nostalgia del peggiore passato che ha visto assassinare più volte la speranza del cambiamento. La scommessa di quattordici mesi fa oggi continua con la nuova direzione e, alla lunga, è vincente.

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