La Francia e noi

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Un sondaggio francese ci narra di un elettorato di sinistra stanco e sfiduciato, rassegnato a non partecipare al voto, anche in presenza della minaccia di un successo della destra estrema

Speriamo che i sondaggi sbaglino. È capitato molte volte, nel tempo recente. Può succedere ancora. È infatti sempre più difficile percepire, anche da parte delle raffinatissime antenne dei rabdomanti dell’opinione pubblica, i repentini e radicali spostamenti degli orientamenti politici ed elettorali dei cittadini moderni. In Francia una estesa indagine sulle previsioni dei comportamenti elettorali dei transalpini alle elezioni regionali di oggi ci consegna un quadro davvero inquietante, se vero. La destra estrema di Marine Le Pen sarebbe il primo partito su scala nazionale, con quasi il trenta per cento del consenso e al secondo posto, distaccato di poco, sarebbe il raggruppamento di destra guidato da Sarkozy e solo al terzo si troverebbe il Partito Socialista del Presidente Hollande.

Per quanto riguarda la scelta della guida delle regioni, peraltro ridotte di numero, da 22 a 13, negli ultimi anni (anche l’Italia impari da questo coraggio istituzionale), la destra estrema sarebbe in testa in sei regioni , quasi la metà, al primo turno. Il sondaggio è stato condotto da un autorevole istituto, l’Ipsos, per un ancor più autorevole giornale, Le Monde. Il campione preso in esame è di più di ventimila cittadini, una enormità statistica.

Negli ultimi anni ciò che ha fatto spesso saltare anche le più autorevoli previsioni è stato l’astensionismo. Per questo fu sbagliata la ponderazione riduttiva degli istituti demoscopici sulle Europee, che non teneva conto del “disincanto” dell’elettorato di destra e prima lo erano state le previsioni sull’esito finale delle politiche del 2013. Ragione in più per essere sempre prudenti. Ma il grande sondaggio francese ci narra di un elettorato di sinistra stanco e sfiduciato, rassegnato a non partecipare al voto, anche in presenza della minaccia di un successo della destra estrema. Non sembra neanche funzionare il richiamo ad una identità più marcata e tradizionale, visto che anche le formazioni della sinistra estrema avrebbero un insuccesso tale da impedire, quasi ovunque, il superamento della soglia per la partecipazione al secondo turno e raggiungerebbero un dato nazionale inferiore al cinque per cento.

Il Front National, sempre a dar credito al sondaggio, ottiene il massimo del consenso tra gli operai e i lavoratori dipendenti e tra i giovani. Non voterebbero per la destra estrema i più anziani, e i più acculturati. È evidente che la Le Pen cerca di entrare in contatto con i sentimenti di paura e di rabbia che la terribile vicenda di Parigi ha seminato nell’opinione pubblica francese e del mondo intero. Una comprensibile reazione emotiva, un istinto d’ordine che finisce col fare della sicurezza il tema principale, quasi esclusivo, del discorso pubblico. Certamente saldandosi con preoccupazioni derivanti dal rischio della perdita del lavoro per gli occupati e dalla difficoltà di trovare sicurezza e stabilità sociale per i giovani. Esigenze a cui la destra francese fornisce risposte semplificate e pericolose che però sembrano in sintonia con un disagio e una inquietudine che reclamano soluzioni rapide e estreme, non importa se prive di un disegno strategico di fondo. Ora, qui, subito. La parola d’ordine di una società che ha fretta di andare, spesso non importa dove. Bush bombardò l’ Iraq sulla base di questo impulso, dopo l’undici settembre, senza avere un disegno credibile di nuovi equilibri nell’area e una visione politica all’altezza del tempo nuovo e inquietante che il crollo delle torri gemelle annunciava.

Il Presidente Hollande ha dato risposte forti e dignitose all’attacco del venerdì 13. Sinceramente non so se, anche esse, abbiano in corpo un’idea generale dei rapporti di forza, delle alleanze, degli equilibri necessari per riportare stabilità un’area del mondo il cui caos rischia di compromettere l’ordine mondiale. E l’Europa fatica a parlare con una voce sola.

Il voto francese, se i sondaggi non sbagliano, ci consegnerà un problema in più per il nostro continente e per questa fase di lotta al terrorismo. Renderà più difficile far convivere identità europea, fatta di libertà e democrazia. E dialogo religioso: l’unica armonia capace davvero di togliere acqua ai piranhas dell’estremismo assassino.

La Francia sarà tripolare, in modo ancora più netto che nel passato. E anche la Spagna si avvia, nelle prossime elezioni della metà di questo mese, a mutare la sua geografia politica. L’alternanza tra popolari e socialisti, che ha segnato la storia della politica iberica dalla fine del franchismo a oggi, si tramuterà in un tripartitismo o in un quadripartitismo, con l’arrivo potente di soggetti come Ciudadanos e Podemos. Questi dati, come le difficoltà in cui si dibatte la sinistra socialista in Gran Bretagna, nei paesi del Nord Europa, in Grecia dimostrano come sia stato giusto immaginare per tempo in Italia, a partire dall’Ulivo fino alla nascita del Pd, una sinistra nuova e più aperta , una sinistra del nuovo millennio.

Anche in Italia succede qualcosa di simile alla Francia e alla Spagna se oggi, sempre secondo la cabala Rabbia, paura e voto: la destra è al comando Come in Spagna sembra superato il bipolarismo. Proprio come in Italia Urne e guerra. I tre maggiori sfidanti nelle elezioni regionali francesi: Nicolas Sarkozy, Marine Le Pen, Francois Hollande. Foto: Reuters La domenica Walter Veltroni La Francia e noi dei sondaggi, tre forze: il Pd, il Movimento Cinque stelle e la destra leghista e forzista sarebbero in un range di percentuali tra il venticinque e il trentadue per cento. È infatti quest’ultima la percentuale che viene in questi giorni assegnata ai democratici, un dato inferiore ai due risultati migliori, conquistati peraltro in fasi politiche molto diverse: quello del 2008 e quello delle Europee di due anni orsono. Io credo che il Pd possa ritrovare quel consenso se sosterrà l’azione riformista di governo di cui il paese ha urgente bisogno e se, come partito, non scrollerà le spalle di fronte al rischio, reale, che si manifesti, come in Francia, un astensionismo di sinistra. Bisogna, credo, riannodare i fili di un discorso alto che colleghi decisioni e gesti con una idea di società, con una prospettiva coinvolgente di cambiamento sociale radicale e reale.

Lavorare, come è giusto, per estendere il proprio consenso oltre le colonne d’Ercole tradizionali della sinistra italiana puntando a conquistare fasce di elettorato forse poco ideologico, certo molto sensibile ai temi della modernizzazione e del riequilibrio del rapporto tra Stato e iniziativa privata, non deve significare ignorare che ci sono aree del consenso del Pd, e persino della sua forza organizzata, che cercano costantemente la coerenza di ogni gesto con un sistema di valori che si è reso disponibile alla evoluzione più coraggiosa, non al suo superamento.

Il Pd è la grande forza del riformismo italiano, la prima possibilità, nella storia italiana, di avere una forza di centrosinistra tendenzialmente maggioritaria. È una sfida possibile e entusiasmante. Per questo è nato. Richiede una grande saggezza, un grande equilibrio, un grande coraggio innovativo. E richiede, mi si consenta di dirlo, una grande unità. Quella vera, fatta di responsabilità e di discussione, di pluralismo e di senso di appartenenza. È il segnale che mi pare salga anche dalla iniziativa di mobilitazione del partito in questi giorni.

Oggi il riformismo governa. Se dovesse fallire, ancora una volta travolto dalle sue divisioni, o se dovesse ignorare la sofferenza di una parte del suo mondo allora anche l’ Italia potrebbe vedere sondaggi come quelli che ci fanno trattenere il sospiro, guardando all’amica Francia.

Evitiamolo, per il bene del nostro paese, dei nostri valori fondamentali e dell’Europa.

Foto Reuters

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