La fine del lungo sonno europeo

Europa
La Police Nationale francese presidia le entrate al lungomare Promenade des Anglais a Nizza,  15 luglio 2016.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dopo gli attacchi terroristici, le risposte che l’Unione Europea dovrebbe darci

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, nel 1945, nessuna guerra ha più toccato il suolo europeo.
Dalla caduta del muro di Berlino nel 1989, dalla fine dell’Unione Sovietica nel 1991 e dal conseguente epilogo delle Guerra Fredda, l’idea stessa di conflitto ha smesso di aleggiare sul Vecchio Continente. Ed è così che gli Europei hanno iniziato a vivere le loro vite, godendo di quei beni immateriali, eppure importantissimi, necessari come l’aria, per i quali i loro antenati avevano combattuto: pace, libertà e democrazia.
Intanto, però, la guerra continuava, seppur lontana, in altre parti del mondo. Ma non ce ne siamo mai accorti, impegnati (giustamente) a godere di quello che ci era sempre mancato.

Le ultime vicende di Parigi, Bruxelles, Nizza e Monaco (seppur di matrice diversa) ci raccontano che il lungo sonno dell’Europa sta finendo o, anzi, è già finito. Che la pace di cui abbiamo goduto per quasi 76 anni è stata solo una parentesi in una Storia che è stata, e sempre sarà, dominata da guerre.
Abbiamo dato per scontato i valori per i quali abbiamo a lungo lottato e, ora che traballano, non sappiamo più come difenderli. I nostri stati e governi, guidati da generazioni che non hanno mai vissuto la guerra, sono in difficoltà ad affrontare un nemico che non conoscono e contro il quale non sanno come reagire.
Il punto di partenza è capire che la pace non può essere mai scontata e che la democrazia (come la vicenda turca insegna) può essere in pericolo in qualsiasi momento.

All’Unione Europea e ai suo stati membri spetta il compito più difficile: difendere quei valori per i quali la Vecchia Europa ha combattuto. Si trova a farlo in un momento già difficile della sua costruzione: la recente Brexit, la relazione difficile con la Turchia, la non ancora superata crisi dell’euro, un grande tasso di disoccupazione e un grande disagio sociale tra la sua popolazione. Tutti questi elementi la rendono vulnerabile, molto più esposta ai fanatici dell’Isis e senza capacità di reazione.
Ora più che mai servirebbe un’Unione solida e politica, in grado di rispondere ai problemi reali della gente, che sia in grado di veicolare un messaggio forte in grado di contrastare i fanatismi. Per fare questo, l’Europa dovrebbe essere in grado di spiegare quale è la sua vera forza e quali i valori ai quali non siamo disposti a rinunciare.
Deve dare voce ai problemi che ogni giorno le persone affrontano, agli emarginati, investire sulla cultura e colmare il vuoto che, altrimenti, verrà inevitabilmente riempito da chi reagisce in maniera violenta ma, apparentemente, più efficace. E invece si è perso troppo tempo dietro ai tecnicismi, alla stabilità e al rigore, che ha reso l’Unione una macchina imperfetta e senza cuore.

Costruire tale messaggio richiede tempo e, purtroppo, al momento, non ne abbiamo. Nell’attesa che l’Europa ritrovi e racconti qual è la sua vera identità è necessario trovare i mezzi per proteggerla. Gli stati membri dovrebbero coordinarsi e coordinare le loro intelligence, effettuare controlli preventivi su persone che possano avere legami con ambienti terroristici, avere sempre gli occhi puntati su aeroporti, stazioni, luoghi di aggregazione. Anche questo non è un compito semplice, ma va garantito. Gli stati dovrebbero capire che il tempo in cui bastava trincerarsi e lasciare i problemi fuori è finito perché, i problemi, li abbiamo dentro e già da parecchio. Per farlo dovremmo rinunciare almeno un po’ a uno dei nostri principi cardine, quello della libertà, per garantirne un altro che, almeno al momento, appare più urgente, quello della sicurezza.
La vita va e deve andare avanti. E proprio per questo, per far sì che nessuno perda e rinunci alle sue abitudini, è necessario che mentre lo faccia sia al sicuro.

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