La favolosa infanzia di Mika

Musica
British singer-songwriter Mika performs during his concert in Milan, 10 June 2015. ANSA/DANIEL DAL ZENNNARO

Mercoledì scorso abbiamo visto il concerto di Mika al Palalottomatica di Roma e ve lo raccontiamo

Arriviamo a concerto quasi iniziato. Il Palalottomatica è gremito per la maggior parte di giovanissimi: bambini piccoli mischiati ai loro fratelli poco più grandi, gruppi di ragazze appena adolescenti, mamme e papà più o meno giovani sparpagliati qui e là sulle gradinate.

Davanti a noi una famiglia: il padre riprenderà l’intero concerto con uno smartphone, staccando ogni tanto sul primo piano della figlia; seduto vicino a me c’è un amico giornalista al quale estorco informazioni riguardo al “mondo Mika”.

Nella mia mente l’immagine dello spericolato frequentatore della lingua italiana, in veste di giudice di X Factor, si era totalmente sovrapposta a quella della pop star Mika: l’avevo smarrito quasi subito dopo l’exploit di Grace Kelly, singolo che lo rese celebre quando ancora MySpace era più famoso di Facebook, praticamente un’era geologica fa (il 2007).

Poi è ricomparso fugacemente con questa We are Golden, canzone tratta dal secondo album, il cui refrain ricorda terribilmente un pezzo anni 80 di Belinda Carlisle Heaven is a Place on Earth.

Il mio informatore traccia una breve cronistoria del successo commerciale di Mika a mio beneficio: all’epoca del primo disco andava forte anche in America, poi negli States lo hanno un po’ dimenticato, invece è molto amato in Germania, ovviamente anche in Italia dov’è protagonista di XFactor, e in Francia dove ha fatto il giudice per la terza edizione di The Voice. Insomma, in Europa gli dice parecchio bene e in ogni caso, verrò a sapere più avanti, nella sua carriera ha venduto dieci milioni di dischi. Poi il mio amico chiosa riguardo ad un aspetto secondo lui fondamentale: pare che nonostante sia omosessuale dichiarato le ragazzine si innamorino tutte di lui.

A questo punto Mika sale sul palco, il boato è di quelli prorompenti, la platea e gli spalti si illuminano delle lucine dei telefoni: molti spettatori hanno anche braccialetti fluorescenti comprati fuori dallo stadio a cinquanta centesimi l’uno.

Il palco ospita una scenografia luminosa e colorata, la scritta Heaven che campeggia in alto al centro della scena e una sorta di roulotte con davanti un ulteriore palchetto rialzato sul quale Mika sale spesso. La band è composta da cinque musicisti in camicia bianca; visti in lontananza, da dove sediamo noi, sembrano bambini pure loro: il Nostro, mi verrà spiegato, è alto più di un metro e novanta e svetta sul resto della band.

L’acustica del Palalottomatica non è proprio eccelsa, la voce del cantante è a un volume davvero alto e sovrasta la base strumentale che si percepisce come un pastone di frequenze basse ma la cosa che conta è sentire Mika, che in effetti canta benissimo: se ad XFactor non fosse giudice ma concorrente, vincerebbe a mani basse.

Tra l’altro la sua performance, e quello che comunica, corrisponde perfettamente alle aspettative del pubblico: sembra un personaggio positivo uscito fuori da un film di Walt Disney, che distribuisce con equilibrio dosi di intraprendenza, dinamismo ed empatia, in un continuo e riuscito tentativo di mantenere viva la comunicazione con i suoi fan e di conseguenza la loro attenzione.

Ad un certo punto entra in scena anche Chiara (Galiazzo), vincitrice di XFactor nel 2012, che duetta con lui nel brano Stardust ed il pubblico è nuovamente in visibilio.

Ma in tutto ciò, che musica fa Mika?

Per sgomberare il campo da preconcetti mi sono affidato ad un sito fantastico, Every Noise at Once, il cui nome tradotto in Italiano vuol dire più o meno tutto il rumore tutto insieme.

Uno dei modi in cui potete usarlo è questo: scrivere nel riquadro in alto a destra qualsiasi gruppo o cantante vi venga in mente e verificare a quale, o a quali nel caso fosse più di uno, dei 1370 generi di musica esistente esso appartenga (ce ne sono di buffissimi tipo il rock gaucho o il persian pop). Con Mika escono fuori otto generi musicali, tutti connotati dalla parola pop nel nome: pop da camera, pop per adolescenti, pop rock, pop dance; pop in tutte le salse insomma. L’unico genere della lista esente dal pop è il new mellow, che non conosco, ma a giudicare dalle band che ne fanno parte (per es. gli Hanson) non dev’essere una cosa molto diversa dagli altri.

Mika quindi è un miscuglio di tanti stilemi e artisti della tradizione pop rock (soprattutto anni ’70-’80) da Freddy Mercury, dal quale ha mutuato la fisicità, ad Elton John passando per i Duran Duran, il tutto frullato insieme, caricato a molla e smussato nelle asperità, virato in chiave “teen”; e anche se ogni tanto affiora un po’ di tristezza è sempre il messaggio edificante a prevalere: “We are Golden”, appunto.

C’è un momento del concerto, durante la canzone Underwater, in cui Mika chiede al pubblico di orientare le torce dei loro telefoni seguendo i movimenti che fa sul palco. Ne viene fuori una coreografia 2.0 molto suggestiva, con gli smartphone al posto degli accendini. Il padre della ragazzina che ci siede di fronte riprende tutto meticolosamente, poi mostra il filmato alla figlia che ha questa luce spensierata d’infanzia nello sguardo.

 

Un paio d’ore più tardi ci troviamo in una sala interna del Palalottomatica: ai fortunati detentori del pass per l’afterparty viene data la possibilità di salutare e farsi delle foto con il loro idolo. Restiamo ad aspettare e all’improvviso ci passa davanti la mamma di Mika e poco dopo arriva lui: mentre si avvicina posso constatare che effettivamente è altissimo, ci viene incontro sorridente e ci saluta, anche lui con una luce apparentemente spensierata d’infanzia nello sguardo.

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