La favola della diversità

M5S
Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo fanno un giro con una mini car elettrica nel Circo Massimo, Roma, 10 ottobre 2014.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Il fallimento del Movimento 5 stelle non sta tanto nel pasticcio di Quarto quanto soprattutto nella devastante pochezza con cui il partito della Casaleggio Associati sta tentando invano di rispondere

L’incanto s’è rotto, probabilmente per sempre, e il re è nudo di fronte ai sudditi increduli che fino a ieri l’avevano incensato a bocca aperta e occhi chiusi: non soltanto la presunta “diversità” del Movimento 5 stelle s’è rivelata una favoletta per gli stolti; di più, e soprattutto, proprio quella diversità sbandierata e brandita come un’arma contundente è diventata il più grande dei problemi, la macchia che non si riesce a cancellare, l’ombra destinata a tingere di grigio anche le (poche) cose buone che gli sprovveduti burattini di Casaleggio sono riusciti a fare in questi due anni trascorsi sul palcoscenico della grande politica.

La preparazione di una classe dirigente non si misura soltanto con il metro della competenza, della buona amministrazione, della capacità di prendere le decisioni più opportune in funzione del risultato che si vuole ottenere: altrettanto e forse ancor più importanti sono la serietà e la prontezza con cui si risponde all’insorgere di una crisi, inevitabile in ogni attività umana e, proprio per questo, bisognosa di risposte tempestive e all’altezza della situazione. Il fallimento del Movimento 5 stelle non sta tanto nel pasticcio di Quarto – sul quale spetterà alla magistratura, come si usa dire da un quarto di secolo, fare piena luce – quanto soprattutto nella devastante pochezza con cui il partito della Casaleggio Associati sta tentando invano di rispondere. Imprigionati nelle sabbie mobili di un banale incidente di provincia, i grillini ad ogni movimento che fanno sprofondano un poco di più, e la palude di Quarto è ormai un vasto campo di fango pronto ad inghiottire l’intero movimento. Che galleggerà ancora per un bel po’ nei sondaggi, ma che ha inesorabilmente perduto la propria spinta propulsiva.

Tutto, nella vicenda di Quarto, è sbagliato: o meglio, tutto è così tristemente simile alla politica politicante della Prima e della Seconda repubblica al punto da suscitare qualche serio interrogativo sulla consistenza intellettuale, prima che politica o morale, dei giovani leader scelti e manovrati da Casaleggio per la conquista del potere. Al trito copione della politica politicante appartiene il balletto delle smentite, delle mezze ammissioni, delle frasi che s’attorcigliano e tornano incerte sui propri passi.

Rosa Capuozzo dice nelle intercettazioni di aver «già avvertito Di Maio, ci devono commissariare», ma nell’interrogatorio in Procura nega, mentre Di Maio naturalmente smentisce e – un altro classico senza tempo – minaccia querele a chi dovesse scrivere il contrario. E pensare che le querele, spiegava non troppo tempo fa Grillo, sono «un’arma del potere, un’arma dei ricchi». Già, il potere: esorcizzato come il male assoluto e praticato con l’ingenua disinvoltura dei neofiti («Come agnelli in mezzo ai lupi non siamo attrezzati a fronteggiare infiltrazioni», alza le mani Concetta Aprile, consigliera grillina), oggi nelle mani del cosiddetto Direttorio diventa una bomba che esplode fra le mani di artificieri inesperti quanto arroganti. Il video delle «tre scimmiette», come efficacemente li ha ribattezzati Andrea Romano, è un sunto perfetto di autolesionismo mediatico: «A occhi bassi Di Maio – ha scritto Filippo Ceccarelli su Repubblica –; statico, pallido e provato Fico; inutilmente contento e garrulo tra i due Di Battista», felice perché i suoi due antagonisti nella guerra senza quartiere per la sub-leadership del Movimento – il capo assoluto è sempre e comunque Casaleggio – escono pesantemente azzoppati dalla vicenda. Come un Berlusconi qualsiasi, anche i grillini gridano al «complotto», alla «macchina del fango», alla manovra oscura che i poteri forti ordiscono perché, è ovvio, «siamo scomodi» e dunque c’è sempre qualcuno pronto a tramare nell’ombra. Che tristezza. Come tristi sono i movimenti scomposti intorno alla Capuozzo, che il primo giorno è un’eroina e il secondo è buttata fuori dal partito con un semplice clic di Casaleggio, al termine di una riunione rigorosamente a porte chiuse dopo anni di retorica sullo streaming, la trasparenza, «uno vale uno» e consimili sciocchezze.

Persino la consultazione in rete, che consente alla Casaleggio Associati di incrementare corposamente fatturato e profitti, è finita nel dimenticatoio. E i talk show? Non erano da evitare come la peste, simboli evanescenti di un potere che annaspa, e bastava parteciparci per finire espulsi? Ora sono necessari, imprescindibili, obbligatori per tentare affannosamente di risalire la china, naturalmente sempre senza contraddittorio, perché la libera discussione ai burattini di Casaleggio fa più paura della camorra, e guai se un giornalista azzarda una domanda o solleva un dubbio – le veline del blog vanno ripetute pappagallescamente a reti unificate e prese per oro colato, «altrimenti quereliamo». Fra mediocrità e arroganza, imperizia e pochezza, il partito del vaffa riesce finalmente a mostrare la propria natura: un fascismo in minore, una setta di provincia capace di prosperare sulla credulità altrui che oggi incredula si ripiega nella banalità della politica peggiore.

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