La farsa e la tragedia di Roma Capitale

Roma
The resigning mayor of Rome, Ignazio Marino, during the press conference in the hall of Protomoteca in Campidoglio. "I am not investigated" he said, Rome, 20 October 2015. ANSA/ ANGELO CARCONI

A Marino dei guai di Roma gli importa poco o niente, impegnato com’è a a procurarsi i propri

E alla fine, quando è sera e 26 consiglieri hanno già firmato le dimissioni, Ignazio Marino perde il controllo: «Chi mi ha accoltellato ha un unico mandante», denuncia con fronte aggrottata rivolta a palazzo Chigi, e quasi s’imbizzarisce: i consiglieri comunali «si sono sottomessi» all’Accoltellatore e «all’aula hanno preferito il notaio», è questa è «politica che discute e decide fuori dalle sedi democratiche». Come se a Roma, in questi mesi, non si fosse discusso abbastanza dentro, fuori, accanto, sopra e sotto tutte le «sedi democratiche» possibili e immaginabili. Diceva quel tale che la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Ma a Roma le cose funzionano in un altro modo, e le mille farse (il termine è usato oggi anche dall’Osservatore romano) in cui si è esibito Marino sono infine sfociate in una tragedia.

La capitale d’Italia, la città d’arte più bella e grande del mondo, il centro della cristianità che s’appresta a celebrare il suo Giubileo straordinario, la metropoli dei mille problemi fino a stasera non ha potuto essere governata, né amministrata, e neppure gestita come l’ultima bocciofila d’Italia perché c’era un sindaco sfiduciato che non se ne voleva andare neppure con le cannonate. La tragedia è Roma, Marino è la farsa. A ripercorrere il film di questi ultimi mesi si fatica a credere che Marino esista davvero. Prendiamo la storia, o meglio la farsa, degli scontrini: non conta nulla, ma racconta più di un libro intero. È Marino ad esibirli con orgoglio in una puntata di Piazzapulita per giustificare d’essersi imbucato in America al seguito del Papa. Nessuno glieli ha chiesti, gli scontrini, ma Marino li porta in tv. L’indomani alcuni ristoratori raccontano una storia diversa, i conti, letteralmente, non tornano, e le opposizioni presentano due esposti in Procura. Marino nega, si difende, poi dopo qualche giorno passa al contrattacco: la colpa non è sua, ma degli uffici capitolini che hanno sbagliato a incrociare i dati, lui quelle note spese neppure le ha firmate. E perché allora le ha portate da Formigli? Innocente a sua insaputa, dopo qualche giorno Marino si reca spontaneamente in Procura e ne esce trionfante: nessuna indagine su di me, dichiara radioso. Falso: mercoledì scorso è stato informato di essere stato iscritto nel registro degli indagati (ma si è guardato bene dal dirlo). E con un’accusa in più: falso materiale e ideologico. Perché? Perché, per difendersi dal peculato, ha detto che le sua note spese sono state firmate da altri. Fantastico. Al contrario di Houdini, che riusciva a liberarsi da dieci catene penzolando a testa in giù sott’acqua, a Marino basta una stringa di scarpe in una giornata di sole per ritrovarsi legato come un salame. Però, attenzione, Marino è furbo, molto furbo. Dei guai di Roma gli importa poco e niente, concentrato com’è a procurarsi i propri, ma quando c’è da buttare la palla in tribuna, parlare d’altro e fare la vittima è un autentico genio. Marino non rivolta la frittata: Marino è la frittata. Fino a quindici giorni fa anche i gatti, a Roma, ne invocavano le dimissioni. Ma da quando il Pd gli ha finalmente intimato lo sfratto, ha cominciato a raccontarsi come la vittima innocente del regime renziano, tra gli applausi scomposti del Fatto quotidiano e di CasaPound, che l’altroieri in Campidoglio lo pregava di rimanere per fare altri danni al Pd. E Marino ha provato disperatamente a rimanere. Correndo da una parte all’altra della capitale, inaugurando e tagliando nastri, deliberando e dichiarando con sorprendente attivismo, minacciando di rivelare chissà quali misfatti senza mai citare un solo fatto concreto, agitando le sue agende neanche fossero quella di Borsellino ma senza riuscire a ricordare con chi fosse andato a cena, e infine, siccome la cialtroneria è un’arte inesauribile, citando Salvador Allende: «Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato». Giusto, il popolo: lasciamo che decida serenamente, quando sarà il momento. E nel frattempo, per cortesia, qualcuno pratico si occupi di Roma.

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