La farsa e la pulsione autoritaria in quello scambio di mail

M5S
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Il giustizialismo usato dai grillini con avversari e dissidenti e la doppia morale con i fedelissimi

La prosa sembra quella di Totò e Peppino nei panni dei mitici Fratelli Capone: «veniamo con questa mia a dirvi, adirvi una parola». Ecco infatti cosa si legge nella mail ricevuta dal sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, sospeso ieri dal Movimento 5 Stelle: «siamo qui a chiederti la cortese trasmissione di copia dell’avviso di garanzia ricevuto» al fine di «chiudere al più presto l’istruttoria avviata in ossequio ai codici di comportamento».

Manca solo un «salutandovi indistintamente, i fratelli Capone che poi siamo noi». Ma evidentemente, a un certo punto, l’ispirazione è venuta meno e la firma è venuta così: «lo staff di Beppe Grillo». Secca e sferzante la replica del sindaco: «Gentilissimo anonimo staff, forse vi siete dimenticati che sono un sindaco eletto, e pubblico ufficiale, e ad una mail anonima non fornisco alcun documento».

Effettivamente sembra una comica, ma la questione è seria. E non riguarda solo l’ovvia considerazione che il M5S applica due pesi e due misure: una per i propri adepti e una per gli avversari e i dissidenti interni. I primi, vedi Nogarin, hanno diritto alla presunzione d’innocenza, gli altri no. In questo scambio grottesco c’è già tutto quello che c’è da sapere sui grillini.

Il linguaggio, com’è noto, svela, anche involontariamente, i pensieri e le pulsioni più profonde. Le parole, ci ricorda il linguista George Lakoff, si rivolgono direttamente a diverse zone del nostro cervello evocando, a seconda del frame utilizzato, reazioni conseguenti. Se dunque viene usato il termine “istruttoria”, che torna anche nel comunicato ufficiale del Movimento che decreta la sospensione di Pizzarotti, qual è l’immagine evocata? Una sola: quella del tribunale.

Il fantastico mondo a cinque stelle si trasforma così in un angosciante processo kafkiano, e i paladini dei “cittadini” diventano giudici stalinisti che, obbedendo al Capo, rimuovono ora questo, ora quel ritratto del dirigente divenuto imbarazzante. La questione va ben al di là di una bega interna e può essere letta come la spia di una pulsione autoritaria, un populismo giudiziario che proprio in questi giorni si manifesta anche nelle parole di alcuni magistrati. È la pretesa di risolvere ogni problema attraverso il paradigma giudiziario, cui dovrebbe ribellarsi anche chi ha creduto in buona fede che il M5S potesse rappresentare la propria ansia di ribellione alla corruzione e al malaffare, ma che non intende sacrificare i principi fondanti delle democrazie moderne.

La democrazia ricerca infatti le soluzioni idonee a garantire il bene comune anche attraverso gli errori, perché è attraverso l’autocorrezione che si rafforza il processo democratico. È per questo che esiste la divisione dei poteri, nessuno dei quali può mai essere assoluto. Quella che ci viene proposta è la cosmogonia di un mondo dove finalmente il “legno storto” dell’essere umano può essere corretto. È un’ideologia orrenda che nella storia ha prodotto solo tragedie. E che questa volta, come diceva il vecchio Marx, si ripresenta nella forma della farsa. Attenti a non sottovalutare però la torsione che può produrre nel dibattito pubblico.

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