La diversità infranta

M5S
Rosa Capuozzo del Movimento 5 stelle eletta sindaco di Quarto (Napoli), 15 giungo 2015.
ANSA /PRIMA PAGINA

C’è un’indagine della Procura distrettuale antimafia, non ancora conclusa, che porta al cuore di quel comitato di affari e alla sua struttura tentacolare

Confesso che non mi fa piacere assistere alla (prevedibile) débacle grillina sul suolo di Quarto. Non perché abbia simpatia per gli arroccamento settari e populisti, anzi, ma perché, per ragioni professionali che risalgono a moltissimi anni fa, in fondo speravo che una ventata di aria nuova potesse allontanare per qualche tempo le mire della camorra da quel paesone flegreo. E che potesse dare il tempo ad altri corpi dello Stato di concludere il lavoro iniziato tempo fa, scompaginando una volta e per tutte il sistema di potere che controlla da una trentina di anni, da dopo il terremoto dell’Ottanta, il Comune, il suo ufficio tecnico, la sua struttura erogatrice di servizi al cittadino. C’è un’indagine della Procura distrettuale antimafia, non ancora conclusa, che porta al cuore di quel comitato di affari e alla sua struttura tentacolare.

Un’indagine che, a luglio del 2012, portò i carabinieri – allora come oggi – nelle stanze dei funzionari comunali e nell’ufficio condoni. Ci fu una perquisizione, furono notificati i rituali avvisi di garanzia, il sindaco dell’epoca ne trasse le conseguenze politiche, fiutò l’aria dell’imminente commissariamento antimafia e si dimise. In attesa dei non velocissimi tempi della giustizia i funzionari indagati furono trasferiti in altra stanza e in altro ruolo ma sono ancora là, in quel Comune piccolo piccolo, intonsa la loro capacità di controllare appalti e forniture, rallentare accertamenti antimafia, usare a proprio uso e consumo le richieste di sanatoria urbanistica.

Sperai, l’anno scorso, che la nuova giunta iniziasse a studiare le carte (pubbliche) di quell’indagine e alzasse le barricate: non contro i cittadini che votano, liberamente, in altro modo ma contro quella macchina comunale infiltrata e controllabile. E invece, le ingenuità amministrative e la chiusura verso chiunque potesse mettere sull’avviso i nuovi amministratori dei pericoli casalinghi che stavano correndo, hanno finito per aiutare chi – i soliti – ha sempre fatto affari in quel Comune per conto proprio o al servizio della camorra: i Nuvoletta prima, il gruppo Polverino poi. E non basta. L’incapacità di riconoscere il nemico, ancor più se ha la faccia del tuo compagno di meetup e il tuo stesso spillino a cinque stelle, ha portato alla rovinosa caduta di queste ore della sindaca Capuozzo.

A leggere le intercettazioni si ha la sensazione che non solo fosse intimidita e spaventata dalle minacce del consigliere De Robbio ma che avesse la consapevolezza totale che le richieste che le erano state fatte erano tali da portarla, se esaudite, dritto in galera. Eppure Rosa Capuozzo ha fatto prevalere quella giustizia casalinga che è il segno distintivo della casta: lavare i panni sporchi in famiglia, mettere a tacere lo scandalo, costringere alle dimissioni l’indagato fingendo di non sapere che è indagato, negando fino alla fine, ribaltando le contestazioni sull’avversario politico e non certo sulla camorra. Che non mi pare essere estranea alla vicenda quartese. Un comportamento reticente, al limite del favoreggiamento o della concussione per induzione. Perché Rosa Capuozzo, cittadina a cinque stelle, è comunque un pubblico ufficiale con l’obbligo della denuncia.

Ed è così che la vicenda di Quarto, da esclusivamente giudiziaria che era fino alle interrogazioni parlamentari, è diventata tutta politica. La presunta diversità biologica e genetica dei Cinque Stelle si è infranta a causa del pressapochismo, dell’incapacità amministrativa, della diffidenza generalizzata verso i parlamentari degli altri partiti, della visione autoreferenziale del mondo e dei sistemi politici. Chi fa parte di quella cordata è automaticamente onesto, incorruttibile, intelligente, preparato, attrezzato a combattere le insidie della camorra che spara e di quella in giacca e cravatta.

Un altro esempio? In questi giorni i quotidiani hanno pubblicato stralci degli atti a carico di un magistrato, Donato Ceglie, che per vent’anni è stato l’icona della lotta alle ecomafie. Dalle carte della Procura di Roma e dai numerosi verbali di collaboratori di giustizia, professionisti, tecnici, politici, investigatori, si è scoperto che non solo, con ogni probabilità, ha depistato tutte le indagini sui rifiuti nella Terra dei Fuochi, ma che ha attraversato tutte le formazioni politiche scengliendo, di volta in volta, quella che gli era più utile: dai Ds ai Verdi, all’Udeur a Forza Italia. Già a processo per una concussione sessuale, è stato cooptato dal Movimento Cinque Stelle nella veste di esperto in legislazione ambientale e chiamato, per due volte e sempre all’indomani della pubblicazione delle vicende giudiziarie che lo riguardavano, in commissione ambiente al Senato. L’ultima, quando alle vecchie accuse si sono aggiunte quelle nuove: corruzione aggravata dal favoreggiamento alla camorra, evasione fiscale, abuso d’ufficio. E a chi ha fatto notare che quelle audizioni erano inopportune è stato risposto con una scrollata di spalle e un sorrisetto: “Non siete voi quelli garantisti?”. Accadeva appena un mese e mezzo fa, quando già su Quarto si addensavano, nerissime, le nubi dell’uragano in arrivo.

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