La dittatura della paura

Società
A fumigation brigade sprays an area of Chacabuco Park in a Aedes mosquito control effort, in Buenos Aires, Argentina, Wednesday, Jan. 27, 2016. Zika virus is spread by the same Aedes mosquito as dengue fever and chikunguya. The U.S. Centers for Disease Control says researchers have found strong evidence of a possible link between Zika and a surge of birth defects in Brazil. (ANSA/AP Photo/Natacha Pisarenko)

Ci stiamo abituando al ritorno della paura delle epidemie

Questa volta comincia con la zeta, l’ultima lettera dell’alfabeto. Si chiama Zika e ha già colpito in ventiquattro paesi. È un virus, portato dalle zanzare, che si può poi trasmettere attraverso la via sessuale e può, soprattutto, provocare gravi malformazioni ai feti portati in grembo dalle donne in gravidanza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità si è già mossa raccomandando, ai paesi che ne fossero sprovvisti, di adottare leggi che consentano contraccezione e aborto. Un virus, trasmesso dalle zanzare. Potrebbe essere una notizia del 1630. Quando nella sola Milano si contarono 165.000 vittime per la peste. Ci stiamo abituando al ritorno della paura delle epidemie.

Abbiamo tremato per Ebola, per la Sars, per la febbre suina, per quella aviaria, per il ritorno della tubercolosi. E la prima notte del nuovo millennio l’abbiamo trascorsa nell’attesa che tutti i nostri computer, come umani infettati, fossero distrutti , nelle loro capacità, dal “millennium bug” che avrebbe reso inoperanti centrali nucleari, banche, sistemi di sicurezza e tutto il resto. Una catastrofe. Mille non più mille.

Quella notte, con il fiato sospeso, non accadde nulla. Nulla di nulla. Ma quella epidemia tecnologica annunciata ha finito col dare il suo segno al nuovo secolo, il secolo delle paure.

Paure grandi, vere, paure che sono diventate sangue e morte, dolore e disperazione. Come l’undici settembre, come Atocha, la metro di Londra, Charlie Hebdo, il Bataclan, per restare all’Occidente. E paure legate alla chiusura della fabbrica dove si lavorava, del proprio negozio, della propria impresa. Paura di perdere ciò che si era conquistato in una vita o in più generazioni, di precipitare di ruolo sociale, dopo decenni di espansione. Paure vere, che si sono tradotte in malessere sociale e in una diffusa precarietà. E anche per questo si diffonde il virus più pericoloso di tutti, l’invisibile ma dilagante paura dell’altro. Quello che porta a edificare muri e a sequestrare i beni ad esseri umani disperati.

Paure vere e indotte, paure portate da zanzare o pipistrelli o dagli sparvieri dell’economia di carta o dagli avvoltoi con il coltello alla gola di innocenti. La paura è il segno prevalente di questo tempo.

Come lo è l’odio. Quello che porta ormai a considerare le diversità, tutte le diversità, alla stregua di un nemico da eliminare. Non vediamo il progressivo imbarbarirsi del discorso pubblico, l’adozione ormai resa quasi normale di parole inimmaginabili un tempo? I nuovi media, contro la loro meraviglia, portano nella vita dei contemporanei, come un pipistrello, il virus dell’odio . Si dicono cose orrende contro i tifosi della squadra di calcio avversaria, contro il politico che rappresenta un’idea non condivisa, contro il giornalista che in televisione ha sostenuto una tesi che non si apprezza. Ho visto la campagna di comunicazione di un candidato alle elezioni di Milano, che pure conosco come persona moderata e dabbene, che dice, per cavalcare lo ”spirito del tempo”: «Hai paura che ti rubino in casa? Non c’è sicurezza, basta con la sinistra». In Parlamento si mostrano pesci morti e si voltano le spalle alla Presidenza, si usa il turpiloquio come codice di comunicazione normale e l’insulto come garanzia di trasmissione sui media. Tutti quelli che usano la comunicazione hanno ormai capito come funziona: più urli e insulti, più risse provochi, più fai cose estreme e più spazio avrai. E i media, a loro volta, cadono nel tranello pensando di condurre un gioco che ormai è sfuggito di mano. È come stare in una piazza in cui tutti parlano a voce alta e per farsi intendere bisogna che ciascuno alzi un po’ il tono. E così fanno gli altri. Il rispetto e l’interesse per le opinioni altrui, il sale della libertà, è travolto dal virus dell’odio e della demonizzazione. La cultura liberale, nel Novecento schiantata dalle ideologie, è oggi derisa dai nuovi integralisti, dai portatori di verità assolute, dai negatori di ogni diversità. Ma, lo si deve sapere, è un viaggio pericoloso che porta al mondo ad un colore solo.

Amare gli altri, il dubbio, essere curiosi del pensiero di chi è diverso da te, rifiutare l’assoluto. Solo così si riuscirà a resistere al vero “millennium bug”, quello che sta minando la nostra intelligenza collettiva e la nostra speranza nella vita, nel futuro, negli esseri umani.

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