La diaspora del centro-destra

Centrodestra
berlusconi222

È appena (metaforicamente) rotolata la testa di Stefano Parisi, il manager ex-Fastweb che sembrava aver ricevuto lo scettro direttamente da Berlusconi

Ora anche a destra dilaga il vizio di far fuori i leader nella culla. È appena (metaforicamente) rotolata la testa di Stefano Parisi, il manager ex-Fastweb che sembrava aver ricevuto lo scettro direttamente da Berlusconi. Fino a che lo stesso ex cavaliere gliel’ha tolto con due minuti due di intervista alla radio. Parisi non aggrega, dice Silvio, e bisticcia con gli unici alleati che possono portare voti, il duo trumpista Salvini-Meloni. Poi Berlusconi ha un poco ridimensionato, ma ha anche aggiunto che il delfino proprio non si vede. Così gli ha rivolto la peggiore delle offese possibili. Se gli avesse detto che non ha i voti, sarebbe stato meno grave. Ma che “non scaldi i cuori” per Silvio deve essere imperdonabile. Nell’era del populismo pecoreccio e aggressivo di Trump parlare con moderazione di progetti su banche, conti pubblici e flussi migratori non buca i cuori e nemmeno gli schermi. Ancora meno millantare di essere andato di persona a tranquillizzare i mercati finanziari sulle prospettive del Paese in caso di vittoria del No. La presa di distanza da Parisi che a forza di Megawatt avrebbe dovuto rigenerare e illuminare di nuovo la galassia dei moderati è solo l’ultimo episodio di una deriva che sembra irrecuperabile.

Salvini si è messo in testa di essere identico sia a Marine Le Pen che a Donald Trump e dal 5 dicembre lancia la sua corsa alla premiership, sperando di diventare il capo dell’opposizione. Ha ripreso a suonare lo spartito della destra estrema post-grande-recessione: uscita dall’Europa, politiche xenofobe, dazi doganali e gli italiani prima di tutti. Mentre della Lega delle origini, del federalismo, delle ampolle, dell’assalto a Roma ladrona non è rimasto nulla.

Il partito di Salvini vuole essere nazionale e protezionista. Con anche un asilo nido al posto del Quirinale. Giorgia Meloni dal canto suo continua a proporsi per l’ennesima volta alle primarie, se mai si faranno. Giovanni Toti, impegnatissimo nell’asse del Nord con Liguria e Lombardia, non ha invece ancora capito su quali piani giocare. Regionale? Nazionale? Sta con Salvini o gli si candiderà contro? Per ora l’unica cosa che tiene insieme il patchwork del centrodestra è il No al referendum, seppure con obiettivi completamente diversi sul dopo.

Una vittoria del Sì li costringerebbe a fare i conti con le loro divisioni, a ricomporre il puzzle, a scegliere un leader vero, a trovare una visione condivisa o ad accettare quella proposta da chi vincerà la sfida. Se invece Berlusconi arriva a dire che Renzi è l’unico leader sulla scena nazionale, significa che l’erede è ben lontano o che ha già rinunciato a cercarlo. Sentir dal protagonista della stagione che ha prodotto la riforma costituzionale del 2005 e il porcellum che le riforme di cui discutiamo oggi sarebbero antidemocratiche, che sarebbe meglio ripristinare le regole e le pratiche istituzionali della Prima Repubblica, lascia interdetti. Ma è la misura del suo logoramento.

Oggi l’unica cosa chiara a cui punta è un ritorno al sistema proporzionale. L’unico metodo che gli consentirebbe, nella sua visione ormai decadente, di abbandonare l’armata brancaleone che lo circonda e ritornare centrale, anche con il dieci per cento dei voti … come alleato obbligato dell’unico leader in circolazione. Anche Salvini e Meloni ne avrebbero un vantaggio. Potrebbero prendersi da soli la scena del populismo di destra, senza nemmeno passare per le primarie. Quindi, chi vuole risolvere i problemi di Berlusconi e Salvini è avvertito: deve votare No. Chi spera di vedere prima o poi un altro centrodestra è meglio che si regoli diversamente.

Vedi anche

Altri articoli