La deriva del candidato che si definiva “civico”. Con lui il vecchio Pdl berlusconiano

Roma
Roma: Marchini, Bertolaso fa tenerezza, leadership si conquista

Amore per Roma e voglia di portare un valore aggiunto di carattere civico: queste le motivazioni addotte da Alfio Marchini quando si presentò alle scorse elezioni. Ora la natura della sua candidatura è cambiata

Quando Alfio Marchini decise, qualche anno fa, di abbracciare in prima persona l’impegno in politica motivò questa decisione come originata da un atto di amore per Roma e dalla voglia di portare in campo un valore aggiunto di carattere civico. Più recentemente, ribadendo il concetto, ha detto che solo il “civismo” può ossigenare la politica e che chi ha governato Roma negli ultimi 20 anni non è degno della Capitale. Non c’è motivo di dubitare della generosità delle sue scelte. Però, con le ultime evoluzioni, la candidatura di Alfio Marchini ha cambiato natura e si è spinta, oltre le sue intenzioni, verso una deriva che lo allontana dagli originari presupposti.

Con il sostegno (ben accolto e apprezzato) di Berlusconi, Marchini diventa il candidato della vecchia destra romana nazionale e locale che molti danni ha procurato, dal 2000 in poi, alla città. Berlusconi, Fini, Casini, Alfano, Gasparri, Storace, Mussolini e via dicendo non sono altro che il gruppo dirigente del già PDL disgregatosi nel 2013. Un gruppo dirigente che, se si escludono Fini, Casini e Alfano, difficilmente può essere ricordato come un esempio di moderatismo. Berlusconi, ha rappresentato in Italia il traghettamento dell’opinione pubblica moderata su posizioni populiste e aperte a derive estreme che poi si sono apertamente manifestate dopo la sua debàcle politica con la reviviscenza leghista e anche il successo del Movimento Cinque Stelle. Berlusconi, votando Marchini, fa semplicemente una scelta di tutela della propria leadership più che una convinta scelta di campo moderata. Le figure che appoggiano ora Marchini non sono dunque moderate ma non sono nemmeno “civiche”.

Il carattere “partitico” nello schieramento che sosterrà Marchini è prevalente e risulterà inevitabilmente, alla prova dei fatti, egemonico e centrale anche sulle scelte politiche e di governo che egli dovrà eventualmente compiere. Il “civismo” di Marchini non ha sfondato nella società romana, rimanendo minoritario e a mezz’aria e solo oggi, grazie al possibile apporto delle cordate elettorali rivivificate del vecchio Pdl, può immaginare un accesso al ballottaggio. Se poi egli afferma che chi ha governato Roma non è degno della Capitale deve ricordarsi che tra i suoi sostenitori vi sono alcuni dei massimi responsabili dei gravi problemi di cui soffre oggi la Capitale d’Italia. A partire da Berlusconi i cui governi del 2001 e del 2008 si sono resi responsabili della demolizione di quel poco di legislazione speciale di cui Roma ha potuto avvalersi nel lungo arco della sua storia di Capitale dal 1870 ad oggi. Infatti nel 2001, appena eletto Presidente del Consiglio, Berlusconi azzerò i fondi per Roma Capitale previsti dalla legge 396/90 e che consentivano a Roma di far affidamento su circa 100 miliardi di vecchie lire (poi 100 milioni di Euro) all’anno, per precisi obbiettivi fissati dalla legge coerenti con le sue prerogative e oneri di Capitale. Col governo Prodi vi fu un parziale rifinanziamento nel 2006-2007 e poi dal 2008 (nuovo governo Berlusconi) la legge fu nuovamente definanziata e poi demolita con il fatidico “patto della pajata” consumato tra il 2009 ed il 2010. Con quell’intesa, sottoscritta da Berlusconi, da Alemanno, Bossi e da tutto il vecchio PDL oggi risorto a sostegno di Marchini e dalla Meloni che era al governo, a Roma furono tolte risorse e prerogative e dato in cambio un titolo formale di “Roma Capitale”. Fu una truffa.

La cosa grave è che tutto questo avvenne negli anni in cui, invece, le grandi potenze europee (Francia, Germania e Gran Bretagna) riformavano e innovavano la legislazione sulle loro capitali: legge sulla Grand Paris del 2010, Greater London Act del 2007 e nuova legge su Berlino del 2007. I grandi Paesi europei andavano avanti e con loro le grandi Capitali del continente. L’Italia, negli stessi anni, arretrava ad opera di governi guidati da Berlusconi e dal Pdl (attuale sponsor di Marchini) messi sotto scopa dall’anti romanismo della Lega di Bossi. Queste scelte hanno in pochi anni avuto un peso enorme nell’arretramento di Roma poiché le risorse della Legge 396/90, seppur scarse, da straordinarie erano di fatto diventate ordinarie e non se ne poteva più fare a meno. Il vistoso calo di investimenti del bilancio del Comune di Roma dipende anche da queste vicende.

Ecco dunque che Marchini, aldilà dei suoi enunciati, si prepara ad essere il candidato dei veri responsabili del decadimento romano tra i quali vi sono anche coloro che hanno gestito la Regione Lazio nel tempo in cui le ASL non presentavano il bilancio annuale previsto dalla legge (aggravando il debito della Sanità) o quando venivano approvate leggi assurde per rimborsi ai partiti o vitalizi agli assessori regionali non eletti in consiglio. Ci sono i capi e i ministri di un governo italiano (2010) che varò la legge di stabilità che fotografò una situazione debitoria del Comune di Roma e predispose strumenti per il suo rientro dimostratisi sbagliati e dannosi, come è emerso recentemente nell’audizione alla Camera del commissario straordinario per il debito. Scelte che hanno fatto salire la pressione fiscale a Roma alle stelle e che rischiano, ancora oggi, di fare di Roma una immensa area depressa al centro dello Stivale. Nei venti anni di disastri romani dichiarati da Marchini c’è anche il centrosinistra? Non sono d’accordo ma ci vorrebbe molto più spazio e mi limito a ricordare ad Alfio Marchini che egli ha conosciuto da dentro la serietà di quella classe dirigente e che sa bene che molti di noi – a partire da chi scrive – non hanno mancato di combattere – da molti anni e in solitudine – quelle storture e degenerazioni che hanno preso corpo in casa nostra e che oggi il Pd è l’unico partito ad avere avviato un doloroso processo di autocritica e un salutare percorso di rigenerazione di cui anche Giachetti è espressione.

Ecco perché, aldilà della stima personale e del convincimento della sincerità originaria delle intenzioni civiche dell’impegno di Alfio Marchini in politica, vedo una contraddittoria deriva della sua traiettoria. Penso che questo accada anche per un limite del centrosinistra che non ha avuto la capacità di interloquire seriamente con la sua proposta civica prima dell’abbraccio con Berlusconi.

Oggi Roma si può salvare solo se prevarrà la forza di una proposta riformista del centrosinistra libera dai vecchi vizi. Al ballottaggio quella proposta potrà avere il sostegno di tutte le forze autenticamente moderate e civiche che amano Roma purché anch’esse libere dai vecchi vizi.

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