La débâcle al Senato. L’impossibilità di una destra normale

Politica
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Renzi: “Siete sempre di meno”

Non era nervoso, ieri, Matteo Renzi. Era stufo. Disilluso. Perché ha definitivamente capito l’antifona: con questa destra non si fa e non si farà nemmeno un passettino avanti sulla strada del confronto civile, di merito, pur nelle differenze. Già, perché questa idea di una democrazia bipolare e “normale” il premier in fondo ce l’ha nel suo dna politico e l’aveva coltivata, e anche con successo: e venne il Patto del Nazareno che, malgrado tutto, fece apparire percorribile la strada di una confrontation almeno sui temi costituzionali. Ora pare un secolo fa.

Ascoltando il dibattito di ieri a palazzo Madama sulle mozioni di sfiducia – stanco bis di quanto già andato in scena a Montecitorio settimane fa con la mozione di sfiducia verso la Boschi – si è percepita tutta la distanza fra maggioranza e opposizioni. Ma in un quadro politico-parlamentare che è leggermente diverso da quello di un anno e mezzo fa. Renzi lo ha segnalato ai colleghi della destra: “Siete sempre di meno”. È vero. Le mozioni di sfiducia sono state stra-battute.

La destra perde pezzi perché è divisa, perché non ha una leadership che la guidi, perché non ha una politica comprensibile e unitaria; e dunque non le resta che “aggrapparsi al fango” (facendo magari copia-incolla degli articoli del Fatto per redigere la sua mozione, come ha notato perfidamente il presidente del Consiglio). La destra perde pezzi, ed è ormai da tempo che tanti suoi parlamentari si considerano in libera uscita. Può non essere un bello spettacolo (in questa legislatura c’è il famigerato record di cambi di casacca) però è il segno dello sfarinamento di una delle due metà del parlamento diventate ormai formicai impazziti dai quali si fugge in cerca di gloria: la vicenda di Ala in fondo si spiega così, come l’ennesimo episodio di spappolamento politico che può certo preludere ad un’operazione trasformistica per colpa dei numeri super-ballerini di palazzo Madama figli delle elezioni del 2013. Per il momento però non è così. I verdiniani ieri hanno votato contro le mozioni di sfiducia ma questo non solo non è stato determinante ma soprattutto non equivale affatto entrare nella maggioranza: “siamo distinti e distanti dal governo”, ha detto con antica formula cossighiana D’Anna, fedelissimo di Denis.

Siamo dunque davanti a una novità. Una destra che non compete seriamente e anzi si sgretola è in un certo senso un’arma in più per il governo (della serie: non ci sono alternative) ma è anche la spia di una politica che non riesce a diventare “normale” e che preferisce rincantucciarsi nella solita ridotta del populismo e della demagogia, rinunciando a sfidare il governo nel merito delle questioni. E sì che non mancano gli argomenti – lo ha ricordato lo stesso Renzi in apertura del suo discorso – dall’economia alla legge elettorale. Ma no: la destra (e il M5S, in questo indistinguibile e anch’esso politicamente marginale) preferisce piuttosto picchiare su Banca Etruria e dintorni, riuscendo per la verità a sollevare un putiferio mediatico ma non a dimostrare l’indimostrabile, cioè l’esistenza di un conflitto d’interessi di Maria Elena Boschi (una sfinge, accanto al premier) né tantomeno i favoritismi che il governo avrebbe posto in essere a vantaggio di “amici degli amici”.

Cosa dimostra questa linea della destra, secondo Renzi? Che la destra, compresi i suoi uomini più illuminati come Quagliariello tornato ai vecchi toni forzisti, ha scelto la via breve della polemica per la polemica, una strada senza uscita e senza sbocchi. Tanto che – ha profetizzato Renzi – ormai si andrà avanti così fino alla fine della legislatura. Neppure questa, a quanto pare, è destinata ad essere la legislatura di un paese politicamente normale. Pazienza, si spera nella prossima, quando sarà.

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