La cura per le opere pubbliche

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Il nuovo Codice degli Appalti e delle Concessioni è la cura giusta per il Paese

Il nuovo Codice degli Appalti e delle Concessioni è la cura giusta per un Paese dove le opere pubbliche sono state per troppo tempo sinonimo di illegalità, tempi burocratici mostruosi e lavori incompiuti. Perché le opere pubbliche siano opere utili e realizzate in tempi certi e con costi certi è stato approvato ieri in via preliminare dal Governo un codice leggero nelle dimensioni, ma denso per i meccanismi di semplificazione e di garanzia.

La carenza nelle progettazioni, che è stato uno dei vulnus del nostro sistema, con varianti in corso d’opera che hanno rallentato i tempi e aumentato i costi, viene affrontata oggi con un rafforzamento della qualità. La qualità del progetto: va a gara il progetto esecutivo non il preliminare e c’è l’obbligo di procedure intelligenti per le grandi opere. Le varianti saranno drasticamente ridotte. C’è una maggiore qualificazione delle stazioni appaltanti, con una loro graduale riduzione e aggregazione. E’ richiesta la qualificazione delle imprese, che dovranno rispettare tutte le clausole dovute, dall’antimafia al rispetto dei contratti di lavoro. Un buon progetto da oggi significa un buon appalto, tempi e costi certi. E fa parte di questa nuova direzione anche la riduzione al minimo delle offerte al massimo ribasso, con tutti i guai che conosciamo per i lavoratori: prevale la scelta per l’offerta economicamente più vantaggiosa, resa obbligatoria proprio nei settori, come i servizi, in cui la tutela dei lavoratori è più necessaria.

La legalità è un altro dei principi cardine. Per lasciarci alle spalle i fenomeni di corruzione e illegalità legati alle opere pubbliche c’è il rafforzamento del ruolo dell’Anac su molti fronti, accompagnato dal chiarimento di ruoli e responsabilità, il sorteggio dei commissari di gara, il rafforzamento del ruolo del Responsabile unico del procedimento, del direttore dei lavori – per i quali sono previsti specifici albi – dei collaudatori che non potranno più fare parte, finalmente, della stazione appaltante. Per tornare ad essere un Paese normale torniamo inoltre a procedure ordinarie. Si supera la Legge Obiettivo, degenerata con molte storture, si potenziano gli strumenti di programmazione delle opere prioritarie e si selezionano, tra le centinaia di opere rimaste incompiute, quelle che sarà davvero utile e giusto completare.

Per le grandi opere viene ridimensionato il ruolo del contraente generale, che non potrà più essere il direttore dei lavori, non ci saranno più proroghe per le concessioni ma gare e per opere di interesse nazionale di rilevante impatto sarà obbligatorio il “dibattito pubblico”, cioè il confronto con i territori, di cui tenere conto nella redazione del progetto definitivo. Nel partenariato pubblico privato sono inoltre previste altre misure per il coinvolgimento della cittadinanza, ad esempio dove vi siano beni pubblici inutilizzati e che possano essere convertiti in opere di interesse per le comunità. E un buon contributo allo snellimento dei tempi verrà dato dalla riduzione del contenzioso amministrativo. I ricorsi al Tar, ben lo sanno i sindaci, hanno spesso bloccato opere attese da tempo. Oggi c’è l’occasione, quindi, di voltare davvero pagina. Il cammino è iniziato per riscrivere la storia delle opere pubbliche italiane nel segno dell’efficienza, della qualità, della legalità e della pubblica utilità.

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