La cultura, la nostra arma contro il terrore

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Parigi (300)

È la nostra unica e più grande forza, di fronte a chi nega i diritti e la dignità dell’uomo

I terroristi, nella loro visione monocroma, chiusa e divisiva nella società, hanno voluto colpire la città simbolo del pensiero liberale, scevro da ogni settarismo, dove ha germogliato il progresso nella sua accezione estesa all’anelito di uguaglianza degli individui.

Le persone uccise negli attentati del 13 novembre non sono solo vittime di una tragedia. Sono molto di più: loro, adesso, sono la nostra paura, la cappa pesante sulla nostra serenità. Sono il tremito che corre lungo la schiena, la fobia che serpeggia fra la gente, il tarlo che rode il nostro placido quotidiano. Sono la morte, il sangue, i proiettili, le scene di guerriglia urbana; sono il pasto degli sciacalli, gli scatti morbosi dei fotografi, la pornografia del dolore in cui tutto scade.

I morti di Parigi, come altre moltitudini prima di loro, vittime non della cieca follia, ma della logica lucida e terribile della violenza e dei suoi strumenti, non avrebbero voluto essere martiri di una guerra che non hanno voluto combattere. Non avrebbero voluto essere usati, estremo spregio, da chi sfrutta i morti per manipolare i vivi. Non esiste risposta militare risolutiva, dinanzi all’uso di uno strumento di violenza terroristica. La nostra unica e più grande forza, di fronte a chi nega i diritti e la dignità dell’uomo e semina terrore, è la cultura, la tranquillità e il coraggio di non cambiare, di restare umani. Non servirà radere al suolo altri villaggi, mandare droni sulle tracce dei tagliagole, perché la violenza lascia tracce profonde e le guerre che abbiamo condotto o che abbiamo fatto condurre da altri per procura, hanno inciso, fra macerie e povertà, cicatrici lente a rimarginarsi.

La risposta più straordinaria che possiamo dare, è che quei morti nella notte di Parigi possano significare, per noi, le porte aperte a chi fugge dalla violenza, il rifiuto di ascoltare chi parla di vendetta, il ripudio di fare dei popoli e delle diverse culture il proprio nemico. Che possiamo noi essere la loro spenta voce, e dire: impariamo a capire e a distinguere, senza che la rabbia ci conduca ancora una volta, anche noi, a falciare vite nel mucchio. Che possano, i morti di Parigi, ammonirci che non ci saranno vincitori né vinti, fra la gente, fra gli arruolati soldati semplici di questa stupida falsa guerra.

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