La cultura della sicurezza

Terremoto
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Vorrei condividere due esperienze personali e tre considerazioni dettate dall’esperienza

Vorrei condividere due esperienze personali, dopo la tragedia del terremoto (su cui l’Italia ha dato prova di unità e generosità), anche per formulare tre riflessioni-proposte. La casa in cui vivo fu progettata negli anni ’60 da mio padre Marcello, valente architetto, con innovativi criteri antisismici.

Da bambini, noi capimmo il perché: come tutta la sua generazione, mio padre fu coinvolto nella memoria nazionale profonda del catastrofico terremoto di Messina (pur avvenuto una dozzina d’anni prima della sua nascita), e volle esprimere in tutto il suo lavoro le competenze professionali che aveva acquisito sin da giovane (fu assistente di Pierluigi Nervi proprio per gli aspetti strutturali degli edifici).

Meno importanti, nella percezione del tempo, e dunque nella progettazione e costruzione, erano gli aspetti energetici (solo dopo la grande crisi del 1973, iniziò gradualmente a diffondersi l’attenzione al risparmio e all’efficienza energetica).

Da Sindaco di Roma, mi misurai col tragico crollo, nel 1998, di un palazzo al Portuense (causato probabilmente da vecchie inadeguatezze costruttive, ed attività improprie rispetto alle strutture portanti dell’edificio); dopo 18 anni, il processo penale non ha individuato alcun responsabile. Noi proponemmo l’istituzione di uno strumento innovativo (denominato “fascicolo di fabbricato”), anche attraverso norme nazionali. Ma i ricorsi amministrativi ebbero la meglio, e affondarono questo progetto.

Da queste esperienze, tre osservazioni:

1. In Italia, chi ha varato condoni edilizi (e chi li ha utilizzati, e chi li ha autorizzati, in zone sismiche) merita le critiche più severe. Chi ha svolto lavori senza rispettare le prescrizioni antisismiche merita le sanzioni più severe. Chi non applica le norme di prevenzione antisismiche merita di essere rimosso e sostituito. L’irrequietezza accertata, e drammatica, di molti territori specialmente appenninici non consente di indugiare.

2. È il tempo di attribuire alle nostre case una «carta d’identità». Sappiamo quanto gli italiani siano legati alla propria abitazione (circa l’80% sono di proprietà; e il governo ha giustamente detassato la prima casa). Questo non deve comportare più burocrazia, ma è impensabile che si debba periodicamente controllare la nostra caldaia, o la nostra automobile, e non si stabilisca una procedura essenziale per associare la certificazione energetica degli edifici e quella antisismica. Ovviamente, gli interventi dovranno partire dalle aree a maggiore rischio, e dagli edifici pubblici.

3. Sappiamo quanto diverse sono le condizioni con cui ci si misura (ad esempio, tra borghi storici e città; edifici isolati e strutture pubbliche). Dunque, i criteri vanno localmente pianificati dai Comuni; programmati dalle regioni; inquadrati in un Programma nazionale varato dallo Stato. Qualcuno ricorda la Tennessee Valley Authority voluta da Roosevelt? Bene: nella nostra Italia, una simile progettualità – collegata alla realizzazione delle principali infrastrutture pubbliche necessarie – può rappresentare una svolta, nel XXI secolo.

Può dare un buon lavoro a decine di migliaia di tecnici, progettisti, imprese, in modi trasparenti. L’occasione va colta, anche attivando la collaborazione dell’UE (nessun paese europeo delle dimensioni dell’Italia ha problemi così seri, e sappiamo che la prevenzione costa molto, ma molto meno delle ricostruzioni post-tragedie). Uniamo le migliori capacità del nostro Paese, non solo per la solidarietà sull’onda emotiva dell’emergenza, ma sulla cultura di una modernizzazione trasparente, diffusa, sostenibile

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