La crisi delle democrazie e il compito di tutto il Pd

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Il compito della sinistra che viene dalla tradizione dei comunisti italiani non dovrebbe essere quello di arroccarsi e sperare nelle difficoltà del leader, ma quello di dare un contributo decisivo al rinnovamento e lo sviluppo

Il confronto nella prossima direzione nazionale, sull’esito del voto amministrativo può essere aiutato nella sua comprensione dalla Brexit. È vero che c’è una particolarità tutta britannica nel referendum che ha portato fuori dall’Europa il Regno Unito. Una storica estraneità al continente; una costante tendenza enigmatica all’isolamento; un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti di America; la nostalgia per un immenso impero. A questo si deve aggiungere l’emergenza degli immigrati, la decadenza del ceto medio, la deindustrializzazione, e infine l’accentuarsi in tutto l’Occidente del vento xenofobo e populista, spinto dalle paure, dall’insicurezza e dal ricordo di tempi migliori, ormai perduti. Senza dimenticare gli errori di Cameron, le divisioni nella sinistra e un invecchiamento generale della popolazione che tende a rinchiudersi in se stessa.

Eppure se dovessi dire la cosa che ha pesato di più, non avrei dubbi: la drammatica crisi della democrazia e della rappresentanza in tutta l’Europa e in questo quadro una incapacità dell’Unione di recuperare un vuoto, di esercitare una sovranità percepita legittima e di dare slancio ad una dimensione statuale sovranazionale all’altezza delle sfide che la globalizzazione pone. Siamo come sospesi: gli stati nazionali non sono in grado di governare i grandi processi mondiali, ma essi contemporaneamente non sono disposti, con le loro classi dirigenti fiacche ed egoiste, a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, a determinare un cambiamento e una integrazione che ridia ai popoli smarriti una guida, un percorso credibile, una radice e obiettivi comuni.

Così tornano i nazionalismi nel loro volto peggiore: come figli incarogniti e disperati di una sconfitta, di un ripiegamento, di una impossibilità. Essi mimano e sognano grandezze che non ci saranno più, ruoli impossibili, difese, muri, protezioni impraticabili nella dura realtà del mondo di oggi. Impressionanti, a questo proposito, le invocazioni alla libertà che sia Farage e Marine Le Pen hanno sollevato nel Parlamento europeo dopo il voto britannico; niente di credibile e praticabile, ma pura retorica politica, alla quale però non basta rispondere con il buon senso delle cose da fare.

Ora, infatti, l’Europa ha due strade di fronte: semplicemente fare a meno della Gran Bretagna e continuare come prima, tornando a vivacchiare tra compromessi, dilazioni, incertezze e la cura ciascuno dei propri interessi di parte e allora la decadenza sarà definitiva e inevitabile; oppure determinare un colpo d’ala di grande politica e di coraggiosa generosità. Sono ore decisive. Certamente occorrono politiche settoriali coordinate e integrate fondate su una maggiore reciproca corresponsabilità, , sull’occupazione giovanile, sul fisco, sugli investimenti, sul risk sharing bancario, sugli immigrati, sulla politica estera e di difesa.

Ma la risposta deve essere innanzitutto politico istituzionale, sulla democratizzazione, sulla legittimazione della sovranità europea. Lì c’è il buco nero che occorre presto riempirlo di contenuti nuovi: elezione diretta del Presidente della commissione, partiti europei, Stati Uniti d’Europa. Ci vogliono classi dirigenti all’altezza , che come nel passato ci hanno tirato fuori da guai anche più gravi. Speriamo che appaiano all’orizzonte. Renzi ce la sta mettendo tutta. In questo quadro va inserito anche il voto amministrativo in gran parte negativo del 19 giugno, se non vogliamo fermarci al dettaglio, che pure conta analizzare. Anche in Italia è ripresa prepotentemente una spinta antisistema disgregatrice, demagogica e potenzialmente antidemocratica. Sarà difficile che essa si arresterà se la stessa democrazia, ormai così svuotata e inefficace e che sta diventando un’eccezione nel mondo, non troverà le vie di una risposta credibile, tornando a svolgere quel collegamento nel rapporto tra i cittadini e il potere che ebbe nei trent’anni gloriosi della Repubblica dopo la seconda guerra mondiale.

Non c’è sufficiente consapevolezza che stiamo giocando con il fuoco e siamo sull’orlo di un burrone. Ecco perché al di là della sintonia di ciascuno con Renzi, va riflettuto il suo percorso vincente con il binomio rottamazione-innovazione e rappresentanza-politica in grado di scegliere, e invece, in difficoltà, quando si è trasformato dopo grandi lacerazioni interne in quello del partito della nazione-Verdini ed in un comando che suscita poco un’idea di libertà dal vecchio e più un esercizio discrezionale della forza. Così, Renzi è riuscito ad essere alle europee uno dei pochi leader del continente ad assorbire la spinta populista nel quadro di una democrazia che si rinnova, mentre nelle amministrative, si è appannata questa immagine e ha dovuto subire un colpo.

Dunque se le cose stanno così il compito della sinistra che viene dalla tradizione dei comunisti italiani non dovrebbe essere quello di arroccarsi, rispolverare ideologie o vecchie ricette, sperare nelle difficoltà del leader oggi sul campo, ma è quello di dare un contributo decisivo ed indispensabile (per la sapienza che ha sui temi della democrazia, dello stato e di una più ricca analisi della società), al rinnovamento e allo sviluppo delle potenzialità innovative e di cambiamento della leadership di Renzi, che senza la stampella di una sinistra moderna rischia di camminare sui trampoli. Sarebbe utile concentrare la riflessione su questo.

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