La crescita nel disordine globale

Economia
(160724) -- CHENGDU, July 24, 2016 (Xinhua) -- Participants pose for a group photo during a meeting of G20 finance ministers and central bank governors in Chengdu, capital of southwest China's Sichuan Province, July 24, 2016.  (Xinhua/Jiang Hongjing)(wyo)

In Italia l’azione congiunta di Jobs act e decontribuzione ha funzionato alla grande

La congiuntura globale affronta diverse criticità: l’approssimarsi del ciclo rialzista del costo del denaro negli USA, lo stallo dell’apertura multilaterale del commercio con l’arrancare del TTIP, la fragilità di alcune economie emergenti, un’Europa ancora incapace di portare il proprio processo di integrazione al livello successivo. E gli onnipresenti rischi geopolitici, dal terrorismo fino alle incerte elezioni americane, ma anche tedesche e francesi.

Nel tentativo di affrontare queste (ed altre) criticità con un approccio comune, il G20 appena concluso – assieme alla storica notizia della ratifica di Cina e USA dell’accordo sul clima – ha avuto come principali parole d’ordine la crescita e l’equità.

La prima da perseguirsi tramite il doppio canale degli stimoli di domanda e di un rinnovato slancio della governance delle dinamiche commerciali; la seconda da intendersi sia come strumento, a n c h’esso, di governance globale che come richiamo a dinamiche più bilanciate sia all’interno che all’esterno delle economie nazionali. I comunicati finali dei G20, si sa, difficilmente vincono l’Oscar della concretezza e dell’originalità.

Non potrebbe essere altrimenti, essendo così delicati gli equilibri politici discendenti da (e conseguenti a) la fragile governance economica multilaterale. Tuttavia vale la pena chiedersi se e quanto l’impianto di politica economica in vigore in Italia si innesti sulle parole d’ordine che provano a guidare questa fase della congiuntura globale.

Cominciamo dalla crescita. I dati diffusi da Istat la settimana scorsa – aldilà del circo che come al solito si è scatenato – ci consegnano due verità: la crescita del Pil nel 2016 con ogni probabilità sarà più alta del 2015 (e questa è la buona notizia) ma essa è ancora insufficiente per poter garantire a breve una discesa del tasso di disoccupazione sotto al 10% (e questa notizia tanto buona non è). L’occupazione in questi due anni ha risposto molto bene a questa dinamica economica non vigorosa: i nuovi posti di lavoro dal febbraio 2014 sono circa 600 mila, di cui circa l’80% a tempo indeterminato. Segno che – aldilà delle chiacchiere – l’azione congiunta di Jobs act e decontribuzione ha funzionato alla grande. Per evitare però un’ecce ssiva dipendenza dalla quest’ultima (in diminuzione), occorre consolidare ed aumentare la crescita del Pil.

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