La Cooperazione e l’importanza del profit lontano dagli schemi delle multinazionali

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agricoltura sostenibile

L’agricoltura è senza dubbio un settore interessante: la via giusta di collaborazione con le ong, è il sostegno all’agricoltura familiare e a quella praticata dalle comunità rurali, invece dell’agri-business

Hanno preso il via questo mercoledì i lavori dei quattro gruppi che opereranno all’interno del Consiglio Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo (CNCS), con la nomina dei quattro coordinatori e l’indicazione delle linee programmatiche dei lavori.

Luca de Fraia, del CINI, è il coordinatore del gruppo “Seguiti dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile: coerenza delle politiche, efficacia e valutazione”.

Il gruppo “Strategie e linee di indirizzo della cooperazione italiana allo sviluppo” verrà guidato da Giovanni Rocca, coordinatore dell’area Cooperazione Internazionale di Confindustria.

Danilo Salerno, direttore di Coopermondo, coordinerà i lavori del gruppo “Ruolo del settore privato nella cooperazione allo sviluppo”.

Infine, Adrien Cleophas Dioma, membro del CNCS in qualità di rappresentante delle organizzazioni e associazioni di immigrati, è stato scelto come coordinatore del gruppo “Migrazioni e Sviluppo”.

A questo punto dobbiamo entrare nel vivo del lavoro e dare sostanza ai temi che abbiamo deciso di trattare. Nel quadro sopra descritto, le novità principali sono due: il gruppo di lavoro che si occupa del settore privato nella cooperazione, il più partecipato; e il gruppo “migrazioni e sviluppo”, che ha visto diminuire attenzione e interesse da parte dei membri del CNCS, ma che dovrà rifarsi presto dato che ha il compito di affrontare il principale tema di discussione dell’agenda politica internazionale.

Sono convinto da tempo che sia giusto coinvolgere il settore profit nella Cooperazione e oggi mi fa piacere che questa sia la principale novità. Ho sempre pensato questo settore come parte integrante di progetti di cooperazione in rete: ong-istituzioni-profit. Al momento, però, non abbiamo definito quali saranno le regole di accesso e le modalità di azione. Ad esempio, è naturale che l’agricoltura sia un settore che interessa il profit. Qui la via giusta di collaborazione con le ong, è il sostegno all’agricoltura familiare e a quella praticata dalle comunità rurali, invece dell’agri-business.

Oggi vediamo molte ong e reti di contadini in Africa e Sudamerica contrapporsi al land grabbing, l’accaparramento di terre da parte di multinazionali o grandi gruppi industriali dediti all’agri-business. Questi acquistano oppure sottraggono con la complicità di politici e funzionari corrotti, larghi appezzamenti di terreno per coltivare prodotti per il biodiesel o l’esportazione, a discapito di familie contadine e intere comunità rurali. Queste, espropriate della terra che da generazioni utilizzavano per produrre il cibo, sono costrette a emigrare verso altri paesi africani o verso l’Occidente. Ed ecco che si interseca la discussione su migrazione e sviluppo.

Il modello di intervento del profit italiano dovrà tenersi lontano da questi schemi, così come da interventi di cooperazione lava-coscienza, praticati da alcune imprese nelle stesse aree che hanno distrutto irrimediabilmente per il proprio profitto. È importante partire dalla responsabilità etica e sociale dell’impresa, dove al centro rimane la persona e le comunità, costruendo partenariati che sviluppino percorsi in sistema con gli altri attori della cooperazione. Credo sia stato scelto il momento giusto per il coinvolgimento del profit ma è importante delineare le regole del gioco per evitare fughe in avanti da parte di coloro che vedono nella Cooperazione solo un mezzo per aumentare il proprio profitto.

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