La Convention di Parisi? Un tentativo non riuscito

Destra
Parisi

Una ripartenza per il centrodestra, ma nella terra di nessuno, in un campo da gioco immaginario e irreale, nel tentativo di azzerare la storia e ricominciare da capo.

Fra Berlusconi e Salvini, fra Renzi e Brunetta la convention di venerdì e sabato di Stefano Parisi ha mostrato tutte le difficoltà di navigazione di un progetto politico che cerca di barcamenarsi fra correnti di segno opposto.

Il discorso di Parisi ha mostrato da una parte ancoraggi alla cultura liberale del riformismo europeo; dall’altra cedimenti continui a toni da campagna elettorale nel tentativo di tenere unito ciò che non può stare unito. A meno di accettare una merce inutile e scadente. Bisogna dare atto a Parisi di avere tenuta dritta la barra dei riferimenti europei. Il suo omaggio a Ciampi, il giorno dopo la sua morte e soprattutto il giorno dopo l’incredibile e volgare accusa di tradimento rivolta da Salvini all’exPresidente della Repubblica, ha marcato un punto di distinzione forte. Per compensare il quale Parisi ha fatto ricorso ad una serie infinita di inconsistenti luoghi comuni della cultura di centrodestra, quella a cui dà voce senza alcun costrutto soprattutto Brunetta.

A cominciare dal tentativo, tutto velato di nostalgia, di riportare indietro l’orologio della storia. Trascurando completamente e sottovalutando forzatamente la novità politica introdotta dalla leadership di Renzi nella cultura politica del centrosinistra. Fingendo di trovarsi in un tempo che non ce più. Da Parisi, che ha attraversato consapevolmente gran parte del tempo della prima e della seconda Repubblica, conoscendo tutte le difficoltà del far valere le ragioni della cultura riformista, ci saremmo aspettati un’analisi delle forze in campo e delle difficoltà meno semplicistica e manichea.

Ma evidentemente la necessità di tenere unito un campo che è invece profondamente diviso sulle ragioni di fondo delle scelte da fare lo ha costretto a dipingere un quadro che finisce inevitabilmente per assomigliare alla battaglia di Berlusconi contro «i comunisti». Mettendo al loro posto Matteo Renzi. Di conseguenza anche la sua polemica sulle riforme di questo Governo, a cominciare da quella costituzionale e il conseguente referendum, è apparsa afflitta da uno dei vizi storici di una certa cultura riformista. Il perfettismo. La riforma non è sbagliata perché è sbagliata, ma perché noi la faremmo meglio. Più o meno quel che dice D’Alema. Con l’assoluta sottovalutazione dei rapporti di forza, del momento storico, delle occasione che si presenta e che non può essere rinviata a immaginari tempi migliori.

Per questo anche il richiamo a valori liberali e popolari appare fondato sul nulla e rinviato a improbabili vittorie elettorali. Alla fine quindi un tentativo non riuscito, ambiguo nelle sue fondamenta. Una ripartenza, ma nella terra di nessuno, in un campo da gioco immaginario e irreale, nel tentativo di azzerare la storia e ricominciare da capo. Il maestro di questa tattica, Berlusconi, probabilmente avrà osservato perplesso.

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