La confusione di Travaglio su trasformismo e sistemi elettorali

Il Fattone
Depretis_e_il_trasformismo

Nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile Casaleggio il direttore del Fatto si scaglia contro il trasformismo parlamentare, individuando però soluzioni non appropriate

Il tentativo – apprezzabile sul piano umano, ma destinato a sicuro fallimento – di giustificare l’ingiustificabile Casaleggio e la sua decisione di appioppare una multa di 150.000 euro ai grillini che non gli obbediscono porta Marco Travaglio ad una sacrosanta riflessione sul trasformismo parlamentare, protagonista indiscusso e sempre più ingombrante della Seconda repubblica. Dall’inizio della legislatura ad oggi, 132 deputati e 116 senatori hanno cambiato gruppo di appartenenza: e questa, sebbene non manchino le giustificazioni politiche e ogni caso vada valutato singolarmente, è sicuramente un’anomalia.

Il trasformismo, sostiene il direttore del Fatto, “è incoraggiato da leggi e pratiche elettorali sconosciute nei paesi anglosassoni”, dove i rappresentanti del popolo sono scelti attraverso i collegi uninominali. Ma la storia d’Italia smentisce la ricostruzione di Travaglio. Il trasformismo nasce idealmente nel 1852 grazie a Cavour, che preparò un’alleanza parlamentare fra l’ala più liberale della Destra e la componente più moderata della Sinistra.

Ma fu Depretis, divenuto premier nel 1876, a dare al trasformismo il suo nome e la sua giustificazione, auspicando “quella feconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costruire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale, ai nomi storici [di Destra e Sinistra] tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla tipografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo una idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova: il progresso”. Et voilà.

Il punto è che il sistema elettorale allora vigente era precisamente quello che Travaglio indica come rimedio ai cambi di casacca: il collegio uninominale. Che infatti fu escluso dai partiti repubblicani, all’indomani della Liberazione, proprio per i rischi di condizionamento, voto di scambio e trasformismo che, a loro parere, ne avevano segnato indelebilmente la natura corrotta negli anni del Regno.

Al contrario, fino al 1994 gli italiani hanno votato con un sistema proporzionale pressoché puro, e i parlamentari che nell’intero arco della Prima repubblica hanno cambiato schieramento si contano sulla dita di una mano: il più famoso fu Mario Melloni, eletto alla Camera nelle liste delle Dc e passato successivamente al Pci, dove divenne immortale sotto il nome di Fortebraccio.

Verrebbe da concludere che quando ci sono i partiti non ci sono i trasformisti, e viceversa: ma non vorremmo apparire troppo conservatori, né deludere l’ottimo Travaglio.

Vedi anche

Altri articoli