La commozione del Papa, l’ansia per il Giubileo

Parigi
SS. Papa Francesco - Angelus

08-11-2015

@Servizio Fotografico - L'Osservatore Romano

La necessità dell’Isis di allargare il conflitto su scala internazionale collocano Roma, in quanto capitale della cristianità, fra i possibili obiettivi a rischio

A Parigi abbiamo assistito a un episodio senza giustificazione “umana e religiosa” di quella “terza guerra mondiale a pezzi” che è in corso e che più volte è stato denunciata da papa Francesco. E’ quanto ha detto lo stesso Bergoglio in una breve telefonata nel corso della diretta televisiva dedicata agli attentati di Parigi dell’emittente della Cei, Tv2000. Il Pontefice ha manifestato la propria vicinanza al “popolo francese tanto amato”, “sono vicino ai familiari delle vittime – ha aggiunto – e prego per tutti loro”. “Commosso e addolorato” si è detto il papa, mentre, nel corso della notte, arrivavano notizie via via più drammatiche e inquietanti dalla capitale francese.

In una comunicazione ufficiale, diffusa sempre a ridosso degli avvenimenti, la Santa Sede affermava: “stiamo seguendo con costernazione queste terribili notizie. Siamo sconvolti da questa nuova manifestazione di folle violenza terroristica e di odio che condanniamo nel modo più radicale insieme al Papa e a tutte le persone che amano la pace. Si tratta di un attacco alla pace di tutta l’umanità che richiede una reazione decisamente e solidale da parte di tutti noi per contrastare il dilagare dell’odio omicida in tutte le sue forme”. La prima valutazione che si faceva Oltretevere, dunque, invocava una reazione convinta e solidale agli attacchi parigini. Nel frattempo la Santa Sede metteva a punto una reazione più articolata in riferimento a un evento, il prossimo Giubileo della misericordia che prenderà il via l’otto dicembre, considerato a questo punto un obiettivo sensibile per una terrorismo di matrice fondamentalista collegato con ogni probabilità all’Isis, lo Stato islamico attivo in Siria e Iraq.

E in effetti la frammentarietà e l’imprevedibilità delle cellule jihadiste in azione, la necessità dell’Isis di allargare il conflitto su scala internazionale come rilevano molti analisti in queste ore, collocano Roma, in quanto capitale della cristianità, fra i possibili obiettivi a rischio. Già in passato attraverso il web, gruppi del sedicente Stato islamico avevano minacciato Roma e il Vaticano, il papa e San Pietro; tuttavia si trattava di messaggi che sembravano avere un valore prevalentemente propagandistico (per quanto discretamente sia in Vaticano che in Italia il livello di attenzione fosse stato alzato). L’allargamento del conflitto in atto – gli attentati a Beirut di ieri con più di 40 morti e centinaia di feriti, l’abbattimento dell’aereo russo sul Sinai, l’attacco a Parigi – aprono ora uno scenario inedito in cui Roma, anche in ragione della sua valenza religiosa e di luogo di convivenza pacifica fra le tre fedi del ‘Libro’ (cristianesimo, islamismo e ebraismo), non può essere esclusa dal novero degli obiettivi di un attacco terroristico.

E di certo il Giubileo con i suo tanti eventi pubblici sparsi in tutta la capitale – senza contare che ogni diocesi del mondo vivrà in modo intenso e partecipato l’evento ecclesiale convocato da papa Francesco – con l’afflusso previsto di milioni di pellegrini, è al centro del crescente allarme di queste ore sia in Vaticano che in Italia. Da una parte infatti in gioco c’è la stessa sicurezza del papa la cui esposizione pubblica sarà moltiplicata, allo stesso tempo però non si può tralasciare l’ipotesi costituita da una strategia stragista come quella che stanno mettendo in atto i gruppi estremisti, in tal senso il rischio si estende a quanti arriveranno a Roma nelle prossime settimane e mesi. D’altro canto il tema della sicurezza è già nell’agenda istituzionale messa a punto per il prossimo anno santo e lo steso prefetto Franco Gabrielli ha parlato – prima però degli attentati francesi, quando in ogni caso l’allerta era già alta – di una soglia di attenzione elevata senza però blindare la città.

Ed è appunto in questo contesto, che padre Lombardi ha lanciato, a nome della Chiesa, una sfida pacifica di fronte agli eventi in corso: “Giovanni Paolo II diceva che il messaggio della misericordia era stato la grande risposta di Dio e dei credenti nel tempo oscuro e orribile della seconda guerra mondiale, dei massacri operati dai totalitarismi, della diffusione dell’odio fra i popoli e le persone”. Quindi “anche oggi, quando il Papa Francesco parla della terza guerra mondiale a pezzi, è necessario il messaggio della misericordia per renderci capaci di riconciliazione, di costruire ponti nonostante tutto, di avere il coraggio dell’amore”. Un approccio che è appunto il contrario del fondamentalismo, denunciato poco tempo fa dal papa come un male presente in tutte le religioni, al contrario la misericordia diventa la risposta a quell’uso ideologico e politico della fede che tocca il vertice nel fondamentalismo estremista. “Non è proprio tempo di rinunciare al Giubileo o di averne paura – ha affermato ancora Lombardi – Ne abbiamo più bisogno che mai. Dobbiamo viverlo con saggezza, ma anche con coraggio e con slancio spirituale, continuando a guardare in avanti con speranza nonostante gli attacchi dell’odio”.

In ogni caso i problemi non mancano anche se la scelta compiuta dal Vaticano sembra chiara nei suoi contenuti. Fra l’altro il Papa dovrebbe recarsi in alcuni paesi africani dal 25 al 30 novembre, è in programma per l’occasione anche una visita in Centrafrica dove la situazione è tutt’altro che tranquilla in ragione di un conflitto interno in cui non manca la componente interreligiosa islamico-cristiana. Le autorità della Santa Sede fino ad oggi hanno confermato la visita, ma restano dubbi consistenti sull’opportunità del viaggio. C’è infine la questione libanese che preoccupa non poco la Chiesa. Il Libano vive da molti mesi una profonda crisi istituzionale e un latente e progressivo coinvolgimento nella crisi siriana (anche in ragione della presenza di Hezbollah). Solo ieri attentati devastanti hanno sconvolto la capitale libanese (poche ora prima dei fati parigini quindi), anche questi rivendicati dall’Isis, provocando almeno 41 morti e un numero elvatissimo di feriti. Il Libano resta punto di riferimento per la Chiesa come ultimo modello possibile di convivenza interreligiosa presente nell’area mediorientale. E così mentre la diplomazia vaticana nel corso degli ultimi due anni, ha cercato di elaborare un progetto di cittadinanza per i cristiani del Medio Oriente (e per tutte le componenti etniche e religiose presenti nei vari Paesi), da considerarsi non più vittime sacrificali di fondamentalisti o ostaggio di dittature, sul piano della realtà la fine della presenza cristiana nella regione diventa ogni giorno più concreta. L’unica chance di fermare il processo in atto è quello di fermare la crisi militare e umanitaria che sta facendo a pezzi il tessuto civile di vari Paesi, come ha sottolineato più volte il nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari. Da rilevare infine, che proprio oggi doveva esser in visita in Italia e anche dal papa il leader iraniano Rohani, il viaggio è saltato per ragioni di sicurezza. Le conseguenze diplomatiche degli attentati si fanno sentire.

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