La Cina è troppo vicina

Economia
epa04895692 An investor reacts while monitoring stock data on an electronic board at a securities brokerage house in Beijing, China, 24 August 2015. The benchmark Shanghai Composite Stock Index dropped more than seven percent on 24 August, trading down on fears of a slowdown in the world's second-largest economy. The plunge in Chinese equities followed last week's losses of some 11 percent.  EPA/ROLEX DELA PENA

Cosa c’è dietro il crollo della borsa di Shanghai che travolge l’Europa e Wall Street?

Il rombo del tracollo delle borse cinesi rischia di giungere alle nostre orecchie attenuato dai ritmi rilassati dello strascico vacanziero, dalla distanza che ci ostiniamo a ritenere rilevante a dispetto dell’ubiquità della finanza globalizzata e forse anche dall’intimo compiacimento che stavolta tocchi a loro anziché a noi… Eppure sarebbe un grave errore sottovalutare la rilevanza, pratica e simbolica, di ciò che sta avvenendo.

Perché ci riguarda il crollo della borsa cinese? Quali effetti può avere una crisi finanziaria asiatica sull’economia reale europea? Sul piano pratico, gli effetti sono già fin troppo evidenti. La borsa di Shanghai ha perso il 40% da inizio giugno, provocando perdite per 5mila miliardi di dollari nelle ultime due settimane sui mercati di tutto il mondo.

Il contagio non si diffonde però soltanto attraverso canali finanziari, ma anche attraverso relazioni commerciali. Il rallentamento dell’economia cinese ha indotto le autorità di Pechino ad attuare una svalutazione del tasso di cambio, nel tentativo di far ripartire le esportazioni. Ma ciò non può che penalizzare i produttori di materie prime e le economie emergenti che dipendono dalle esportazioni verso la Cina. La stessa sorte tocca ad alcuni settori delle economie avanzate, in particolare alle industrie del lusso, che hanno potuto contare sinora sull’espansione del mercato cinese. Il rischio è che si inneschino guerre valutarie e commerciali che, sommandosi alla volatilità dei mercati, non potranno che aumentare l’incertezza e deprimere ulteriormente il livello degli investimenti globali.

Il tutto è amplificato dalle dinamiche tipiche dei mercati finanziari, in cui le aspettative si autorealizzano. Se i timori di un deprezzamento dello yuan provocano fughe di capitali dalla Cina, queste ultime rendono effettiva la paventata svalutazione.

Nel frattempo, la “fuga verso la qualità”, aumentando l’investimento in titoli ritenuti più sicuri, abbassa i tassi d’interesse al centro e li alza alla periferia, amplificando le fratture che già dividono le economie europee e globali fra nord e sud. Le ombre infauste dell’allargamento dello spread già incombono sugli oneri di finanziamento del nostro debito pubblico. Così, chi è debole diventa sempre più debole, finanziandosi a condizioni sempre più svantaggiose.

Ma, ben aldilà delle implicazioni pratiche, la crisi cinese, se analizzata nelle sue cause, mette a nudo i difetti strutturali dal sistema finanziario nel suo complesso.
Che cosa ha provocato lo scoppio della crisi due settimane fa?
La causa contingente risiede, come hanno rilevato diversi operatori, nel timore di un rialzo dei tassi da parte della Fed a fronte del protrarsi della stagnazione globale. Ma ciò significa che il sistema finanziario è drogato e dipende dalla continua somministrazione di metadone da parte delle banche centrali nella forma di iniezioni massicce di liquidità.

La causa strutturale della crisi ci porta ancor più vicini al nocciolo della questione: questa cinese non è che l’ennesima crisi dei subprime. Dopo i mutui cartolarizzati americani e i debiti sovrani europei, ora tocca alla borsa cinese. Negli ultimi cinque anni, a dispetto della crisi, il livello dell’indebitamento pubblico e privato in Cina è aumentato come in USA e in Europa nei cinque anni prima delle rispettive crisi. Da loro come da noi, la concessione di credito abbondante e a buon mercato è avvenuta senza alcun riguardo alla produttività effettiva degli investimenti sottostanti.

Si ricorda spesso che la parola cinese per designare la crisi si compone di due ideogrammi che indicano il rischio e l’opportunità. Che cosa può insegnare, dunque, questa nuova crisi cinese? Che noi dipendiamo da banchieri centrali e burocrati cinesi quanto la Cina dipende da mercati internazionali. Non ha senso contrapporre modelli di sviluppo. Modelli comunemente considerati alternativi sono in realtà complementari. Dalla rivoluzione finanziaria inglese in poi il capitalismo vive di una simbiosi fra stati e mercati sempre sull’orlo del fallimento.

Ciò che non tiene è l’architettura economica globale nel suo complesso. Occorre riporre all’ordine del giorno la riforma del sistema monetario e finanziario internazionale. Non basta chiedere alla Cina di uniformarsi sempre più al modello dominante, di liberalizzare ancor più i movimenti di capitali, magari in cambio dell’inclusione dello yuan nel novero delle valute riconosciute dal FMI. Occorre una moneta internazionale distinta dalle valute nazionali, per evitare che la crescita degli scambi commerciali si accompagni all’accumulazione di squilibri finanziari. E occorre una limitazione non quantitativa, bensì qualitativa, dei movimenti di capitali per assicurare che riflettano davvero le differenti prospettive di rendimento degli investimenti reali.

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