La Chiesa di Bergoglio e il voto cattolico fra Trump e Hillary

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U.S. President Barack Obama welcomes Pope Francis to the United States upon his arrival at Joint Base Andrews outside Washington September 22, 2015.  ANSA/ POOL REUTERS/Tony Gentile

L’ammonimento del Papa contro Trump e l’incertezza dell’episcopato americano

Ora che è certo che a sfidare il mega miliardario Donald Trump nella corsa per la Casa Bianca sarà Hillary Clinton, la vincitrice delle lunghe e combattute primarie democratiche, si possono fare una serie di considerazioni.

Una vulgata forse un po’ frettolosa di queste settimane, voleva che Trump – nonostante i tanti slogan ultra reazionari e provocatori – avesse alla fine dalla sua qualcosa in più: ovvero rappresentare l’uomo al di fuori dell’establishment repubblicano e dei poteri istituzionali, un nuovo leader antisistema. L’immagine insomma di una destra vera, profonda, iper-capitalista –  e, attenzione, una volta tanto nemmeno tanto religiosa nel linguaggio e nei messaggi trasmessi – che nasceva nel medesimo tempo a Wall street e nelle viscere del grande Paese.

Mentre Hillary era, al contrario, la persona sì competente ma invariabilmente legata alle dinasty politiche di Washington e ormai poco convincente.

Questo schema è in buona parte saltato quando la Clinton, a nomination ottenuta, ha messo in campo la vera novità di questa campagna: per la prima volta una donna può diventare presidente degli Stati Uniti. Così il miliardario e la ex first lady e ex Segretario di Stato, alla fin fine mai doma, sono ora in gara.

Sembra però scomparso d’improvviso, in questo scenario, l’elemento “cristiano” che ha sempre caratterizzato il confronto elettorale per la presidenza degli Stati Uniti.

Ted Cruz, senatore texano e candidato del “Tea party”, l’ala ultrà del partito repubblicano, è stato definito dai media il “paladino degli evangelici”, cioè delle tante piccole e grandi chiese di derivazione protestante presenti in America. E con lui i vari e diversi sfidanti battuti da Trump alle primarie repubblicane, avevano una forte identità religiosa. Sul fronte opposto, Obama appartiene a una corrente evangelica ‘liberal’, John Kerry, e Joe Biden, Segretario di Stato e vice presidente dell’attuale amministrazione, sono cattolici, sia pure di scuola progressista tanto da entrare non di rado in rotta di collisione con una gerarchia ecclesiale molto conservatrice.

E ora che succederà? Il fatto è che stavolta è stato nientemeno il Papa in persona a farsi sentire quando nel febbraio scorso – di ritorno dal Messico – ha detto: “Chi vuole costruire muri al posto di ponti non è cristiano”, il riferimento era proprio a Donald Trump.

Bergoglio aveva appena visitato il confine fra Ciudad Juarez e El Paso, toccando con mano quella barriera infinita di muri e fili spinati che divide il Messico dagli Stati Uniti. E lì aveva denunciato il dramma delle migrazioni, la necessità di ampliare i diritti e i processi di integrazione, di sostenere i Paesi più poveri, di combattere il crimine organizzato e il narcotraffico che sfruttano e opprimono i migranti.

Il commento su Trump, allora, aveva un preciso obiettivo: mettere in guardia l’opinione pubblica e la stessa chiesa americana in merito al messaggio che arrivava dal tycoon in corsa verso Washington. Successivamente il democratico Bernie Sanders, il candidato più decisamente esplicito nel criticare le diseguaglianze e il sistema finanziario globale, veniva accolto in Vaticano. Sono stati quindi almeno due gli interventi della Santa Sede più o meno diretti nella campagna per le presidenziali americane, un bel rischio, anche per Francesco.

D’altro canto c’è un dato che deve far riflettere: mentre l’episcopato conservatore statunitense, cresciuto con Wojtyla, ha fatto della battaglia contro l’aborto e le nozze gay l’architrave ideologico della propria azione pastorale e politica, scegliendo sempre il campo repubblicano, l’orientamento dei fedeli è cambiato facendo emergere una separazione fra pastori e comunità sempre più marcato.

Nelle due ultime elezioni per la Casa Bianca, infatti, la maggior parte dei cattolici ha votato democratico, ha scelto cioè Obama. E questo per almeno due motivi. In primo luogo la massiccia immigrazione da centro e Sud America sta cambiando il volto del cattolicesimo statunitense, sempre più ‘latino’, e qui le tematiche relative ai diritti dei migranti, alla sofferenza degli esclusi, alla richiesta di cittadinanza e legalizzazione, fanno premio.

Quindi la crisi economica ha rimescolato le priorità di una classe media che ha cercato risposte soprattutto sul piano di in una maggiore equità e giustizia sociale. In tal senso l‘elettorato cattolico di fatto riscopriva il cuore stesso della dottrina sociale della Chiesa e la trasformava in opzione politica.

Ora né Clinton né Trump sembrano avere una sensibilità specifica verso la Chiesa cattolica, ma sono entrambi abbastanza navigati da sapere che dovranno affrontare la questione.

Hillary – che gode in ogni caso del sostegno ampio della maggior parte dei cattolici democratici – proporrà un’America inclusiva, anche sul piano sociale, e di certo potrà dimostrare che, almeno in parte, il messaggio di Sanders è anche il suo, del resto dovrà inevitabilmente tenere conto del consenso raccolto dal suo rivale per ragioni politiche evidenti. Inoltre potrà affrontare i temi connessi alla riforma migratoria, non realizzata da Obama privo della maggioranza al Congresso, vale a dire l’allargamento dei diritti di cittadinanza a milioni di immigrati già residenti negli Usa che ora ne sono esclusi.

Ancora, come ha già fatto, promuoverà l’idea di un’America che non fa la guerra ai musulmani, di un Paese in cui il pluralismo religioso è un valore e di conseguenza la libertà religiosa andrà tutelata. Questa la sua possibile sfida, difficilmente invece potrà mutare posizione sui temi etici.

Trump, che con questo Papa ha comunque poco in comune (ma raccoglie simpatie crescenti fra i cattolici repubblicani), dovrà puntare molto sul blocco evangelico conservatore, quest’ultimo, per altro, non attende altro che trovare un nuovo condottiero anti-Washington e anti-sistema, caratteristiche ben presenti nel Trump-pensiero.

Infine in questo complesso frangente l’episcopato è chiamato a una scelta che non consente più ambiguità; e non sarà facile per una Chiesa in cui il rinnovamento è appena cominciato, capire come muoversi i uno scenario politico che ancora una volta mostra una faccia inedita dell’America.

 

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