La “casta” di Hollywood

Usa
epa05706524 A handout photo made available by the Hollywood Foreign Press Association (HFPA) on 09 January 2017 shows Meryl Streep accepting the Cecil B. DeMille Lifetime Achievement Award during the 74th annual Golden Globe Awards ceremony at the Beverly Hilton Hotel in Beverly Hills, California, USA, 08 January 2017.  EPA/HFPA / HANDOUT ATTENTION EDITORS: IMAGE MAY ONLY BE USED UNALTERED +++ MANDATORY CREDIT ++ HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES/NO ARCHIVES

Meryl Streep può criticare il magnate ma per i suoi elettori l’élite del cinema fa parte dell’odiato stablishment

Meryl Streep ha parlato di Donald Trump durante la cerimonia dei Golden Globes svoltasi domenica notte. Ne ha parlato senza nominarlo, fingendo di lodare una sua «interpretazione» per poi chiarire subito che non era dentro un film, ma nella vita reale, e che le era sembrata terribile; si riferiva al brutale scimmiottamento con il quale l’imminente presidente degli Usa ha preso in giro, durante la campagna elettorale, un giornalista disabile (Serge Kovaleski, del New York Times).

Prima ancora, l’attrice si è lanciata in una difesa degli «stranieri» usando, bisogna dirlo, paragoni bizzarri: ha ricordato di essere nata nel New Jersey (che fino a prova contraria è ancora uno dei 50 stati dell’Unione) per poi sottolineare come Hollywood sia, e sia sempre stata, piena di artisti e cineasti venuti «da fuori». Trump ha reagito a modo suo, definendo Meryl Streep un’attrice «overrated» (sopravvalutata) e una «Hillary Lover» (un’innamorata di Hillary Clinton).

Fra le infinite reazioni al discorso di Meryl Streep, quasi tutte osannanti, ci ha colpito una voce fuori dal coro. Gay Talese, il famoso scrittore e giornalista italo-americano, ha dichiarato a La Stampa: «Io penso che le uscite come quella di Meryl Streep danneggino la sua stessa causa, perché rafforzano la convinzione di chi ha votato Trump. Gli elettori del nuovo presidente lo hanno scelto proprio contro l’establishment, che nella loro mente include le élite liberal come quella di Hollywood».

Talese ha anche detto che non vorrebbe più sentire sermoni politici da parte di attori, ma quella della Streep era una critica più morale che politica; inoltre, in un Paese libero ognuno dice ciò che gli pare. Ma la riflessione su Hollywood come «casta» è sacrosanta, almeno per quanto concerne la percezione dell’establishment hollywoodiano da parte dell’America rurale e profonda: che ha votato Trump e che probabilmente non ha mai visto un film con Meryl Streep dai tempi del Cacciatore di Cimino.

Tra l’altro, gli endorsements di politici democratici da parte di cineasti, rockstar e documentaristi alla Michael Moore sono, da diversi anni, una sorta di «bacio della morte»: Gore, Kerry e la Clinton ne hanno ricevuti a valanga, e si è visto il risultato. Infine, nella prima parte del suo discorso la Streep ha sostenuto –per così dire –i diritti di stranieri e minoranze facendo riferimento ai milionari hollywoodiani seduti in sala, e ha difeso i giornalisti facendo appello alla Hollywood Foreign Press, l’associazione che organizza e assegna i Golden Globes: di nuovo, a una ristrettissima casta che comprende alcuni dei reporter più embedded del pianeta.

Ogni artista di Hollywood ha diritto a fare «sermoni» o discorsi. Ha anche diritto a fare pronostici come quello di George Clooney che lo scorso febbraio, al festival di Berlino, disse: «State tranquilli, non chiedetevi cosa succederà se Trump dovesse diventare presidente perché Trump non diventerà presidente». Ognuno ci mette la faccia e ne paga le conseguenze. Ma la sensazione forte è che la cosiddetta Hollywood liberal parli a chi è già convinto, e non percepisca (come alcuni politici italiani) il risentimento che una parte del Paese nutre nei suoi confronti. Prepariamoci alla notte degli Oscar: a Trump fischieranno le orecchie, ma i suoi elettori si rafforzeranno nelle proprie convinzioni.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli