La bufala del referendum tradito

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Come costruire una menzogna e farla durare anni

Nel giugno 2011 gli italiani furono chiamati a esprimersi su quattro referendum, approvati a grande maggioranza. Due di essi riguardarono il legittimo impedimento e il nucleare. Gli altri due sono passati alla storia come “i referendum sull’acqua pubblica”.

Da allora (e con ondate particolarmente intense, tipo quelle di questi giorni su Il Fatto Quotidiano), la leggenda narra che:

  1. L’approvazione di quei due referendum obbligava i comuni a gestire il servizio idrico integrato tramite aziende speciali di diritto pubblico.
  2. Poiché tale prescrizione non si è mai realizzata, la volontà popolare è stata tradita. Da biechi e antidemocratici servi del capitalismo, per giunta.

Spesso le leggende sono esagerate. In questo caso invece non assurgono neanche a tal dignitoso stato: sono, invero, semplicemente un cumulo di volgari e maldestre falsità. Vediamo brevemente perché, con linguaggio semplice e non tecnico.

Con quei due referendum, agli italiani furono poste due domande:

1) Siete d’accordo che l’affidamento della gestione di servizi pubblici locali a rilevanza economica (acqua, rifiuti, gestione parcheggi, cimiteri, illuminazione pubblica, ecc) avvenga obbligatoriamente tramite gara pubblica[1], in cui si selezioni l’operatore più efficiente, pubblico o privato che sia?

2) Siete d’accordo che nella bolletta dell’acqua il costo degli investimenti (costruzione e manutenzione di tubature, fogne, acquedotti, ecc ) sia calcolato forfettariamente al 7%?

In entrambi i casi gli italiani risposero di no. Secondo loro non era giusto.

Secondo il popolo sovrano un comune – quando si tratta di scegliere come affidare un servizio pubblico –  deve essere libero di scegliere se fare la gara o se affidare in-house (senza in questo caso dover vendere una quota minoritaria dell’azienda pubblica).

Secondo il popolo sovrano le bollette dell’acqua non devono contenere una copertura di costi “forfettaria” degli investimenti sulle infrastrutture idriche. Devono essere coperti i costi effettivamente sostenuti, non quelli presunti.

A fronte di queste due volontà (espresse con oltre il 95% dei voti favorevoli) l’ordinamento giuridico italiano si è adeguato no?

Le norme oggetto di referendum abrogativo sono state tutte eliminate dal nostro ordinamento circa un mese dopo lo svolgimento del referendum[2]. Vero è che pochi giorni dopo il Governo Berlusconi (art.4, legge 138/2011) provò a ristabilire l’obbligo di gara per tutti i servizi pubblici tranne quello idrico, ma altrettanto vero è che meno di un anno dopo la Corte Costituzionale dichiarò incostituzionale tale tentativo, che fu pertanto cancellato. Come risultato, al giorno d’oggi un comune è pienamente libero di scegliere le modalità di affidamento di un servizio pubblico locale di rilevanza economica: può fare la gara (alla quale può ovviamente partecipare un’azienda pubblica), o può affidare in-house ad una società a capitale interamente pubblica e che il Comune controlli “come se fosse un ufficio pubblico”[3].

Anche sul secondo referendum cosiddetto “dell’acqua pubblica” il volere del popolo sovrano è stato pienamente attuato. Il 28 dicembre 2012 l’Autorità di Regolamentazione competente (Autorità  per l’Energia Elettrica, Gas e Servizi Idrici) ha approvato un nuovo metodo che considera gli investimenti effettivamente realizzati e gli oneri di finanziamento effettivamente sostenuti in bilancio, considerando anche le eventuali agevolazioni ottenute. Laddove non ulteriormente quantificabile, stima il costo utilizzando la media degli ultimi 12 mesi del BTP a 10 anni. Un indicatore non particolarmente generoso verso le aziende (quasi sempre pubbliche) che gestiscono il servizio idrico, visto che esse – per dimensioni e struttura finanziaria – difficilmente riescono davvero a finanziarsi a tassi così bassi.

Questo è quanto.

E allora di che parlano coloro che – a volte anche autorevolmente – citano la “volontà popolare tradita del referendum sull’acqua” ?!
Parlano di un referendum che non si è mai svolto. Su cui gli italiani non sono mai stati chiamati a esprimere il loro parere. Un referendum che fu preventivamente bocciato dalla Corte Costituzionale, e pertanto non arrivò mai alla matita del popolo sovrano. Si tratta di un referendum che – effettivamente – avrebbe obbligato i comuni ad affidare il servizio idrico integrato ad aziende di diritto pubblico (come qualcuno ha poi, legittimamente, scelto comunque di fare[4]).  Un referendum mosso dalla cieca e ideologica convinzione che ai cittadini l’acqua arrivi più pulita a seconda della forma giuridica dell’azienda che gestisce il servizio e non, invece, sulla base dell’efficienza e competenza degli amministratori, e la qualità della regolazione pubblica. E che proprio per questo fu dichiarato illegittimo dalla Consulta.

Periodicamente, i disinformatori utilizzano la grande maggioranza che ha approvato i due quesiti referendari del 2011 (il cui dettato è stato pienamente realizzato) per tirare dentro un referendum il cui dettato invece non è stato mai messo in pratica. Semplicemente perché esso non si è mai svolto.


 

[1] Oppure, se l’azienda affidataria del servizio pubblico è quotata in borsa, siete d’accordo che possa mantenere l’affidamento in-house solo se cede il 40% del capitale sociale ad un socio privato?

[2] Si tratta dei DPR n.113,116,114,115 del 18 luglio 2011.

[3] Si tratta del requisito della presenza del controllo analogo: in poche parole, il comune deve poter effettuare su tale società un controllo e una capacità di intervento analoghi a quelli esercitabili su un ufficio dell’amministrazione comunale.

[4] Il Comune di Napoli ha scelto di affidare il servizio idrico integrato ad un’azienda di diritto pubblico (chiamata ABC).

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