La Brexit e noi

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L’Europa senza Gran Bretagna sarebbe a metà e non dobbiamo sottovalutare l’effetto politico che una vittoria Brexit potrebbe avere su governi, politica, opinione pubblica di altri paesi

(Questo articolo di Walter Veltroni è apparso il 12 giugno sull’Unità, e lo ripubblichiamo perché per molte cose oggi suona attualissimo).

 

Se avete dei parenti, degli amici, dei conoscenti che risiedono in Gran Bretagna e lì sono elettori, chiedete loro di andare a votare, il 23 giugno, e di votare contro la Brexit. Secondo me, a pochi giorni da quel voto, l’Europa sta sottovalutando il colpo davvero ferale che potrebbe infliggerle il voto degli inglesi. Gli ultimi sondaggi danno in vantaggio il fronte antieuropeo e le borse hanno cominciato a imbarcare i segni negativi dei listini, e questo è avvenuto solo sulla base di previsioni.

Temo, con il ministro delle finanze tedesco, che i contraccolpi del risultato possano essere davvero pesanti. L’Europa sconta la sua debolezza e la sua incompiutezza, il segno di nazionalismi che hanno prevalso, spesso mascherati, sullo spirito comunitario. Ma l’Europa è la principale conquista che governi e cittadini del continente abbiano ottenuto dal dopoguerra.

Ci siamo bombardati, perseguitati, invasi per decine di anni. E decine di anni ci abbiamo messo per conquistare una moneta, una banca , un parlamento unitari. Per far sparire quelle frontiere per difendere o estendere le quali è scorso molto sangue europeo. Tutto sarebbe messo in gioco da quel voto. L’Europa senza Gran Bretagna sarebbe a metà e non dobbiamo sottovalutare l’effetto politico che una vittoria Brexit potrebbe avere su governi, politica, opinione pubblica di altri paesi.

A cominciare da quelli del Nord Europa. E, d’altra parte, non sono già in testa forze antieuropee in Francia, Austria? Ieri sul Corriere della Sera il leader della destra estrema inglese Farage annunciava che lui e Grillo avrebbero messo, nei prossimi mesi, in ginocchio l’Europa, «facendola saltare». E che conseguenze avrebbe , dal punto di vista finanziario, il diffondersi di atteggiamenti antieuropei in vaste aree del continente? La crescita dei tassi di interesse e un aggravio del debito pubblico sarebbero i più probabili. Continuo a dirlo, vorrei gridarlo: ci rendiamo davvero conto dei pericoli storici di questa fase?

Chi è tanto ingenuo da pensare che la più lunga recessione della storia contemporanea, accompagnata alla precarizzazione della vita delle persone e a una rivoluzione tecnologica che muta i paradigmi fondamentali del vivere, sapere e comunicare, avvenga senza portare con sé anche conseguenze politiche che possono mettere in discussione persino la forma di governo, la democrazia, che ci siamo dati con tanta fatica e sacrificio ? Ma non basta e non serve prendersela con chi, scorgendo un disagio reale, quello che attraversa i giovani, le famiglie, le periferie sociali e urbane, fornisce ad esse la risposta più furba e facile, promettendo cose che non esistono e creando le condizioni per nuove, pericolose disillusioni e seminando veleni dai quali sarà difficile immunizzarsi.

Non basta, se l’Europa è un’automobile senza ruote, se non ha la forza di pensarsi davvero come soggetto unitario. Se appare vincoli e mai opportunità, se non è capace di decidere e di far rispettare le decisioni, come nel caso dei flussi migratori. Come fu per l’instabilità dell’Italia prefascista, sarà alla fine la cecità e l’egoismo delle classi dirigenti a generare nuovi nazionalismi, spiriti isolazionisti, particolarismi sociali e individualismo diffuso. Fino a compromettere la democrazia.

L’Europa non può restare appesa ai sondaggi, non è uno spettatore televisivo. Se vuole evitare che si diffonda l’antieuropeismo deve essere più Europa. Non sembri un paradosso, è così. Per serbare la metafora: nessuno terrebbe parcheggiata sotto casa una macchina con due ruote solamente, incapace di muoversi. Ci vuole una scossa europeista, per sconfiggere la passività dei governi e l’emotività della politica furbacchiona. La teoria è che da soli si sta meglio. Trump ne è, parlando degli Usa, un apostolo di questa linea. Da soli si muore, invece. Qualcuno sta guardando uno degli indici da sempre più importanti del cammino umano: la demografia? Anche i dati resi noti dall’Istat ieri dovrebbero far riflettere. Voglio fornirne uno io, credo senza possibilità di replica.

Nel 1950 l’Europa era il 21% della popolazione mondiale, nel 2150 sarà il 7%. Discorso chiuso. Continuiamo a pensare che il problema siano gli immigrati, chiudiamo le frontiere, costruiamo muri e stendiamo filo spinato e faremo una società di anziani, poco propensi ai consumi, da assistere con un welfare che non troverà risorse, da occupati sempre in calo e allora potremo essere sicuri che il nostro destino è il declino. Questo ci stanno preparando, con il corredo del pericolo di conflitti pericolosi, i demagoghi di turn o. Ma a loro fanno buona compagnia gli europeisti della domenica, quelli che firmano accordi che disattenderanno, quelli che vogliono egemonizzare e quelli che rallentano, rinviano, prendono tempo. Il tempo non c’è più, ora. O l’Europa o il dilagare dei nazionalismi e dei particolarismi. Non è, come si vede, cosa da poco.

La politica, frettolosa come un gattino cieco, si affanna in mille baruffe chiozzotte. E non vede più la disperazione sociale, l’incertezza del futuro, la fragilità di opinioni pubbliche attraversate da tsunami sempre fondati sul genere più in vendita in questo tempo: la paura. Spetta alla sinistra moderna, che per me è sempre cambiamento e mai conservazione, combattere ora per restituire sicurezza sociale a chi soffre. Sicurezza contro precarietà della vita. Speranza contro paura. E la sinistra e il riformismo non devono essere i difensori di questa società malata. Proprio alla sinistra del duemila, liberata da ideologie e vecchiezze, spetta per me infatti il compito di delineare, nelle nuove condizioni storiche, il profilo di una diversa vita sociale e di nuove relazioni umane. La sinistra moderna deve proporre, come fecero i suoi padri con il socialismo o con il solidarismo sociale cristiano, un modello di relazioni economiche, di equità e opportunità, di libertà individuali e collettive, di vivere urbano, di forme di conoscenza e di decisione che siano adatte per il rivoluzionato assetto della società del duemila. Una nuova società, che male c’è?

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