La Birmania pronta a scegliere il suo futuro

Esteri
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Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche e “The Lady” Aung San Suu Kyi ha molte possibilità di farcela

L’aereo atterra puntuale sulla pista di Yangon, anche se per smaltire la coda del controllo passaporti servono quasi due ore.  È da poco passata l’alba ma la città già brulica di traffico, l’aria satura di smog e clacson, le strade intasate di furgoni e motorini. La Birmania sembra avere fretta. Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche, un appuntamento che in Europa ha suscitato molte speranze democratiche.

Il tassista che ci accompagna dice soddisfatto che Barack Obama ha visitato il Paese ben due volte, e quando passiamo davanti all’albergo dove ha alloggiato il Presidente americano rallenta indicandolo con il braccio. In linea d’aria è vicino alla casa di Aung San Suu Kyi, dice. Avevamo capito che bisognasse essere prudenti con i discorsi sulla politica, ma il nostro tassista non ha dubbi, The Lady (come tutti la chiamano) vincerà. Premio Nobel per la pace nel 1991, agli arresti domiciliari per quasi dieci anni, gli ultimi terminati solo nel 2010, The Lady è la principale oppositrice del governo e in molti, oltre al nostro tassista, ci dicono che senza dubbio il suo National League for Democracy (NLD) vincerà le elezioni, ma. Già, ci sono parecchi ma in questa storia. Aung San Suu Kyi, in base alla Costituzione Birmana modificata dalla Giunta militare nel 2008, non può diventare Presidente perché l’articolo 59 F lo vieta a chiunque sia sposato con uno straniero o abbia figli cittadini di paesi stranieri. No, non è un caso che Aung San Suu Kyi fosse sposata con un cittadino britannico e i suoi due figli abbiano passaporto inglese.

In giro per Yangon veniamo travolti da un flusso di persone indaffarate, e chi non va da qualche parte staziona davanti a bancarelle di cibo fritto, o ciotole fumanti, o consulta uno smartphone seduto sui mini sgabelli di plastica colorata, tantissimi gli smartphone non solo tra i ragazzi, non solo a Yangon.  Anche i monaci capita di vederli con il capo chino e lo sguardo sul display. A terra sputi rossi di betel, e nelle orecchie il rumore di quegli sputi, parabole blu su balconi scrostati, cani randagi e odori forti, e ogni tanto, svoltando un angolo, alti i palazzi coloniali di una decadenza struggente. O forse è solo il caldo umido che col passare delle ore si fa asfissiante. Quando il fuso orario e la corrente elettrica lo permettono, in tanti si accalcano nei bar per guardare le partite di calcio, la Premier League è la più amata, segue la Liga, di italiani si sentono solo nomi di calciatori anni ‘90.

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Foto di Luisa Altobelli

La comunità internazionale ha salutato con favore la recente liberazione di circa settemila detenuti per “ragioni umanitarie”, ma. Ancora dei ma sulle speranze democratiche birmane. E sono di nuovo le modifiche alla Costituzione del 2008 a suscitare preoccupazioni, a prescindere dal risultato di novembre, infatti, il 25% dei posti nel Parlamento sarà riservato ai militari e per poter effettuare modifiche alla Costituzione serve la maggioranza di almeno il 75%. Che tradotto vuol dire potere di veto dell’esercito su qualunque modifica significativa.

Alcuni esponenti del National Democratic Force (NDF), formazione nata da una costola dell’NDL, chiedono che i militari considerino l’ipotesi di ridursi volontariamente quel 25% che la Costituzione assicura loro. Sembra una posizione velleitaria, ma non sono i soli a sostenerla. Anche il Shan Nationalities League for democracy (SNLD) è su questa linea. Ecco, la formazione di un fronte democratico con al centro l’NLD, insieme al NDF e ad alcuni dei partiti etnici come l’Arankan National Party (ANP) e appunto l’SNLD potrebbe essere una delle chiavi di queste elezioni; il fatto che i governi locali stiano provando a ritagliarsi uno spazio di autonomia dal governo centrale viene letto come un segnale in questa direzione.

In attesa di capire come si muoverà l’Europa, a giugno Aung San Suu Kyi è andata per la prima volta in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping. Gli investimenti cinesi sono di gran lunga i più consistenti, insieme a quelli indiani e thailandesi, e i rapporti con l’ingombrante vicino non sono da sottovalutare nemmeno in queste elezioni. La Birmania, del resto, soffre di carenze infrastrutturali, e le piogge monsoniche di fine luglio hanno causato allagamenti e vittime in molte zone del Paese, quasi cento i morti e un milione le persone colpite. Ai semafori di Yangon, e lungo la carreggiata tra le macchine che sfrecciano, ragazzi giovanissimi raccolgono soldi per le vittime dell’alluvione. Ci fermiamo per parlare con alcuni di loro, ci dicono tutti di essere volontari. E mentre parliamo la pioggia torna all’improvviso, intensa, scrosciante, gli uomini si tirano su i longyi (una specie di saio-pantalone legato in vita e lungo fino ai piedi), le ragazze aprono gli ombrelli, li tengono aperti anche in motorino, sedute dietro con le gambe di lato, come da noi facevano un tempo le signore italiane portate in vespa, ma a differenza che altrove, le ragazze birmane non siedono solo dietro, in molti casi guidano, escono da sole, si vestono come vogliono, studiano.

Proseguiamo a nord fino a Mandaly, sul pullman i rallentamenti sono frequenti, per l’allagamento e per le strettoie dei lavori, ma anche per far salire nuovi passeggeri e pagare pedaggi, rallentiamo ma non ci fermiamo mai del tutto, un uomo accanto all’autista fa tutto al volo, con un braccio tira su persone, con la mano lascia scivolare soldi. Non ci sono ricevute, non ci sono resti. È sempre lui, l’aiutante di complemento, che durante il viaggio, sporgendosi dal finestrino, suggerirà all’autista quando sorpassare. In Birmania la guida è a destra ma il senso di marcia è quello dei Paesi con guida a sinistra, e questo – soprattutto nelle strade strette a doppio senso – crea per l’autista zone cieche inquietanti. L’aria condizionata al massimo, invece, è una certezza sempre.

Mandalay è una città caotica, rumorosa quanto Yangon ma con meno fascino. Andiamo a parlare con i Muostache Brothers, il taxi ci lascia davanti a una casa con una rampa. Erano tre fratelli, e per anni hanno fatto satira politica in giro per il Paese. Lu Maw, il baffo numero due come usa chiamarsi, quando sente che veniamo dall’Italia ci fa l’imitazione di Dario Fo e Roberto Benigni, e durante lo spettacolo cita più volte Sofia Loren, di cui si dichiara innamorato da sempre, di nascosto dalla moglie (anche lei sul palco); è un uomo segaligno di 65 anni, Lu Maw, con due lunghi baffi bianchi e una vitalità travolgente, ma sulle elezioni di novembre non nutre molte speranze. È tutto un trucco, ci dice, è una farsa, non mi aspetto niente. Nel 1989 Par Par Lay (il baffo n. 1) fu arrestato e condannato a sei mesi di prigione per una gag sulla corruzione dei militari e di nuovo nel 1996, a seguito di un nuovo spettacolo di satira, fu prelevato di notte dalla sua abitazione e condannato a undici anni di lavori forzati, a spaccare pietre nel Mytkna. A me non mi hanno mai arrestato, dice, perché ero più intelligente di lui. Ride, ma si vede quanto ha sofferto per il carcere del fratello. Par Par Lay, che anche grazie alle pressioni di Amnesty International venne rilasciato nel 2001 dopo cinque anni e sette mesi di carcere, è morto nel 2013. Alle pareti di quello che è uno stanzone al piano terra della loro casa (dove sono costretti a fare gli spettacoli), le foto dei tre Moustache Brothers con Aung San Suu Kyi. E’ lì davanti che nel 2000 The Lady ha pronunciato uno dei suoi famosi discorsi. Oggi gli spettacoli di Baffo n. 2 e Baffo n. 3 sono in inglese, per un pubblico di turisti, un mix colorato di battute e danze tradizionali, Quando sono andato dal dentista in Thailandia mi ha chiesto, ma perché fino a qui? Non avete bravi dentisti in Birmania? Sì, ma in Birmania non possiamo aprire la bocca. Ride sornione e poi saltella sul palco per una nuova gag sulla corruzione dei vigili urbani, mentre si aiuta con cartelli colorati per farsi capire da tutti. Obama è venuto in Birmania, dice mostrando una foto in cui il Presidente americano dà un bacio a Aung San Suu Kyi, uno a zero per gli americani, ma noi abbiamo risposto, e tira fuori una foto in cui Aung San Suu Kyi dà un bacio a Obama. Uno a uno, pari.

Sulla strada di ritorno ci fermiamo a Bago, sono le sei del mattino quando vediamo i monaci sciamare silenziosamente fuori dal monastero in due file ordinate, scalzi, nel loro saio bordeaux, ciascuno con in mano una ciotola, escono per ricevere le offerte dalla popolazione, riso soprattutto e in alcuni casi soldi, rientrati al Monastero metteranno tutto in comune, per poi alle 11.00 mangiare insieme l’unico pasto della giornata. In Birmania i monaci sono circa 500mila (su 55 milioni di abitanti), sono stati loro a iniziare le proteste di piazza del 2007 e da allora molti non accettano più le offerte dei militari.

Rientrati a Yangon, percorriamo a piedi il lungo viale fino alla casa di Aung San Suu Kyi. Arriviamo davanti al 54 di University Avenue senza essere fermati, non c’è più il blocco che impediva il passaggio fino al 2011, ma un alto muro circonda la casa e impedisce la vista. Sul portone il simbolo e le bandiere dell’NLD. Non sono settimane facili per la regale leader birmana, dopo le polemiche seguite alla mancata presa di posizione sulla questione della minoranza mussulmana rohingya vittima di attacchi da parte di estremisti buddisti (sic!), deve ancora sciogliere il nodo del candidato presidente del suo partito. Fallito ogni tentativo di modificare l’articolo 59 F, Aung San Suu Kyi ha dichiarato che sarà comunque scelta una personalità dell’NLD, anche se uno dei nomi che venivano fatti con più insistenza, quello dell’ottantanovenne U Tin Oo, in un’intervista al The Irrawaddy ha fermamente smentito di essere interessato. Le beghe della politica giornaliera non sono facili da affrontare nemmeno per un Premio Nobel.

L’8 novembre si avvicina e gli appelli affinché i rappresentanti dei partiti abbiano libero accesso ai seggi si moltiplicano. La paura d’irregolarità continua a essere molta. Lungo le strade i ragazzi proseguono la raccolta per le vittime dell’alluvione, sono tanti i birmani che si fermano e allungano la mano per fare una donazione; nonostante le difficoltà economiche, aggravate da anni di isolamento, si avverte un forte spirito di comunità, di aiuto reciproco, del resto già Orwell faceva dire al suo Flory che i birmani non lasciano morire nessuno di fame.

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