La battaglia delle donne in un mondo non più binario. Discutendo con Francesca Izzo

Diritti
ANSA/ANDREA MEROLA

Sta tutto nel sentire quella “stanza tutta per sé” che Virginia Woolf aveva fatto assurgere a simbolo dell’autonomia femminile, ormai un po’ stretta

Cara Francesca Izzo,

le sue riflessioni sono importanti. Innanzi tutto perché è confortante sapere che chi ha avuto un ruolo cruciale nei movimenti più recenti per i diritti delle donne sia consapevole del fatto che le rivendicazioni femminili siano ora in un momento di impasse. Non si tratta di mettere all’indice nessuno, e men che meno si vuole sminuire l’importanza della battaglia per i diritti delle donne. E neppure la specificità del confronto, che non può essere trattato come ogni altra battaglia sui diritti civili. Il rischio sarebbe quello di ricadere in un’omogenizzazione delle rivendicazioni che non avrebbe senso, se non sui diritti fondamentali.

Ma è altrettanto innegabile che la battaglia delle donne oggi non sia più unicum, ma faccia parte – pur nella sua unicità – di un più vasto territorio di rivendicazioni dei diritti civili in un quadro di genere che non è più binario, ma variegato. E le sinergie tra generi diversi, ma ugualmente sottoposti a pratiche di aggressione e di subordinazione, sono tante, un patrimonio di elaborazione prezioso per tutti e tutte.

Faccio un paio di esempi, tra i tanti possibili: il ragionamento sulla maternità diventa oltremodo complesso se la madre, o le madri, sono omosessuali, il discorso sull’identità transgender e sulle pratiche transizionali che riguardano il passaggio da un genere sessuale a un altro sfidano e rilanciano il dibattito “classico” dell’elaborazione femminista. Su questo fronte, contaminato e – forse finalmente – ibrido si gioca una partita rinnovata e moderna del pensiero delle donne su se stesse. Un pensiero che manterrebbe, intatta, una sua dimensione autonoma, ma che coesiste e coevolve nella mappa diversificata e ricchissima del discorso contemporaneo sui generi. La battaglia contro la violenza sulle donne è diversa ma non perde di importanza, né si snatura, se si unisce a quella contro l’omofobia.

Ed è davvero fondamentale capire che l’indignazione per il frequente mancato riconoscimento dell’autorità politica riservato alle donne (anche in questo caso, credo si possano cogliere similitudini con chi fa politica dichiarando la propria omosessualità) non può essere viziata da retaggi ideologici ormai sempre più faticosi da giustificare nella loro limitatezza.

Sta tutto nel sentire quella “stanza tutta per sé” che Virginia Woolf aveva fatto assurgere a simbolo dell’autonomia femminile, ormai un po’ stretta. È ora di uscire da quella stanza, aprire le finestre di tutta la casa e rinfrescare l’ambiente. È credo, il tempo di saper essere donne in un mondo che lungi dall’essere binario è un patchwork di identità, culture, storie. Il patchwork è stato un simbolo del linguaggio femminista perché sapeva riassumere, nel suo stesso concetto, l’idea della creatività e della capacità femminile di riunire in un manufatto la complessità della vita quotidiana, i suoi frammenti sparsi. È questo tratto, della ricomposizione, che stride con l’attuale tendenza all’isolazionismo di certo femminismo, nella sua pretesa di purezza e – persino – di autosufficienza.

Quelle coperte colorate – arcobaleno si potrebbe dire riprendendo una simbologia contemporanea in riferimento alle varie identità di genere – se le inventarono le pioniere statunitensi per tirare fuori il meglio da una quotidianità in cui i vestiti diventavano spesso stracci, da cui ricavare un triangolo, un quadrato da mettere insieme agli altri, erano il simbolo gioioso e resiliente della creatività femminile. Recuperiamo quella capacità di essere gioiosamente resilienti, ché quella, davvero, le donne non l’hanno mai avuta in difetto.

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