La base culturale delle unioni civili? Esiste dal Settecento

GENERazioni
instant désirè

Il concetto giuridico di cittadinanza si è sviluppato parallelamente alla rappresentazione più “libertina” dell’affettività e della vita erotica

Premessa. Accadde mercoledì 10 febbraio, nell’aula di palazzo Madama. Secondo Pietro Grasso, usare il voto segreto per il ddl Cirinnà non avrebbe alcun fondamento giuridico e rischierebbe di minare la coerenza sistemica dell’ordinamento: la ragione è che «la disciplina delle formazioni sociali dove si svolge la personalità dell’individuo» – formazioni tra cui le famiglie costituite da persone dello stesso sesso – «trova il proprio fondamento costituzionale nell’articolo 2» e non nell’articolo 29.

Prima considerazione: amare, esistere. Che funzione svolgono le relazioni amorose nel “compimento” dell’identità individuale? Sibilla Aleramo applicava cartesianemente un nesso di causalità alla relazione amore-esistenza (Amo, dunque sono, 1933): ma “amo, e (anche) per questa ragione vedo riconosciuta la mia esistenza” un tema che raccoglie tutta una serie ampia di conflitti politico-giuridici accomunati da somiglianze “di famiglia” (chissà che Wittgenstein non avesse già capito dov’era il problema?).

Seconda considerazione: soggettività giuridica e natura delle formazioni sociali come discorsi culturali. L’articolo 2 del ddl Cirinnà recita: “Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni”. Il testo disciplina il rito di riconoscimento di un affetto, o di un legame che concorre a definire l’identità di un individuo. È in gioco il diritto alla affettività intesa come cornice in cui riconoscersi e progettare una forma di vita: per entrare in relazione con la realtà e la comunità di appartenenza e, insieme, per autodeterminarsi.

Considerato che nella nostra cultura costituzionale (e con ‘nostra’ s’intende anche europea), la cornice la fa il principio di dignità umana, fondato su “precise idee normative delle persone, determinate dalla cultura nella quale si sono sviluppate” (Häberle, 2003), è indubbio che l’amore, la sessualità e l’affettività riguardino direttamente questo principio. Perciò, questi aspetti esistenziali sono fondativi della soggettività giuridica e non riguardano aspetti collaterali e integrativi della stessa: siamo di fronte a una vera e propria “questione” giuridica, che da vicenda personale diventa culturale e quindi istanza politica e morale (Manconi).

Oggi il dibattito rispecchia un sentire comune coltivato nel tempo e attraverso diverse dimensioni del discorso pubblico. Il carattere eminentemente culturale del percorso appena descritto non è una semplice suggestione, ma è – al contrario – decisivo. Lo spiega chiaramente Stefano Rodotà nelle note introduttive del suo ultimissimo Diritto d’Amore (2015, p.14):  “L’apogeo del genere letterario specifico – il romanzo epistolare (XVIII) – coincide cronologicamente con la nascita dei diritti umani” e poco più avanti, citando Lynn Hunt: “leggendo, l’immedesimazione nei personaggi (comuni) oltrepassava i limiti sociali tradizionali tra nobili e comuni cittadini, tra padroni e servi, tra uomini e donne, forse persino tra adulti e bambini”. Vi è una connessione, una vera e propria “empatia” (per dirla con le parole della Hunt) di matrice culturale-umanistica tra la mise en discours dell’amore e la definizione della persona come soggetto di diritto titolare di una legittima aspirazione (e di un diritto) all’uguaglianza, alla libertà di autodeterminarsi, e dunque alla dignità.

Terza considerazione: individui, e desideranti. Il passo della Hunt citato da Rodotà riporta lo sguardo su un mutamento di paradigma storico che ha avuto del miracoloso. Siamo a metà Settecento. Al romanzo borghese e alla finzione epistolare (monologica), si affianca la trama libertina del “conflitto erotico” con tutti i suoi annessi, letterari e illustrativi, galanti, lirici o pornografici. Sono gli anni del trionfo libertino, un tempo in cui arte, letteratura, pensiero politico, aprono brecce nelle pareti per indagare le intimità più prosaiche dell’amore, tematizzando le trame del desiderio. Circolano disegni e incisioni sulle scene più disparate, la figura femminile vi compare spesso sconvolta: persino travolta, talora, dal desiderio. Il confine tra violenza, pericolo e passione è labile: quasi come se il sentimento fosse qualcosa di autonomo, destinato a essere oscurato dal ghigno furbesco e divertito dei giocatori raffigurati o a evaporare nelle pose tranquille della mitologia galante.

Il passaggio è delicato: non lo si percepisce ancora chiaramente, ma in questa rappresentazione dell’affettività e della vita erotica più intima si giocano le sorti di concetti come quello di cittadinanza. Proprio a partire da una risignificazione dei corpi comincia a intravedersi un’opzione che è anzitutto politica: i conflitti sulla vita erotica riguardano già il dominio, la reciprocità, i criteri della coesistenza. È in questo contesto che Jean-Honoré Fragonard dipinge il suo Instant désiré, una scena di pacificazione tra due amanti i quali, superato il conflitto, si incontrano e quasi si (con)fondono nella reciprocità del loro amore. La situazioni di desiderio rappresentata è nuova. Prelude a una stagione, quella romantica, di pieno dispiegamento delle soggettività, qui accennate nei presupposti: amore, desiderio, piacere.

All’esito alterno della bagarre d’amore corrispondono linee diverse di politica del diritto: di matrice autoritaria quando contra desiderium contra amorem (Rodotà) e quando rispondenti di fatto a un bisogno (neoliberale) di controllo pubblico dei corpi (potestà e proprietà); di matrice libertaria (capacità e status) quando lette in relazione all’articolo 2 della Costituzione e dunque volte riconoscere l’amore (amo quindi sono) garantendone gli spazi (sono, quindi ho diritto di amare).

Quarta e ultima considerazione: libertà e autorità privata. Un diritto dalla parte dell’amore deve saper garantire le condizioni di libertà necessarie affinché il desiderio individuale non finisca per trasformarsi in un principio di dominio dell’intimità: in una “riduzione” dell’altro a oggetto. Come ha sottolineato in un suo intervento in aula il senatore Manconi, c’è un contenuto morale alla base della domanda di unione civile: “Cos’altro è, se non un’istanza morale, quella che motiva un’unione che si affida alla reciprocità, alla mutualità, al vicendevole affidamento, all’assistenza, alla proiezione nel tempo, alla stabilità, e infine alla coniugalità e alla genitorialità?”.

Il mutamento di paradigma è in atto: come per l’amore libertino dipinto da Fragonard, così l’impatto politico del discorso pubblico sta emergendo, è emerso. A un futuro prossimo (che è qui, ora) le riflessione sul fronte “implicito” della vicenda: la definizione della sovranità del corpo della donna e la natura stessa della filiazione.

Una cosa per volta.

 

(Nella foto, L’Instante Désiré di Jean-Honoré Fragonard)

La rubrica è gestita da studentesse e docenti della facoltà di Giurisprudenza di Roma Tre e che si sono incontrate grazie al Seminario Donne e Diritti (diretto da Angela Condello e Stefania Gialdroni). Insieme riflettono sulle sfide che la differenza di genere pone a diritto, filosofia e storia. Tra teoria e pratica, lavorano inoltre sull’immigrazione femminile grazie alla attività di sportello diretta da Valentina Brinis e Valentina Calderone (A Buon Diritto). 

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