Sulla Boschi Travaglio ha torto. Ecco perché, punto per punto

Il Fattone
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Marco Travaglio indica 10 punti che dovrebbero spingere Maria Elena Boschi alle dimissioni. Si tratta invero di 10 sciocchezze

Marco Travaglio indica oggi 10 punti che dovrebbero spingere Maria Elena Boschi alle dimissioni. Si tratta invero di 10 sciocchezze.

  1. Il decreto annunciato il 20 gennaio che trasforma in società per azioni le nove banche popolari più grandi (cioè con un patrimonio superiore a 8 miliardi) non c’entra nulla con il successivo decreto “salva-banche”: si tratta di una misura in discussione da tempo e in linea con l’Europa, presa, come spiegò il ministro Padoan, per “rafforzare il sistema bancario” a tutto vantaggio degli investitori e dei consumatori. Più trasparenza e più mercato fanno bene a tutti. Che il ministro Boschi fosse o meno presente alla riunione del Consiglio dei ministri (lei dice di no, Travaglio insinua di sì) non ha alcuna importanza: suo padre e suo fratello erano all’epoca impiegati, non proprietari, di una delle nove banche coinvolte. E il conflitto d’interessi, com’è noto, riguarda i proprietari e non i dipendenti.

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  1. Non è vero che “i titoli delle banche coinvolte erano lievitati per massicci acquisti alla vigilia” del decreto perché “qualcuno aveva violato il segreto”, e in particolare che “il record del rialzo lo registrò proprio Etruria, con un +65%”. Fino al 19 gennaio il titolo si mantiene stabile intorno a 0,35-0,40, per salire poi a 0,60 soltanto dopo l’annuncio del decreto. Nella settimana precedente acquisti di un certo peso hanno riguardato soltanto il Banco Popolare e la Bpm: se insider trading c’è stato, non riguarda Banca Etruria. Va comunque ricordato che già all’inizio di gennaio alcuni giornali, fra cui Repubblica, avevano annunciato l’intenzione del governo di intervenire sulle popolari: la notizia era dunque di dominio pubblico.
  1. Il decreto “salva-banche” del 22 novembre non costa un euro allo Stato e salva risparmiatori e imprenditori: in caso di fallimento delle quattro banche, 1 milione di italiani avrebbero perso 12 miliardi di risparmi, 200.000 piccole e medie imprese avrebbero dovuto restituire all’istante 25 miliardi di mutui, crediti e leasing, 7000 lavoratori avrebbero perso il posto. Il commissariamento di Banca Etruria avvenuto l’11 gennaio, che Travaglio liquida come “un atto dovuto”, è invece la prova evidente dell’imparzialità del governo.
  1. L’articolo 35, comma 3 del decreto del 16 novembre “secondo alcune interpretazioni – scrive Travaglio – rende più difficile per azionisti e singoli creditori l’azione di responsabilità per chiedere risarcimenti ai manager e ai Cda delle banche”. Ma si tratta dell’interpretazione di Travaglio: il testo, che si limita ad attuare la direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 15 maggio 2014, prescrive chiaramente che l’esercizio dell’azione di responsabilità “spetta ai commissari speciali sentito il comitato di sorveglianza, previa autorizzazione della Banca d’Italia”. Dov’è la difficoltà?
  1. Travaglio riporta l’art. 3 della legge Frattini sul conflitto d’interessi ma si dimentica di leggerlo: “Sussiste situazione di conflitto d’interessi […] quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto […] che ha un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate […] con danno per l’interesse pubblico”. La famiglia Boschi non “controllava” Banca Etruria, il decreto l’ha danneggiata (perché le azioni possedute, a dire il vero pochissime, si sono trasformate in carta straccia) e non ha recato “danno” bensì beneficio all’interesse pubblico (v. punto 3).
  1. Travaglio insiste sul “conflitto d’interessi visibile a occhio nudo” ma trascura di spiegare perché. L’unico argomento è che la Boschi “non è un ministro qualsiasi: è la figura più in vista del governo dopo Renzi”. Ma poiché il conflitto d’interessi non sussiste (v. punto 5), l’argomento di Travaglio è esclusivamente personale: siccome la Boschi è “la figura più in vista del governo” va colpita severamente anche se non ha alcuna responsabilità civile, penale o politica.
  1. Roberto Rossi, il pm di Arezzo che indaga su Banca Etruria, è stato nominato consulente giuridico del governo da Carlo Deodato (e non da Antonella Manzione) quando a palazzo Chigi c’era Letta (e non Renzi), non prende un euro di compenso e il suo contratto scade il prossimo 31 dicembre. Non ha mai visto né conosciuto il presidente del Consiglio e il ministro Boschi.
  1. Secondo Travaglio “può darsi che il pm di Arezzo iscriva anche papà Boschi sul registro degli indagati”, e “se ciò accadesse” il ministro delle Riforme “diventerebbe un bersaglio ancora più facile per polemiche, sospetti e contestazioni”. Ma l’istituto delle dimissioni preventive in previsione di un eventuale e al momento inesistente inchiesta sul padre da parte di un magistrato che fra due settimane non avrà più alcun incarico di consulenza con la presidenza del Consiglio è una baggianata che si commenta da sola.
  1. “I paragoni con le dimissioni chieste o date da altri ministri – scrive Travaglio – non reggono”. Esatto. E allora perché la Boschi dovrebbe dimettersi? Per “opportunità politica”, scrive il direttore del Fatto: cioè per dargli ragione e ammettere pubblicamente di aver commesso qualche errore o omissione. Ma non si lascia il governo per dar ragione a Travaglio quando Travaglio ha torto marcio.
  1. Travaglio cita un intervento di Maria Elena Boschi sul caso Cancellieri – che, come lui stesso ha scritto nel punto 9, non c’entra nulla – in cui il ministro sostiene che “il punto grave è che si è data l’immagine di un paese in cui la legge non è uguale per tutti”. Esattamente il contrario di quanto accaduto oggi: il padre della Boschi ha prima dovuto pagare una multa di 140.000 euro e poi ha perso il posto, mentre le azioni della Banca Etruria detenute dalla famiglia Boschi sono state azzerate.

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