L’8 settembre infinito

IeriOggi
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Forse proprio quel giorno il rapporto tra i cittadini e il potere si è incrinato

È passato senza celebrazioni storiche e senza neppure ricordi doverosi l’anniversario dell’otto settembre. Non c’è nulla da festeggiare, in quella data. Diciamoci la verità: sarebbe un giorno da nascondere sul calendario della storia se non fosse per la prova di eroismo fornita a Porta San Paolo da militari e antifascisti che resistettero, molti pagando con la vita, all’occupazione tedesca.

Il re che fugge e lascia la capitale in mano alle SS, il governo Badoglio che farfuglia e tiene il piede in mille staffe, l’abbandono della nostra flotta costretta a vagare per il Mediterraneo senza ordini certi, l’umiliazione dei bombardamenti che gli alleati fecero per costringere gli italiani a mantenere la parola data il 3 settembre a Cassibile con la firma dell’armistizio.

Non tutti conoscono o ricordano l’umiliante messaggio ultimativo che il comandante alleato Eisenhower fu costretto a inviare al governo italiano che, dopo aver siglato l’accordo, traccheggiava e chiedeva dilazioni : “Ho intenzione di diffondere l’esistenza dell’armistizio all’ora programmata originariamente. Se voi o qualunque parte delle vostre forze armate mancherete di cooperare come precedentemente concordato, renderò di pubblico dominio in tutto il mondo una documentazione completa relativa a questo affare… La mancanza da parte vostra nell’adempiere pienamente agli obblighi verso l’accordo firmato avrà le più serie conseguenze per il vostro paese”.

Ricevuto il secco testo alleato improvvisamente , come in un film di Alberto Sordi, la casa reale e Badoglio convocano il Consiglio della corona e, contemporaneamente, preparano le valige. Restano così soli i soldati sbandati, i marinai alla deriva, i prigionieri, i resistenti, il popolo.  Si usciva da una dittatura e da una guerra, guerra che non finiva. I primi balbettanti passi del post fascismo furono all’insegna della codardia e della doppiezza.

“Tutti a casa” si intitola il film più celebre su quei giorni folli e così comincia il post fascismo, in un paese che è uscito dalla dittatura senza chiedersi compiutamente come c’era entrato.

Otto settembre italiano forse non si è mai concluso, quei mali non hanno smesso di allignare tra le fila di un paese che con la Resistenza, la Costituzione, le lotte sindacali e civili, il contrasto del terrorismo ha mostrato di sapere essere migliore dei disvalori che nel dna nazionale la ferita nel rapporto tra potere e popolo di quell’otto settembre ha sedimentato. Un Paese fragile perché abituato o costretto ad arrangiarsi, uno Stato non credibile perché, in persone e norme, sempre uguale a se stesso, anche prima e dopo il fascismo. E poi il trasformismo, il correre in soccorso dei vincitori, il non accettare mai che una cosa sia come sembra, il complottismo per cercare giustificazioni. Dobbiamo liberarci da questa zavorra. Non mancano le energie che possono scuotere queste tare ereditarie.

Bobbio disse che durante gli anni del consenso al regime non serviva neanche il bastone, era sufficiente l’aggrottare le ciglia da parte dei gerarchi per garantirsi entusiastici e diffusi sostegni. Siamo un Paese esposto all’emotività, alla paura, alla rabbia, alle facili promesse. Molte delle nostre scelte, nel secolo scorso, sono state drammaticamente segnate da questi atteggiamenti. Persino il terrorismo è stato impregnato di quell’odio e di quell’ambi – guità, i “compagni che sbagliano”, che è un dato permanente del nostro essere nella storia.

I social oggi stanno amplificando questa tendenza, tutto esasperando e semplificando e, ancor di più, facendo del dialogo un ferrovecchio sostituito dall’insulto o dalla demonizzazione del pensiero dell’altro. Se non la pensi come me sei un nemico, sei altro da me e quindi un nemico. L’altro – pensiero o etnia, religione o comportamento sessuale – è qualcosa di inaccettabile, di negativo. Invece è proprio nel rapporto con l’a l t ro pensiero, con l’altra esperienza, che si riesce a cambiare come la vita richiede, si cerca il giusto oltre i confini delle proprie convinzioni, si alimenta il più essenziale dei preparati umani: il dubbio. Sviluppare, modificandole, le idee è possibile, talvolta giusto, necessario per portare i propri valori nei contesti storici mutati. Ma riemerge il trasformismo, quello di cui vediamo triste spettacolo in parlamento, con eletti che cambiano casacca sei volte in una legislatura e partiti di cui si fa fatica a indicare la linea politica perché sono, per definizione, delle legioni straniere di uomini politici sbandati, cavalli scossi il cui traguardo è solo la rielezione.

La politica è altro e l’Italia lo sa bene. La democrazia, fragile ed esposta al temporale di questo tempo difficile, ha bisogno di essere forte, capace di decidere, trasparente, veloce, partecipata davvero. E la politica, una volta definita una moderna ed equilibrata innovazione istituzionale, dovrà ritrovare un rapporto con il popolo. E lo ritroverà solo se caccerà i mercanti dal tempio, se farà pulizia morale, se smetterà di apparire una fabbrica di carriere e potere più che un servizio, se tornerà ad essere la più alta missione civile immaginabile.

Altrimenti finirà col sembrare meno matto di quanto si possa dire il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti che, Reagan si sarebbe rivoltato nella tomba, ha indicato Putin come modello. Trump ha strizzato l’occhio a un sentimento che si diffonde in lungo e in largo: la voglia di un potere forte, autoritario. Riemerge e, se non stiamo attenti, può attecchire. Anche nel Paese dell’otto settembre che non finisce mai.

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