Italicum, riforma e comibinato disposto. Facciamo chiarezza tra noi

Referendum
legge-elettorale

Deve esserci la prevalenza della ragioni di una democrazia includente e decidente su logiche di mercato che lasciate a se stesse diventano perverse e pericolose

La semplificazione del processo legislativo e una impostazione chiaramente maggioritaria della legge elettorale sono l’unico modo per riaffermare il ruolo e la funzione delle istituzioni democratiche nella realtà di oggi.

Capisco le ragioni che hanno spinto Matteo Renzi a presentare in direzione nazionale la proposta di un percorso di modifica della legge elettorale. Il tentativo di recuperare l’unità del Pd e la volontà di eliminare ogni elemento fuorviante sulla strada del referendum sono ragioni comprensibili e condivisibili. Spero sinceramente che la proposta del segretario venga accolta e produca i suoi effetti.

Tuttavia su un punto di fondo credo sia necessaria tra noi chiarezza. Togliamo di mezzo formule e definizioni, a partire dal cosiddetto «combinato disposto». Rendiamo esplicito il punto politico di discussione, il cuore, per me, della questione: la scelta di assicurare, attraverso le riforme, stabilità e certezza di governo, efficienza e velocità decisionale alle istituzioni è condivisa o no? La semplificazione del processo legislativo e una impostazione chiaramente maggioritaria della legge elettorale sono considerati pericolosi rispetto all’idea di democrazia o sono al contrario l’unico modo per arrivare a riaffermare il ruolo e la funzione delle istituzioni democratiche nella realtà globale di oggi?

La risposta a questi interrogativi è cruciale. Ha a che fare, per me che non credo affatto alla fine della distinzione fra destra e sinistra, con l’idea stessa di cosa vuol dire oggi sinistra. Viviamo un tempo in cui globalizzazione e velocità del mercato, a fronte di istituzioni lente e molto localizzate, tendono progressivamente a concentrare la ricchezza e le opportunità verso una ristretta élite al vertice della piramide sociale anche nei paesi occidentali, spingendo la parte largamente maggioritaria della popolazione verso l’incertezza di prospettive, la precarizzazione o addirittura la soglia di povertà.

Robert Reich, segretario del lavoro con Bill Clinton, titola il suo ultimo libro Come salvare il capitalismo ed affronta esattamente questo tema, teorizzando la necessità di una importante stagione di riforme che partendo dagli Usa coinvolga anche l’Europa. Riforme necessarie a contrastare “una erosione costante della fiducia” che non solo gonfia le vele del populismo nelle urne (che si chiami Le Pen Trump o Grillo poco importa) ma che, dopo aver messo in crisi la nozione stessa di classe dirigente, sembra sul punto di travolgere la fiducia nel primato delle istituzioni rappresentative.

A fronte di questo scenario la vittoria del sì al referendum risolve ogni problema, è la risposta compiuta? Certo che no. Ma è un passo decisivo nella direzione giusta. Come lo è lavorare per una Europa che abbandoni la sua veste notarile e burocratica e diventi finalmente soggetto politico ed istituzionale con autorevolezza, prerogative, poteri e ruolo nella dimensione internazionale. Se c’è una linea che in questo tempo non può non unire i riformisti, i progressisti, i democratici di tutti i paesi è quella di battersi per riforme delle istituzioni che rifondino il primato della politica o, più precisamente, la prevalenza della ragioni di una democrazia includente e decidente su logiche di mercato che lasciate a se stesse diventano perverse e pericolose.

Questo è per me il fondamento del riformismo oggi, la base di una nuova cultura riformatrice: ricreare con le riforme le condizioni per riaffermare la centralità delle istituzioni ed in ultima analisi del processo democratico. Rifiutare l’idea che la globalizzazione del mercato è definitivamente il pensiero unico a cui sottometttersi, a cui sottomettere le istituzioni e con esse il destino ed i diritti individuali e collettivi, le domande di equità, giustizia sociale, opportunità.

È soltanto la mia opinione, ovviamente, ma io credo che dovremmo riconoscere insieme questo come uno dei tratti distintivi del nostro impegno politico oggi, e poi legittimamente discutere, ma è una scala di valore diversa, su come migliorare la legge elettorale. Consapevoli che su questi aspetti (collegi, preferenze, lista, coalizione) abbiamo discusso spesso e con posizioni talmente variabili che è davvero arduo trasformarli ora in questione di principio, quasi pregiudiziale.

Trovo molto difficile e comunque incomprensibile il percorso contrario. Anche perché rendere centrale il confronto sulla legge elettorale porta alcuni di noi a trovare accettabile affiancare la destra populista nel suo sforzo di contrastare le riforme che rafforzano le istituzioni ed il primato della democrazia. Non vorrei apparire provocatorio ma siamo certi che alla fine non dovremo tutti convenire che il «combinato disposto» è di sinistra?

Vedi anche

Altri articoli