Italia-Stati Uniti: alleati non vassalli

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Leader of centre-right party "Forza Italia" and former Italian Prime Minister, Silvio Berlusconi, during the Raiuno Tv program "Porta a porta", conducted by journalist Bruno Vespa, in Rome, Italy, 26 May 2015.
ANSA/GIORGIO ONORATI

Disponibili ad assumersi le proprie responsabilità ma senza per questo pensare, agire, subire, come se fossimo un Paese a sovranità limitata

Alleati, non vassalli. Disponibili ad assumersi le proprie responsabilità ma senza per questo pensare, agire, subire, come se fossimo un Paese a sovranità limitata. Vale nei rapporti con gli Stati Uniti, come con Bruxelles e con i nostri partner della Sponda Sud del Mediterraneo.

La convocazione alla Farnesina dell’ambasciatore degli Stati Uniti dopo le rivelazioni sulle attività di spionaggio subite dall’allora primo ministro Silvio Berlusconi, estese a diversi tra i suoi più stretti collaboratori, da parte dell’americana National Security Agency nel periodo 2008-2011, è un passo formale. E in diplomazia, la forma è sostanza. E, in diplomazia, le parole pesano e tanto.

Ci accingiamo a chiedere informazioni in tutte le sedi, anche con passi formali, sulla vicenda di Berlusconi, ha affermato Matteo Renzi in Senato. E il primo atto è stata la convocazione, dal ministero degli Affari Esteri, dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia, John Phillips, per “chiarimenti circa le indiscrezioni comparse su alcuni organi di stampa”. Un Paese che si rispetti e che intenda pretendere rispetto nel consesso internazionale, soprattutto dai suoi tradizionali alleati, deve saper far quadrato in difesa di un bene che non è di parte ma che dovrebbe essere al di sopra delle parti politiche: la dignità nazionale.

Quella che è rappresentata, ad esempio, dalle donne e uomini in divisa che il nostro Paese impegna nelle missioni internazionali nelle aree calde del mondo. La dignità di che pratica e non predica. E pretende rispetto. Spiare un primo ministro non ha scusanti e non c’è “lotta al terrorismo” o “interessi di sicurezza” che possano giustificare, tanto meno legittimare, atti arbitrari e illegali compiuti da servizi d’intelligence con i quali dovremmo condividere informazioni e comunanza d’intenti.

Chi piega questioni di questa importanza a beghe di politica interna non aiuta il Paese: il governo non si sta “muovendo per Silvio” ma per affermare un principio che di indipendenza che vale per chiunque è stato, è e sarà chiamato a guidare il Paese. Alzare la voce, a volte, non è solo un diritto. È un dovere. E a volte serve perché sia chiaro, a tutti, che i rapporti sono più solidi se si fondano sulla trasparenza. Il che significa saper dire dei “Sì” ma anche dei “No” (come quello sul coinvolgimento italiano nei bombardamenti in Siria). Vuol dire essere protagonisti e non comprimari sullo scacchiere internazionale.

Recentemente, l’Italia ha ospitato il Summit dei Paesi che hanno dato vita alla Coalizione anti-Isis. In quell’occasione, il segretario di Stato Usa, John Kerry, definì “grandioso” il contributo offerto dal nostro Paese nell’opera di contrasto dell’Is. Ora, un vero amico è quello che, quando occorre, sa dire che hai sbagliato. Ed oggi, l’Italia deve saper dire, in modo fermo e appropriato, che l’”amico” americano, in questa vicenda di spionaggio politico, non si è comportato come tale e che questo non può passare sotto silenzio o derubricato ad un poco significativo “incidente di percorso”. Perché così non è. E la chiarezza è tanto più necessaria in un momento, come quello attuale, nel quale si chiede all’Italia un ulteriore impegno su un fronte cruciale, nella lotta allo Stato islamico, qual è quello libico.

In un’epoca passata, nei decenni della Guerra fredda, l’Italia veniva tacciata di essere la “Bulgaria della Nato”, un Paese cioè ad autonomia decisionale sulle grandi questioni di politica estera, e non solo, ad autonomia zero. La storia oggi non si ripete. E non solo perché il mondo bipolare è cosa da studiosi e non più schema geopolitico, ma perché un sistema di alleanze per tenere in una dimensione multipolare, ha come premessa una vera e condivisa partnership che, come tale, non può in alcun modo contemplare operazioni di spionaggio, politico e industriale. La diplomazia della chiarezza non ammette sconti o zone d’ombra. E questo vale anche nei riguardi di un partner importante per la stabilizzazione del Mediterraneo: l’Egitto.

“Su Regeni vogliamo verità, non ce business che tenga”, ha ribadito, domenica scorsa, il presidente del Consiglio, tornando sull’assassinio al Cairo del giovane ricercatore italiano. Ne va della credibilità dell’Italia, ha rimarcato a più riprese il titolare della Farnesina. Ecco, dunque, il bene comune che va difeso, presidiato: la credibilità internazionale. L’altra faccia dell’assunzione di responsabilità. Un Paese “grandioso” si comporta come tale. Con tutti, a cominciare dall’”amico americano”.

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