Islamico uguale terrorista, ecco la vera trappola dell’Isis

Terrorismo
Khaled Asaad, ex capo sito archeologico di Palmira in Siria, decapitato e appeso a una colonna dall'Isis. Roma, 19 agosto 2015. FACEBOOK

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La guerra va dichiarata al terrorismo, di qualunque matrice esso sia, di qualunque religione esso si serva per farsi scudo e dare un senso alle proprie atrocità.

Per lui la vera morte sarebbe stata abbandonare Palmira», sostiene Samaan, una guida che conosceva bene Khaled Al Asaad, il “padre” del sito archeologico siriano; l’aveva fondato nel 1961 e diretto per anni, sino alla pensione. Palmira, conosciuta come la “sposa del deserto” per via dei viaggiatori e dei mercanti che, attraversando il deserto siriano la incrociavano e ne hanno fatto la sede dei loro commerci, si è sviluppata in un’oasi nel II millennio.

È una città che ha vissuto la dominazione greca, quella romana e la conquista araba nel 634, civiltà che hanno reso Palmira un grande museo a cielo aperto, una stratificazione di culture, dichiarata nel 1980 dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, e caduta nelle mani della furia dell’autoproclamatosi Stato Islamico già nel 2013.

Nonostante l’evidente pericolo però, Khaled Al Asaad ha deciso di restare, di presidiare il sito; consapevole di mettere a repentaglio la sua vita, ha scelto di porre il suo corpo come scudo per l’arte.

La morte violenta di Khaled, archeologo e professore siriano, arabo, di fede musulmana, rende chiaro un fatto che alcuni, spesso, tendono a dimenticare. E cioè che non sono i musulmani ad uccidere, ma i terroristi, gli aguzzini del Califfato, e chi dà per scontato il binomio islamicoterrorista sta cadendo nella trappola dell’Isis, che vuole imporre la propria visione del mondo, e cerca di far passare la scellerata violenza come volontà di Dio.

In realtà i musulmani di Siria e dell’Iraq sono le prime vittime della follia sterminatrice del Califfato, sono loro a pagare il prezzo più alto, a vedere saccheggiate le proprie città, distrutta l’arte locale e culla delle civiltà, minacciato il loro futuro. Un futuro che, molti arabi, difendono coraggiosamente, opponendosi all’ombra nera che il Califfato di Daesh vuole gettare su tutto il Medio Oriente, un’opposizione che spesso si paga con la vita, con la perdita degli affetti, delle proprietà.

È con questa parte del mondo Islamico, la più numerosa, che dobbiamo stringere un’alleanza; la guerra va dichiarata al terrorismo, di qualunque matrice esso sia, di qualunque religione esso si serva per farsi scudo e dare un senso alle proprie atrocità.

Il sacrificio di Asaad ci ha insegnato molte cose: che la vita acquista senso se la dedichiamo a curare e proteggere le cose che amiamo, che la libertà è anche scegliere di battersi contro un nemico più forte e più armato, senza alcuna speranza, solo per dimostrare che i corpi si piegano, ma le intelligenze no; e che dall’indignazione, dallo sdegno collettivo, dalla solidarietà che questa storia ha fatto nascere può venir fuori una nuova consapevolezza collettiva, capace di dire un NO definitivo alla violenza, alla barbarie di chi pensa di disporre delle vite degli altri, e contemporaneamente sì alla vita insieme, alle diversità condivise, alla convivenza che arricchisce e ci fortifica, nonostante le complessità. Un abbraccio commosso a Khaled. Ti abbiamo perso vittima dei sanguinari criminali di Daesh, ma rimani vivo nei nostri cuori e nelle nostre menti.

La tua gloriosa vita e il tuo eroico sacrificio ci devono richiamare noi tutti alle nostre responsabilità. Tutelare la vita in Iraq e in Siria, significa anche tutelare il patrimonio storico culturale ed artistico come ha recentemente rappresentato il ministro della cultura Dario Franceschini davanti a decine di ministri da tutto il mondo. Una battaglia di civiltà contro la nuova barbarie da combattere insieme ai tanti Khaled che ancora resistono sotto il fuoco dell’inciviltà. Vivi in pace, salaam, shalom.

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