Islam: la sfida è superare il modello teocratico

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Ma l’Isis è contro i musulmani che restano le prime vittime del terrorismo

La questione del terrorismo dilagante in Europa e in modo specifico in Francia, da ultimo con la tremenda strage di Nizza, ha riproposto tutto l’armamentario ideologico della contrapposizione “noi” “loro”, e i dubbi di questi anni in merito a un fenomeno che si fa fatica a comprendere nelle sue varianti. E’ un terrorismo islamico, non è islamico? Dobbiamo definirlo islamista? Quanto conta la mancata separazione fra politica e fede nella tradizione musulmana, che peso hanno insomma le ‘teocrazie’? Il primo dato con cui fare i conti è la complessità di questioni diverse che s’intrecciano di continuo fra di loro.

E’ allora necessario stabilire alcuni punti fermi. In primo luogo il terrorismo di matrice islamica, attribuibile cioè a gruppi fanatici o estremisti che in un modo o nell’altro si richiamano all’Islam, colpisce in modo prevalente e numericamente schiacciante, i musulmani. E’ accaduto – per fare esempi recenti – poco tempo fa a Baghdad (più di 210 morti, di cui almeno 25 bambini) e a Istanbul (41 vittime), in entrambi i casi moltissimi feriti. A Dacca, in Bangladesh, sono morti degli occidentali, ma indubbiamente ad essere destabilizzato è un Paese a grandissima maggioranza musulmana dove per altro il governo, in ragione del fondamentalismo, aveva compiuto negli ultimi mesi migliaia di arresti anche fra gli oppositori politici. Complessità appunto. Per non parlare di Boko Haram, il gruppo estremista attivo in Nigeria, Paese pure diviso fra cristiani e musulmani, ma sono questi ultimi le vittime preferite dell’integralismo armato. Discorso simile vale per al Shabaab in Somalia.

Chi segue da vicino questi fenomeni, non esita a parlare di un Islam ormai modificato, trasfigurato, piegato a fini politici, desacralizzato e quasi spogliato del suo significato spirituale. Secondo Adnane Mokrani, teologo musulmano che insegna studi islamici all’Università Gregoriana di Roma e al Pontificio istituto di studi islamici, siamo di fronte a “un’ideologia antireligiosa, anche se pretende di essere religiosa. Perché il senso del sacro non c’è più; non c’è nessun limite a questa violenza. Tutti possono essere colpiti; forse anche gli stessi genitori di queste persone. E quindi questo è diabolico”. Di eresia della fede islamica piegata “a fini eversivi”, parla pure padre Giulio Albanese, missionario, giornalista, che questi mondi conosce bene e ritiene che la falsa religione proposta dall’Isis niente abbia a che vedere con il Corano o con la tradizione Sufi, il misticismo islamico. Si tenga presente che nei giorni scorsi un attentato con morti è avvenuto a Medina, nei pressi della tomba di Maometto.

Fra gli errori commessi in questi anni, sottolineano diversi osservatori, c’è comunque l’indifferenza con cui l’Europa e l’occidente hanno assistito al diffondersi delle correnti fondamentaliste dell’Islam e ai tanti predicatori ‘salafiti’, lasciando che intellettuali e leader religiosi e politici riformatori venissero isolati, minacciati e perseguitati. L’atteggiamento di chi mette la testa sotto la sabbia e spera che il problema si risolva da sé. Tuttavia una discussione seria si è aperta anche nelle varie leadership religiose europee, compresi gli imam francesi. Anche se va detto che, ormai, il reclutamento degli attentatori non segue sempre i canali tradizionali, la moschea, il percorso spirituale e via dicendo. E’ una mutazione importante che appunto mostra una religione-ideologia nichilista privata del ‘sacro’.

Su un piano storico, generale, il mondo islamico, per Albanese, deve superare una concezione teocratica che gli è propria, cioè la commistione fra spirituale e politico, fra Stato e religione: è la sfida della modernità. Può essere il caso dell’Arabia Saudita e dell’Iran; ma attenzione – avverte – a non semplificare, queste due nazioni non rappresentano “sunniti” e “sciiti” tout-court, ma due diversi blocchi di potere, due componenti specifiche all’interno di questi mondi. Non solo. Secondo il religioso comboniano infatti, “in questi anni – e non mi stancherò mai di ripeterlo – i Paesi occidentali hanno fatto poco o niente per aiutare la società civile musulmana a uscire dall’immobilismo e sostenere politicamente e finanziariamente l’intelligentia islamica moderata. Una sfida che, visti i tempi, non può essere disattesa”.

“Non è una semplice fatalità del destino o una banale coincidenza – rileva ancora – se le aree d’intervento del jihadismo siano aree sensibili dal punto di vista delle cosiddette commodities (materie prime e fonti energetiche in primis): dall’Iraq (petrolio) alla Somalia (petrolio, gas naturale e uranio), dalla Repubblica Centrafricana (petrolio e uranio) alla Nigeria (petrolio). Inquadrare, dunque, la galassia delle forze d’ispirazione jihadista esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente, sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaida o Isis, non rende conto della complessità del fenomeno in cui entrano in gioco anche questioni locali, proprie dei singoli Stati in cui operano le suddette cellule eversive”.

In ragione di un fenomeno che ha vari livelli di lettura e diverse responsabilità, afferma Mokrani, “non dobbiamo mischiare Islam e terrorismo e non dobbiamo vedere in ogni musulmano un potenziale terrorista. Non dobbiamo quindi cadere nel gioco della polarizzazione, odio e panico, perché questo aumenta i rischi, crea frustrazione e un clima favorevole al terrorismo”. E’ la teoria dello scontro di civiltà, alimentata da un Isis perdente ma non sconfitto sul piano militare, che trova riscontro in movimenti e partiti nazionalisti e xenofobi in Europa, così il cerchio si chiude; magari ben nutrito da una crisi sociale che pesa e da elementi di emarginazione sociale. Per questo la sfida è quella di costruire ponti, di fermare la guerra in Siria dove anche la repressione del regime di Bashar al Assad alimenta fortemente il jihadismo, come spiega il politologo e studioso di Islam, Gilles Kepel intervistato dal Correre della Sera. I regimi autoritari sono rassicuranti per gli europei, spiega Kepel, meno per le popolazioni che si ribellano.

Dialogare, allearsi, cooperare, conoscersi anche, e parlare pure di equità, giustizia, smontando le frustrazioni e lanciando, nel medesimo temo, sfide non facili ma decisive sul piano dei diritti. E’ il cammino indicato da papa Francesco. Non è una scelta ‘facile’, anzi è la strada più complicata, che non prescinde per altro dalla necessità di combattere il fenomeno sul piano della sicurezza. Il principio del pluralismo però è il dato di lungo periodo con il quale si deve misurare il mondo arabo, per evitare la tenaglia costituita dal fondamentalismo da una parte, e dalle autocrazie militari dall’altra. Un discorso che oggi vale anche per la Turchia di Erdogan, a patto che l’Europa non si volti dall’altra parte.

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