Isis, nascita e diffusione del terrore in franchising

Terrorismo
epa05021027 A handout picture made available by Syrian Arab News Agency (SANA) shows members of the Syrian Arab Army (SAA) move through the Air Force Academy and airport at the Kwairis Military Airport, eastern Aleppo, Syria, 11 November 2015. According to reports SAA forces broke through opposition lines to regroup with troops inside the complex, which had been under siege by the group calling themselves the Islamic State (IS) since 2013. The breakthrough marks one of the first since Russian forces started carrying out airstrikes against opposition forces assisting the Syrain al-Assad regime.  EPA/SYRIAN ARAB NEWS AGENCY / HANDOUT  HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

A Damasco, Assad, che ha manipolato la furia dei jihadisti senza riuscire a controllarli, è in bilico su un cumulo di rovine. E l’equilibrio dipende ora da un attore che ha fatto un ritorno trionfale: l’Iran

Aleppo, 28 settembre 2007: un uomo barbuto dal viso allungato esce dalla moschea al-Iman. Ha appena guidato la preghiera del venerdì. Fiancheggiato da guardie del corpo, si dirige verso la sua Mercedes blindata. In questa antica città commerciale della Siria del Nord è noto come lo sceicco Abu al-Qaqaa, ma il suo vero nome è Mahmud al-Aghasi. È un predicatore che a trentaquattro anni si è già costruito una solida reputazione: sa infiammare gli animi chiamando i fedeli al jihad. Che in quegli anni è guerra santa contro gli «infedeli» e i «crociati», cioè i soldati americani che dal marzo del 2003 occupano il vicino Iraq.

Al-Qaqaa scende la scala dell’ingresso e attraversa il grande piazzale, verso la scorta di imponenti Suv. Mimetizzato tra la folla dei fedeli, un uomo lo tiene d’occhio. Al-Qaqaa è anche il leader di un raggruppamento politico che prende il nome di Ghuraba al-Sham, gli Stranieri della Siria, noto per il suo proselitismo di matrice estremista. È difficile immaginare che il potere centrale non sappia nulla di lui: in Siria, come so bene dalle mie esperienze di inviata, i servizi di sicurezza sono onnipresenti. Chi protegge il giovane sceicco in lotta contro l’invasore americano?

Chiunque sia, in quel venerdì di settembre del 2007 è distratto. L’uomo nascosto tra la folla si avvicina. Dribbla le guardie del corpo, colte alla sprovvista, estrae un’automatica dalla tasca della giacca e svuota il caricatore nel petto di al-Qaqaa. Il predicatore si accascia a terra ferito a morte. Il killer si è già voltato e si dà alla fuga.

Abu al-Qaqaa verrà sepolto l’indomani ad Aleppo alla presenza di alte cariche del regime. Uomini del Baath, il partito laico e autoritario che domina la vita politica siriana fin dai primi anni Sessanta. Più tardi, in un comunicato, Ghuraba al-Sham accusa l’assassino di essere un agente americano. Il giovane sicario, dichiarano, era uscito da poco da un carcere statunitense in Iraq.

L’episodio ha riempito qualche pagina dei quotidiani arabi. Da noi, poche righe nei giornali più attenti, poi la vicenda è caduta nel dimenticatoio. Nessuno ha mai spiegato l’accaduto. Eppure quell’omicidio consumato in pieno giorno, davanti a una moschea di Aleppo, è uno dei principali snodi di uno scontro in corso da vari anni in quella parte del mondo. Una guerra clandestina, ma non per questo meno sanguinosa, che si combatte lontano dai riflettori, spesso all’insaputa dei giornalisti.

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra contro il terrorismo. Hanno messo in campo tutti i loro mezzi per annientare quelli che li avevano colpiti: al-Qaida, e il suo capo Osama bin Laden.

Ma hanno anche avviato un progetto molto più ambizioso: trasformare il mondo musulmano al grido di «esportare la democrazia».

L’atomizzazione del mondo arabo è da tempo un obiettivo di alcuni circoli di potere negli Stati Uniti e in Israele. Nel 1996, quelli che sarebbero diventati i neocon lo avevano teorizzato in un documento passato alla storia con il titolo di A Clean Break. In cui i neocon, che presero il potere con Bush jr. e sono ancora influenti sotto Obama, portavano avanti l’idea di un cambio di regime in Iraq da imporre con la forza. E della destabilizzazione della Siria.

Nel marzo 2003, gli Stati Uniti attaccano l’Iraq. Saddam Hussein, il dittatore di Baghdad, non ha nulla a che fare con gli attentati del 2001. Ma bisogna sbarazzarsene: è il primo stadio della strategia per ridisegnare il mondo arabo-islamico. Una mossa che dissesterà l’intera architettura geopolitica costruita dopo la caduta dell’Impero ottomano, e ridefinita con la decolonizzazione.

Le ambizioni degli americani vengono presto in conflitto con gli interessi dei protagonisti sulla scena locale. L’invasione dell’Iraq diventa occupazione. I combattimenti si protraggono e fanno nascere decine di nuovi gruppi armati: c’è chi li chiama «resistenti» e chi «terroristi». Organizzazioni paramilitari prendono piede nelle comunità sunnite come pure in quelle sciite, i due principali gruppi religiosi iracheni. Dapprima combattono contro un nemico comune, l’«occupante americano», poi sprofondano in una sanguinosa guerra fratricida.

Una «succursale» di al-Qaida si costituisce, in questo pantano, principalmente nell’Ovest del Paese, sotto il nome di al-Qaida in Iraq: Aqi. La guerra in Iraq e la guerra al terrorismo si confondono. E nel caos che si espande nell’antica Mesopotamia e oltre, tutti vogliono giocare la propria partita: servizi segreti, gruppi rivali, organismi ufficiali e ufficiosi, e soggetti pubblici e privati che esistono solo in nome di quel conflitto senza fine. Si mettono all’opera personaggi poco chiari, come lo sceicco Abu alQaqaa di Aleppo, che entra nel grande gioco già nelle prime fasi dell’invasione americana in Iraq. E sarà ucciso prima di poter vedere il terribile risultato del suo lavoro.

Quando in Iraq arrivano le truppe statunitensi, si scatena la corsa a incidere sul conflitto. E a guadagnarci, se possibile. Le autorità di Damasco hanno fin da subito due obiettivi contrastanti: bloccare gli americani in Iraq, per evitare che destabilizzino anche la Siria, e al tempo stesso normalizzare i rapporti con Washington, che sono molto tesi. Il primo obiettivo viene affidato ai militari e ai servizi di sicurezza, il secondo al corpo diplomatico.

L’intelligence siriana, coordinata da Ali Mamlouk, si rivolge a persone della risma di Abu al-Qaqaa. Il giovane sceicco è attivo già da anni nei movimenti islamisti del suo Paese. L’islam politicizzato è già un elemento di instabilità, specialmente nelle regioni più povere. I gruppi, le moschee e i predicatori vengono tenuti sotto stretta sorveglianza, «infiltrati» da doppiogiochisti come al-Qaqaa. Il quale, ora, capisce che negli ambienti estremisti può trovare ciò che gli serve. Basta reclutare volontari siriani convinti di combattere una guerra santa, addestrarli e mandarli a lottare contro gli «infedeli» in Iraq, specialmente nella provincia occidentale di al-Anbar.

Di lì a poco anche combattenti venuti dall’estero, i cosiddetti foreign fighters, cominceranno ad affluire verso la Siria. Andranno a ingrossare i ranghi delle forze islamiste attive in Iraq. Abu alQaqaa è al cuore di questo traffico: gestisce gli arrivi e l’addestramento in territorio siriano, poi aiuta ad attraversare la frontiera irachena, porosa più che mai.

Intanto il regime di Damasco, ufficialmente inviso agli Stati Uniti, collabora invece attivamente con i servizi segreti americani. Il regime di Assad si offre di incarcerare e interrogare i sospettati di «terrorismo» catturati in America e nel resto del mondo. Un programma che diventerà noto con il nome di extraordinary renditions. In pratica: detenzione illegale e torture. Anche l’Italia farà la sua parte: il governo Berlusconi, nel febbraio 2003, aiuterà la Cia a far rapire da Milano l’imam della moschea di viale Jenner, Abu Omar. L’uomo sarà trasferito in Egitto, ma altri finiranno in mano ai boia siriani. Eppure il regime di Damasco, a Washington, è bollato come «canaglia». Assurdo? Nulla è impossibile nel mondo parallelo delle guerre segrete.

E così la rotta clandestina dei jihadisti, quella che fin dal 2003 gli americani chiamano la pipeline, comincia a funzionare a pieno regime. Siriani, tunisini, sauditi, yemeniti, afghani e ceceni vanno a combattere e spesso a morire sulle sabbie del deserto di al-Anbar, alle porte di Ramadi, Falluja e Abu Ghraib. Sono guerrieri spietati, aspirano al martirio. E trovano anche degli alleati.

Le tribù che vivono nella regione, di osservanza sunnita, non si sono mai piegate volentieri all’autorità di Baghdad, perfino all’epoca di Saddam Hussein. Schiacciate dal predominio numerico e politico degli sciiti, i sunniti iracheni ora si sentono ignorati e umiliati dai nuovi conquistatori americani. E prendono le armi contro le truppe statunitensi e il nuovo esercito iracheno, che considerano illegittimo. Da sempre vivono di traffici con la Siria (petrolio di contrabbando, sigarette, macchine rubate) e non hanno alcuno scrupolo a unirsi ai jihadisti, che fanno arrivare uomini, armi e perfino automobili cariche di esplosivo. L’alleanza risulta talmente efficace che gli americani perdono il controllo dell’Iraq occidentale, dove alQaida potrà farla da padrone fino alla fine del 2006.

Già nel 2005 l’America si rende conto che non potrà mai sconfiggere i ribelli sunniti sul terreno militare, così decide di comprarli. E forma, nella regione di al-Anbar, nuove milizie sunnite, «i figli dell’Iraq». Il loro compito è molto semplice: sbarazzare il Paese da al-Qaida e dai fanatici jihadisti venuti dalla Siria, che si sono attirati l’odio delle popolazioni civili locali. Il piano funziona a meraviglia. I «figli dell’Iraq» trionfano, a partire dal 2007. I jihadisti non sono più i benvenuti nell’Ovest dell’Iraq. Anche perché i più fanatici tra questi gruppi sunniti hanno cominciato a prendere di mira le popolazioni locali, soprattutto gli sciiti, che considerano apostati. Una strategia di violenza contro altri musulmani ispirata dall’uomo che ha preso la guida di Aqi: Abu Musab al-Zarqawi.

Al-Zarqawi è un giordano, uno dei promotori più violenti delle aggressioni contro gli sciiti. È lui il primo a fare delle decapitazioni un grande spettacolo mediatico, diffondendo video su internet. A sostenerlo c’è Abu Ayub alMasri: la sua specialità è il reclutamento di combattenti stranieri, che è in grado di spostare grazie ai canali aperti dallo sceicco Abu al-Qaqaa di Aleppo. Nel giugno del 2006 viene resa nota la morte di al-Zarqawi e al-Masri prende il suo posto alla testa di Aqi. Presiede alla creazione di una federazione di jihadisti che da allora si chiamerà Isi, Islamic State in Iraq. E a fianco di al-Masri appare la figura di Abu Omar al-Baghdadi, presentato come un federatore capace di raccogliere sotto l’insegna dell’Isi vari gruppi terroristici.

Nel frattempo, gli americani hanno richiamato all’ordine il governo siriano, intimandogli di controllare meglio le sue frontiere, e fermare il flusso dei jihadisti. Truppe statunitensi compiono inoltre raid segreti in territorio siriano per togliere di mezzo i capi terroristi. I siriani capiscono il messaggio e richiamano in patria i propri combattenti jihadisti, per i quali l’Iraq è ormai troppo pericoloso.

Nell’aprile 2010, il comando americano a Baghdad annuncia che un loro raid ha ucciso al-Masri e Abu Omar alBaghdadi nei pressi di Tikrit. E che sono caduti anche i tre quarti dei responsabili di al-Qaida in Iraq. L’organizzazione, decapitata, si può ormai considerare sconfitta. Le truppe statunitensi possono lasciare il Paese, certe di avere svolto il proprio dovere. Missione compiuta, tanto più che anche Osama bin Laden è stato finalmente localizzato e tolto di mezzo il 2 maggio 2011.

Peccato che già dal maggio 2010 abbia cominciato a circolare un nome che diventerà il simbolo della rinascita dell’idra terrorista. È quello del famigerato Abu Bakr al-Baghdadi, successore di alMasri e Abu Omar alBaghdadi, un nome che oggi è sulla bocca di tutti. È lui il nuovo capo dell’Isi, che di lì a poco si farà chiamare Isis, risorto dalle ceneri della guerra in Iraq per alimentare l’incendio della Siria.

Per i mercenari del jihad, infatti, le manifestazioni in Siria del marzo del 2011 sono un’occasione d’oro per tornare in azione. E la colgono in pieno.

Sotto le pressioni di Washington e la controffensiva delle milizie sunnite irachene, Damasco ha dovuto bloccare il traffico di jihadisti fin dal 2007. Ma che fare di questi combattenti costretti a rientrare con armi e bagagli dall’Iraq? Sono una presenza a dir poco ingombrante.

Per Damasco è sempre più difficile controllare quei fanatici bene addestrati, pronti a vendersi al miglior offerente. Gli episodi di turbolenza si vanno moltiplicando nel Paese. Nel settembre del 2008 il culmine: un’autobomba esplode nei pressi della moschea nonché mausoleo di Sayyida Zaynab, alla periferia della capitale. L’attentato, in uno dei luoghi di culto più sacri dell’islam sciita, farà una ventina di vittime. Lo Stato di polizia si scopre vulnerabile, preda dell’intrico di guerre segrete che dilaniano la regione.

Tra il 2008 e il 2009 lo scontro si fa ancora più violento. Centinaia di islamisti erano stati «liberati» dalla prigione di Sednaya, nei pressi di Damasco, per andare a combattere in Iraq contro gli americani. Al loro rientro sono stati nuovamente incarcerati a regime duro. Si sentono ingannati e non hanno più nulla da perdere. Nel luglio del 2008 si ribellano, disarmano o assassinano i secondini e assumono il controllo. Occorreranno sei mesi di assedio e una feroce incursione dell’esercito siriano per stroncare la rivolta. Il bilancio di morti e feriti non sarà mai reso noto, ma è ormai chiaro che la Siria ha creato un mostro. E il mostro è fuori controllo.

Nel 2011, mentre cominciano a soffiare con forza i venti delle primavere arabe, i servizi di sicurezza di Assad liberano alcuni capi islamisti detenuti a Sednaya. Pensano di servirsene per infiltrare e inquinare la rivolta popolare che sta contagiando anche la Siria. Ma è un ennesimo errore strategico, che farà sprofondare il Paese in un massacro generalizzato.

Mentre nell’ombra i protagonisti del grande gioco mediorientale si scambiano colpi a tradimento, sul piano ufficiale i rapporti tra Damasco e Washington si aggiustano. Dal febbraio del 2010, dopo cinque anni di as senza, per la prima volta c’è di nuovo un ambasciatore americano nella capitale siriana. Contemporaneamente il responsabile dei servizi segreti siriani, Ali Mamlouk, incontra quello del Dipartimento di Stato per la lotta al terrorismo, Daniel Benjamin. Si parla di distensione.

Il 20 gennaio 2009 a Washington si è insediato il nuovo presidente, Barack Obama, convinto che invadere e occupare militarmente un Paese arabo non sia il modo giusto per combattere il terrorismo. Obama è l’uomo dei droni e degli omicidi chirurgici, dei commando e delle unità speciali, e sotto la sua presidenza gli effettivi delle unità di élite raggiungeranno un totale di quasi settantamila tra uomini e donne. Soltanto nel 2015 interverranno in 135 Paesi. Per i cambi di regime, Obama predilige quello che gli analisti definiscono smart power, un misto ben dosato di forza e persuasione. Colpi di mano abbinati a rivoluzioni di palazzo, mascherate da cambiamenti programmati. O da sollevazioni popolari.

La rotta del disastro comincia nei primi mesi del 2011 in una città del Sud della Siria, Deraa, non lontano dal confine giordano. Deraa è una comunità agricola di simpatie conservatrici, afflitta da ripetute siccità e dalla disoccupazione. Un gruppo di bambini scarabocchia su un muro una scritta che intima ad Assad di andarsene. Imitano gesti che hanno visto in televisione e su YouTube, immagini venute da Paesi arabi di cui sanno poco o nulla. «Ben Ali, smamma!» e nel giro di qualche giorno il presidente tunisino fa le valigie. «Mubarak, smamma!» e in men che non si dica il rais egiziano è cacciato dalle stanze del potere. I bambini non sanno che, soprattutto in Siria, la realtà è un po’ più complessa. La storia non si scrive sui muri, né su Facebook. Si scrive con il sangue.

La Siria è una faccenda molto seria: è il fulcro dell’equilibrio in Medioriente, e fonte di attriti nei corridoi del potere americano. C’è chi la considera un interlocutore indispensabile per riuscire a pacificare quella parte di mondo, e chi, al contrario, è deciso a smantellare il Paese. Un nuovo Iraq.

Quando cominciano le sollevazioni del marzo 2011, le capitali occidentali sperano che Assad alzi bandiera bianca. Che come Ben Ali e Mubarak ceda all’intimidazione, allenti la presa sul potere, scelga l’esilio. Ma gli occidentali sono molto meno influenti in Siria che in Tunisia o in Egitto. L’esercito è corrotto, ovvio, ma l’infiltrazione da parte di potenze straniere è meno capillare che in altri Paesi arabi. Nell’estate di quell’anno, un gruppo di ufficiali siriani tenta di formare un esercito di liberazione clandestino, ma la cospirazione non decolla. Non si pensa nemmeno di replicare il modello libico: un intervento militare delle forze Nato è fuori discussione.

È chiaro a tutti che per scalzare il regime siriano non basterà qualche bombardamento. L’esercito di Damasco vive sul piede di guerra da decenni: conflitti e disfatte contro Israele, una guerra civile e un’occupazione ventennale in Libano, senza dimenticare gli attriti con i palestinesi di Yasser Arafat e con gli iracheni di Saddam Hussein. È un esercito male armato e demoralizzato, ma non sarebbe saggio sottovalutarlo.

Nel frattempo in Siria i jihadisti guadagnano terreno. È un’eccezionale occasione per riprendere le forze dopo le sconfitte subite in Iraq. Nell’agosto del 2011 viene creato un ramo siriano dell’Isi, con il nome di Fronte al-Nusra. Nel Sud, nel Nord e nell’Est del Paese intanto prendono vita centinaia di gruppuscoli armati. Alcuni vogliono davvero creare una società democratica in Siria. Altri si limitano a imbracciare le armi per difendere la loro comunità. Molti hanno un unico scopo: approfittare del caos per arricchirsi, combattendo per il miglior offerente.

Vari Paesi gettano benzina sul fuoco. Turchi, qatarioti e sauditi finanziano e armano diversi gruppi ribelli, con o senza l’esplicito consenso di Washington. Dopo l’estate del 2013 questo sostegno viene visto con sempre maggior preoccupazione dagli Stati Uniti. Che insieme a Gran Bretagna e Francia appoggiano i cosiddetti «ribelli moderati», senza sapere esattamente chi siano. L’opinione pubblica europea è inorridita di fronte alla distruzione sistematica della Siria, ma comprende ben poco.

Nel 2013 si scatena un contrasto sanguinoso tra le organizzazioni jihadiste della Siria e quelle dell’Iraq: al-Nusra e Isi. Vince l’Isi, che rivendica il controllo sull’intero territorio, e si cambia il nome in Stato islamico dell’Iraq e della Siria. È l’atto di nascita dell’Isis.

Una nuova sigla nell’universo del terrore, determinata a far impallidire al-Qaida. E che decide di allargarsi da Raqqa di nuovo in direzione dell’Iraq, prendendo Ramadi, Falluja e infine, nel mese di giugno, la grande città di Mosul. Colonne di Suv Toyota nuovi di zecca attraversano il deserto. Da un capo all’altro del mondo gruppi di fanatici radicalizzati agiscono in nome del nuovo Stato-canaglia, aumentando il terrore.

Nel giugno del 2014 al-Baghdadi annuncia la nascita del Califfato. Un grande territorio a cavallo tra la Siria e l’Iraq. Il Siraq. Su ciò che vi accade si racconta tutto e il contrario di tutto. Si parla dell’ordine che vi regna, ma anche delle peggiori atrocità commesse ai danni delle minoranze, dei cristiani, delle donne, degli yazidi.

Di fronte al bombardamento di notizie che arrivano dai fronti caldi del Medioriente, le emozioni che mi assalgono sono molte. Una è la frustrazione. Non posso lamentarmi del mio lavoro, appassionante e gratificante, ma certo non mi permette di lanciarmi in avventure per il mondo. Le mie radici di inviata di guerra cominciano a dolere. La tragedia in cui si dibattono quei Paesi lontani, che conosco e amo, mi chiama. E come Ulisse con le sirene, non posso rispondere.

Tutto ciò che posso fare è telefonare alla mia amica Angela Rodicio, una delle più stimate inviate di guerra della televisione spagnola Tve. Ci siamo trovate insieme su molti fronti caldi e ci vediamo spesso, a Roma o nella sua Madrid. So che sta facendo ricerche per il suo nuovo libro sull’Isis, e che ha viaggiato, tra i molti Paesi, in Iraq e in Kurdistan, al confine con il Califfato. Ha coperto anche il «fronte interno», indagando tra i giovani radicalizzati della Gran Bretagna multietnica.

È nella posizione ideale per dirmi come siano cambiati, dopo gli sconvolgimenti degli ultimi anni, i Paesi in cui abbiamo vissuto e lavorato assieme.

«È pazzesco vedere come la situazione sia tanto peggiorata per le minoranze ovunque, soprattutto dove è intervenuto l’Occidente» esordisce di slancio. Angela ha sempre un tono vivace, ma stavolta la sento particolarmente indignata. «Nel caso delle donne yazide che ho incontrato, per esempio, la comunità ha dovuto cambiare abitudini millenarie per riaccogliere quelle che sono state schiave dell’Isis. Sarebbero state condannate a non trovare mai più un marito, perché non erano più vergini».

Nei suoi incontri europei, quello che l’ha preoccupata di più è la totale incomunicabilità con i giovani radicalizzati. «Ci considerano bugiardi patologici» dice. «Non guardano le nostre tv, non ascoltano le nostre radio e non leggono i nostri giornali, sono totalmente impermeabili a qualsiasi informazione non provenga dalle loro fonti.» Quel che è peggio è che non ha parlato con reietti delle periferie. Ma con giovani istruiti, formati nelle nostre università.

Ciò che è certo è che l’Isis è diventato un marchio, un franchising. E che nel mondo malato della violenza è ormai funestamente di moda. I leader dell’organizzazione, nascosti in un sotterraneo a Raqqa o in comodi uffici climatizzati in giro per il mondo, producono immagini, filmati, scritti, «contenuti» per internet. Il loro messaggio parla di gloria nella lotta armata, di una società più giusta, di soluzioni semplici e scelte chiare. Un programma irresistibile. La serietà del progetto è garantita dal marchio «Doc»: l’islam, una religione che non ha paura di farsi valere in un universo senza Dio.

Nel caos di un mondo arabo in pieno naufragio e nelle incertezze di un Occidente in crisi, l’Isis rappresenta un’alternativa concreta. Ogni giorno centinaia di migliaia di persone cercano di entrare in contatto con quella realtà virtuale. Una specie di shopping nel supermercato del diavolo. La stampa riprende e amplifica gli episodi più ripugnanti, come le decapitazioni accuratamente inscenate e le esecuzioni pubbliche. Quelle immagini vengono chiamate «informazioni», anche quando non sappiamo se siano autentiche né da dove provengano.

La violenza e la propaganda chirurgica dell’Isis esercitano un fascino ipnotico sulla comunità musulmana europea. Giovani in cerca di una causa partono per la Siria decisi a combattere, sposarsi, partecipare. Sono una ristretta minoranza, ma le loro storie diventano leggenda. Anche perché vengono rovesciate senza alcuna precauzione su un’opinione pubblica che ormai ha paura di tutto.

Ma per parafrasare la domanda di Stalin a Yalta: quante divisioni ha l’Isis? A ben guardare, dal punto di vista strettamente militare è ben poca cosa. Nel dicembre 2015 il generale Didier Castres, uno dei pezzi da novanta dell’esercito francese, dichiara quanto segue di fronte alla Commissione per gli affari esteri della Difesa e delle forze armate del Senato: «In Siria e in Iraq, secondo le stime, le forze combattenti dell’Isis sono pari a circa trentamila unità, il 40 per cento delle quali costituito da combattenti stranieri».

L’Isis non ha, inoltre, un’aviazione: il dominio dei cieli è lasciato alle forze alleate occidentali. Secondo Alessandro Orsini, direttore del Centro per lo studio del terrorismo dell’Università di Roma Tor Vergata, «tra il settembre 2014 e il mese di dicembre 2015, la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha condotto circa novemila raid aerei contro le postazioni dell’Isis, secondo quanto riporta il sito del governo americano. Questo significa che l’Isis ha avuto novemila occasioni di abbattere un aereo americano, ma ne ha abbattuti zero. L’unico aereo colpito, quello del giordano Muath al-Kaseasbeh che fu bruciato vivo il 3 febbraio 2015, cadde per un guasto tecnico il 24 dicembre 2014».

Il vero potere di questa organizzazione terroristica è quello finanziario, conclude Orsini. E deriva da quattro fattori: le tasse imposte alla popolazione, il petrolio (il cui prezzo però è in calo), i rapimenti, e i «riscatti» chiesti alle minoranze religiose se vogliono aver salva la vita.

E dall’altra parte? È ancora Didier Castres a elencare le forze che tengono testa all’Isis: «Centoquarantamila curdi nel Nord dell’Iraq, settemila curdi siriani e centotrentamila membri delle forze di sicurezza irachene. In Siria, inoltre, opera una variegata costellazione di soggetti combattenti quantificabile in centomila elementi, ottantamila dei quali, secondo gli esperti francesi, appartengono a gruppi terroristici designati come tali dalle Nazioni Unite o a dei gruppi salafiti estremisti».

Il generale, però, alla fine della sua disamina gioca la carta della prudenza. E formula una domanda retorica, forse troppo: «Dobbiamo combattere con le truppe di terra? Possiamo permettercelo?». Risponde così: «È chiaro che per riprendere il controllo delle zone che attualmente si trovano nelle mani dei terroristi, i bombardamenti non basteranno. Allo stato attuale delle cose un’operazione di controinsurrezione esula dai mezzi dei Paesi arabi e dalle intenzioni dei Paesi occidentali».

La situazione del Califfato di alBaghdadi, invece, si deteriora senza il bisogno di un intervento di terra. Sotto i bombardamenti, prima americani e poi russi, l’Isis perde terreno in Siria e in Iraq. All’inizio di aprile 2016 i miliziani sono in difficoltà, e i capi eliminati uno dopo l’altro dalle operazioni speciali americane. Sembra quasi che il mostro che ha preso il posto di al-Qaida come nemico numero uno dell’Occidente sia sul punto di dissolversi. Per resuscitare altrove, forse, e tornare a seminare la paura.

A Damasco, Assad, che ha manipolato la furia dei jihadisti senza riuscire a controllarli, è in bilico su un cumulo di rovine. I suoi rivali nella regione hanno dovuto ridimensionare le proprie ambizioni di fronte all’alleanza di fatto tra Washington e Mosca. E l’equilibrio dipende ora da un attore che ha fatto un ritorno trionfale: l’Iran.

 

Estratto del libro “Prigionieri dell’Islam”, che racconta di come dalle ceneri di al-Qaida ha preso vita lo Stato Islamico

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