Io voto Sì, come al Senato

Referendum
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La politica tutta, a sinistra come a destra, ha la necessità di ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini

Il referendum costituzionale è destinato ad essere un momento di confronto forte e aspro. Non è quello di cui avremmo avuto bisogno. La politica tutta, a sinistra come a destra, ha la necessità di ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini. Le modifiche che aggiornano la seconda parte della Costituzione sarebbe stato opportuno che fondassero – trattandosi delle regole della Casa Comune – una tenuta unitaria tra le forze politiche, così da rendere le legittime differenze di valori e programmi un arricchimento del pluralismo, impedendo uno scadimento in contrapposizioni frontali.

Così purtroppo non è avvenuto ed ora, più che litigare sulle rispettive responsabilità, conviene operare per dare alla campagna referendaria i caratteri di un confronto il più costruttivo possibile, consapevoli che vi sarà un “dopo referendum”da gestire e che difficilmente – vinca il Sì oppure il No – il risultato sarà sorretto da un consenso schiacciante.

Come ho più volte detto, io voterò Sì. Lo faccio per una coerenza, che sento obbligata, con il voto in Parlamento. Quel voto sulla riforma costituzionale divenne positivo, dopo che non avevo votato il primo ddl, per quattro modifiche rilevanti che determinammo con l’impegno di tanti parlamentari: il cambiamento delle regole per l’elezione del presidente della Repubblica e di 5 giudici della Corte costituzionale, sottratti fuor da ogni dubbio al controllo “proprietario” delle maggioranze di governo; la scelta da parte dei cittadini – e non più la negoziazione nei Consigli regionali – dei consiglieri- senatori in concomitanza con le elezioni regionali; l’introduzione dei referendum propositivi e l’abbassamento del quorum per la validità di quello abrogativo.

Sarebbe cecità non vedere queste novità. Chi voterà Sì conosce il progetto: le competenze importanti del nuovo Senato, il superamento necessario del bicameralismo paritario. È giusto che solo la Camera dia la fiducia ai governi e che si riduca il numero complessivo dei parlamentari. Io avrei voluto una riduzione non solo dei senatori, ma anche dei deputati: in ogni caso è un primo passo.

Tra i sostenitori del No vi sono posizioni assai diverse: chi rifiuta l’attuale progetto; chi ritiene che non si debba cambiare niente della Costituzione; chi ne fa soltanto un’occasione di lotta al governo. Forza Italia, ad esempio, dopo aver votato il primo – e senza dubbio più arretrato – disegno di riforma costituzionale, così come l’Italicum vecchia versione, a seguito dell’elezione del presidente della Repubblica si è schierata contro tutto e tutti, “a prescindere”. In caso di vittoria dei No, è difficile in 12 mesi realizzare una riforma costituzionale che consenta di non vanificare anche questa legislatura e la credibilità della politica: questo traguardo diviene impossibile se il fronte del No è privo di un progetto condiviso, sul quale impegnarsi ora, pubblicamente.

Massimo D’Alema ha annunciato una proposta, per quanto limitata. Evitiamo per un attimo la polemica sul presunto “tradimento” dell’Ulivo. Non è così. Si può leggere il programma del 1996, oppure quello dell’Unione e la cosiddetta “Bozza Violante” approvata nel 2007. Né ha senso dire, contro la decisione della Corte Costituzionale, che questo Parlamento non è legittimato a fare riforme e poi indicarne alcune.

Ma stiamo al merito: ci viene indicata una proposta di superamento del bicameralismo paritario con fiducia attribuita alla sola Camera, riduzione del numero dei senatori e dei deputati, un comitato di conciliazione per il procedimento legislativo. Chi l’assume senza ambiguità? Sel, M5S, Lega Nord, Forza Italia, Fratelli d’Italia? Si esprimano con chiarezza i gruppi parlamentari. Questo potrebbe essere un “Pattoo” per il dopo referendum: nel caso di vittoria del Sì, impegno comune per realizzare rapidamente la legge elettorale per il nuovo Senato e per l’attuazione dei referendum.

Se vinceranno i No, decisioni convergenti e rapide per superare il bicameralismo paritario e ridurre il numero di deputati e senatori. Non è la via per rendere banale il referendum. Al contrario, è un percorso utile per non far scadere la politica a rissa tra fazioni, vanificando ancora una volta l’approdo delle riforme. Infine una parola sull’Italicum: ne vedo certo i difetti, tanto che in Parlamento non l’ho votato. Non condivido però la scelta di chi, parlamentare, a partire dalla legge elettorale, non vuole oggi esprimersi per il Sì: quando abbiamo votato la riforma l’Italicum era già stato approvato. In ogni caso si esprimerà la Corte costituzionale. Sarebbe saggio per il Pd affidare già ora ai suoi capigruppo un incarico ricognitivo per verificare la possibilità di un’intesa ampia su una legge elettorale che tenga meglio insieme rappresentanza e governabilità. L’importante è non far nascere un florilegio di proposte che si sommano e si annullano reciprocamente, ma dar vita ad una istruttoria politica vera e impegnativa.

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