Io e Armando chiamati insieme a Roma dal Pci

Dal giornale
Roma, 25 Luglio 1979 - Direzione PCI : Napolitano e Cossutta. ANSA ARCHIVIO 91480

Con Cossutta affrontammo prove complesse, dal ’68 all’autunno caldo. Non fu mai un massimalista

Fummo chiamati insieme a Roma, Armando Cossutta ed io, nella primavera del 1966, all’indomani del combattuto e difficile XI Congresso Nazionale del Pci per collaborare con Luigi Longo nei nuovi organismi dirigenti ed esecutivi istituiti al vertice del partito. Armando lasciò la guida della federazione di Milano, io quella della federazione di Napoli. E insieme affrontammo “dal centro” prove complesse come quelle, nel 1968, del movimento studentesco e dell’autunno caldo. Nell’agosto ci toccò gestire la drammatica vicenda del brutale intervento militare dell’Unione Sovietica a Praga, della repressione della svolta intrapresa in Cecoslovacchia da Dubcek e della liquidazione politica di quest’ultimo. Nella notte tra il 20 e il 21 seguimmo con crescente ansia, insieme con altri dirigenti del partito, le notizie che ci giungevano nell’imminenza dell’ingresso dei carri armati sovietici nel territorio cecoslovacco; al mattino dopo presentai ai membri della Direzione presenti a Roma la proposta di una dichiarazione politica che esprimeva pubblicamente – mai come prima dinanzi a posizioni e decisioni sovietiche – il «grave dissenso» del Pci. In quella decisiva vicenda Armando mi fu vicino e solidale con piena convinzione. Nel conseguente successivo approfondirsi, fino a un limite di rottura, del contrasto nelle relazioni tra Pci e partito sovietico, l’unità della Direzione attorno a Longo e poi a Berlinguer, divenutone vice-segretario, resse fermamente. Quell’unità resse egualmente sul piano della politica interna fino alla significativa e audace novità dell’esperienza del governo di solidarietà nazionale.

Di fronte, infine, al precipitare degli eventi che condusse alla caduta del muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, e cioè dunque nel maturare delle condizioni per la conclusione della lunga storia del Pci e per la nascita di una nuova formazione riformista, Armando non riuscì a superare i limiti del suo concepire il Pci come parte inscindibile del movimento comunista internazionale di fatto guidato dal Pcus.

Egli quindi non aderì alla «svolta della Bolognina» e alla fondazione del Partito democratico della sinistra. Si associò invece a quanti diedero vita a Rifondazione comunista; ma mai perdendo il rapporto con la storia comune di cui eravamo stati sia io che lui intensamente partecipi, e il rapporto umano con quanti avevano scelto la strada che egli non si sentì di condividere. Al di là di ogni polemica contingente, Armando in realtà non fu mai un massimalista né tantomeno un estremista. Rimase ancorato ad una visione togliattiana del partito della classe operaia come partito nazionale e di massa, pilastro della risorta democrazia italiana. In lui fu sempre fortissimo il richiamo alla esperienza della Resistenza (tenne all’occhiello, in ogni stagione della sua vita, il distintivo del Corpo volontari della libertà), come fonte dell’impegno nell’Assemblea Costituente e della elaborazione della Carta del 1948. E nel suo impegno di partecipazione alla vita pubblica e segnatamente, per 36 anni, all’attività parlamentare egli coltivò costantemente rapporti unitari con le altre forze democratiche di matrice antifascista. C’è stata a lungo semplice e affettuosa amicizia tra noi e le nostre famiglie. A Emilia, compagna della sua vita, fu legato da un rapporto di amore e di comprensiva bonarietà nella radicale diversità dei temperamenti. È stato sempre vicinissimo ai suoi figli Dario, Maura e Anna e orgoglioso del loro farsi strada nella vita. Ad essi va in questo doloroso momento il mio più caldo abbraccio.

Vedi anche

Altri articoli