Io, Dylan e l’amore dietro al mio furto

Musica
Italian singer-songwriter Francesco De Gregori performing during a concert at Cavea Auditorium Parco della Musica late in Rome, Italy 15 July 2015. The concert was part of his 'Vivavoce tour 2015'. 
ANSA/VINCENZO PAGLIARULO

De Gregori, l’incontro giovanile con il mito e il disco di oggi, “visualizzato” in un viaggio in macchina ascoltando Sweetheart like you. “Non tutto si può tradurre, trovatela voi una rima con Tangeri…”

Questo disco viene da lontano. Nei primi anni 80 parto per la montagna con i bambini e porto con me l’ultimo cd di Bob Dylan, Infidels. La seconda traccia è Sweetheart like you e la macchina si riempie di suono: riprovo la sensazione di parecchi anni prima quando ero rimasto così colpito da Desolation Row da passare interi pomeriggi, vocabolario alla mano, a cercare di capire il testo. Alla fine avevo tirato fuori una traduzione in italiano – una traduzione letterale, non da cantare – più che altro per capire di che si parlava, cosa c’era dietro a quella voce e a quella musica. E così ero entrato per la prima volta, attraverso una lingua che non era la mia, nel mondo poetico di un altro.

Adesso mentre prendo per Belluno e i miei figli canticchiano appresso a Bob, è passata una vita da allora, sono diventato anch’io uno che fa i dischi, l’inglese lo conosco un po’ meglio e le parole di questa nuova canzone mi sembrano bellissime. E penso che prima o poi dovrei farla in italiano, anche se a occhio non sarà una cosa facile. Una decina d’anni dopo invece traduco in modo da poterla cantare If you see her say hello. È una canzone d’amore, ha la durezza cristallina di certi sonetti di Shakespeare, il linguaggio è stradale ma taglia e graffia senza pietà. Lui va in giro per il mondo, ogni tanto sente parlare di lei che lo ha lasciato, magari adesso sta a Tangeri con chissà chi ma lui – che non smetterà mai di amarla – la rispetterà sempre, non la disturberà mai, non la cercherà più. E però…. “Se lei ripassasse da qua non è poi così difficile trovarmi, ditele che mi può cercare se ha un po’ di tempo”.

Beh, davanti a questo io mi metto in ginocchio, sento che mi riguarda. La traduco in un pomeriggio, la registro con una certa fatica (non è facile, l’arrangiamento di Dylan sembra nato quasi per caso, non è codificabile) e la infilo senza troppi clamori in una raccolta live. Il pezzo non spacca le classifiche, nessuno ci fa caso più di tanto. Solo che anni dopo Dylan la mette nella colonna sonora del suo film “Masked and Anonymous”, una delle tante cose apparentemente senza senso che Dylan ama fare ogni tanto, e finisce anche in un disco in mezzo a gente come i Los Lobos, Jerry Garcia, i Grateful Dead, lo stesso Dylan che canta Cold Iron Bounds, Dixie e Down in the Flood, gli Articolo 31 in una versione italiana di Like a Rolling Stone e un’incredibile band giapponese che fa una cover un po’ ridicola di My Back Pages. Quando mi chiamano dalla Sony per chiedermi l’autorizzazione prima penso che sia uno scherzo, poi naturalmente mi affretto a dire di sì. Arriviamo a oggi, a queste undici canzoni.

Tradurre una canzone vuol dire soprattutto non stravolgere il significato del testo, ovviamente, e anche lavorare sul suono delle singole parole e sulla metrica dei versi. Ma anche ammettendo la possibilità di soddisfare contemporaneamente tutte e tre queste condizioni avremmo fatto un lavoro inutile se alla fine non raggiungessimo ciò che in una parola definirei «cantabilità»: far suonare bene in italiano ciò che suonava bene in inglese. Questo è stato per me l’obiettivo da non perdere mai di vista. E sulla strada della cantabilità i paletti e i sacrifici sono molti, non tutti si possono evitare, qualcuno può essere fatale. Tradurre Tangeri con Tunisia non è solo un’imprecisione geografica, è anche un errore concettuale: Tangeri fa pensare a Paul Bowles, a fughe alternative, a una bella ragazza americana molto emancipata che va a prendersi un tè nel deserto con i suoi amanti, la Tunisia evoca – almeno fino a poco tempo fa – crociere di massa e vacanze low cost. Ma non tutto si può tradurre, trovatela voi una rima con Tangeri, se ci riuscite (in altre canzoni invece mi è toccato trasformare un magazzino di laterizi in un negozio di attacchi da sci e una casa con pavimenti ignifughi in un aereo privato, e altre cose del genere. Ma sono tradimenti minori, non alterano il senso complessivo dell’originale e non mi sento in colpa per questo).

Un’ultima cosa va detta: nel fare questo disco non mi sono mai posto troppe domande sui misteri e sui segreti disseminati nelle canzoni di Dylan, non sono andato in cerca di significati nascosti, mi sono tenuto volontariamente lontano da una fin troppo ricca esegetica dylaniana. Dylan ha una sua biografia, una conoscenza profonda della cultura popolare e dell’arte americana, i suoi riferimenti letterari sono sterminati, vanno dal folk al blues alla Bibbia: per cantare Dylan in italiano non mi è servito indagare su tutto questo. Sono state pubblicate svariate centinaia di libri su Bob Dylan ma a casa mia ce ne saranno al massimo una decina, e non credo nemmeno di averli letti tutti. C’è solo amore dunque dietro a questo furto, perché per amare veramente non bisogna chiedersi troppo e non serve sapere tutto.

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