Investire sulle start-up innovative. In Italia serve dinamismo

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Il nostro Paese deve puntare sulle start up innovative ma deve imparare ad investire sulle migliori idee

Sognare una Google italiana è possibile? Pensare che nel nostro Paese un giovane possa partire dalle campagne ed inventare un’ alibaba.com e così insensato? Sogni realizzabili grazie agli startuppers, una nuova generazione di makers, protagonisti di un settore che nel mondo domina in tutte le economie e nel quale l’intervento pubblico è stato l’innesco principale per attrarre investitori privati.

E allora cerchiamo di capire dove si può nascondere, ancora una volta, il ritardo di un comparto che sin dalle origini ha goduto di enorme forza evocativa e altrettanto consenso popolare.  La prima concreta iniziativa risale al 2004 è partita dal Ministero dell’Innovazione, allora retto dal Ministro Lucio Stanca: un bando high tech da 100 milioni di euro per dotare di risorse fondi di venture capital che avrebbero poi investito in start up del sud. Un fondo matching che ha consentito di raccogliere altri 100 milioni di euro da privati. Ma ci sono voluti altri due Ministri e una serie di ricorsi al TAR per assegnare le risorse. L’idea era eccellente ma il timing sbagliato. Al Sud mancavano le start up su cui investire.

Oggi però le cose sono sostanzialmente diverse. E ancora una volta grazie all’Europa. Negli ultimi tre anni è stata approvata una delle leggi più avanzate al mondo per le start up innovative e creato un quadro normativo completo e di vantaggio. Tramite la Cassa Depositi e Prestiti è stata promossa la costituzione di fondi di investimento con ingenti risorse pubbliche e private, attirando investitori professionali nazionali ed internazionali. Tramite Il Fondo europeo e il Fondo italiano si stanno allargando le fonti di finanziamento in capitale di rischio. Le Regioni stanno dando ampio credito alle start up con la programmazione dei fondi europei 2014-2020.

Lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, primo attore di questa rivoluzione, ha lanciato un bando da 200 milioni per l’avvio di start up innovative.

Dall’approvazione della legge sono nate oltre 3000 start up innovative e quasi 50 incubatori certificati con una raccolta di capitali di rischio a servizio del settore ben superiore a 300 milioni. Certo sono cifre ancora modeste rispetto a quelle messe in campo da altri Paesi, ma in tutte le Regioni si stanno cantierando bandi per il seed capital o per la creatività e la consapevolezza che il nostro Paese debba rapidamente recuperare sul piano della ricerca, dell’innovazione di processo per sostenere lo sviluppo è ormai un dogma difficilmente superabile.

Il punto però sta nel vizio italiano dell’uso delle risorse pubbliche che ancora una volta, salvo rare eccezione, vengono usate a pioggia nell’insuperabile metodo del bando a sportello. Regalare denaro sulla base di criteri predeterminati non è mai un percorso virtuoso, non lo è mai stato. I bandi sono assolutamente incapaci di selezionare i migliori. Siamo alle solite, le risorse ci sono ma vengono spese male. E qui non tanto e non solo a causa di una amministrazione inetta, bensi  per una legislazione amministrativa che non segue il dinamismo dell’impresa e non riesce a captare le esigenze di velocità e selezione che nel settore dell’innovazione tecnologica sono la base del successo.

Selettività, concentrazione e rapidità sono elementi imprescindibili per evitare il fallimento di un settore che potrebbe consentire ad una buona parte del Paese di ritrovare una propria missione e forse anche una nuova cultura di impresa. Altrimenti – ancora una volta – saranno altri paesi della nostra Europa a cogliere anche le nostre opportunità.

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