Investire sul futuro di Ama è una cosa di sinistra

Roma
Degrado in via del Mascherino nel quartiere Vaticano a Roma, 24 luglio 2015 alle ore 15.18. ANSA/CLAUDIO PERI

Chiunque non si ponga il problema dello sviluppo industriale di AMA vuole condannare l’azienda a restare per sempre una società di “addetti ecologici” a basso valore aggiunto, bassa produttività, scarsa attenzione alla qualità del servizio e all’utenza

Ama è la più grande monoutility italiana nel settore dei rifiuti, 8.000 dipendenti e 730 milioni di fatturato. L’Assemblea capitolina sta discutendo il nuovo affidamento del servizio e, se c’è una cosa da evitare, è una discussione tutta ideologica fra difensori dell’azienda così com’è, con il consueto armamentario di allarmismi contro la “privatizzazione”, e l’opposto estremismo dei liberalizzatori “tutto e subito”.

La Giunta ha avanzato una proposta molto equilibrata che tiene insieme tre obiettivi: lo sviluppo industriale del servizio con investimenti impiantistici di 600 milioni, anche per superare una storica arretratezza di Roma e della stessa Ama; un aumento di produttività che riduca i costi di circa 35 milioni entro il 2018, con corrispondente calo della Tari del 3,5 per cento; un deciso miglioramento della qualità del servizio di spazzamento e pulizia. Misurando quest’ultimo non solo in sede tecnica, ma anche facendo ricorso al giudizio dei cittadini, con indagini scientifiche di customer satisfaction su ampi campioni di popolazione.

Se questo miglioramento non si realizza, recita la proposta, venga aumentata allora la quota di spazzamento affidata a soggetti diversi da Ama. Non è un’eresia: oggi in tutte le grandi città del Nord spazzamento e pulizia sono esternalizzati per il 30 per cento, contro il 12 per cento a Roma. A Parigi la città è stata divisa in due, con due diversi soggetti che gestiscono il servizio. Esiste la garanzia occupazionale. Ma dobbiamo rafforzare la garanzia per i cittadini che il servizio sia svolto per migliorare la qualità della vita e del decoro urbano. E non è difficile sapere cosa oggi i cittadini romani, e non solo loro, pensino su questo tema.

Chiunque conosca Ama e la realtà romana sa che l’arretratezza tecnologica e industriale dell’azienda pubblica è un dato di fatto, a differenza di quanto accade in tutto il Nord, dove le imprese di pubblico servizio, siano esse monoutility o multiutility, hanno già da decenni acquisito know how, competenze, tecnologie. Per crescere sul piano industriale e fare gli investimenti impiantistici AMA ha bisogno di un partner. Verrà cercato sul mercato, con procedure trasparenti, ma già oggi si può prevedere che con grande probabilità sarà qualche grande azienda multiutility italiana, a sua volta a controllo pubblico.

Dove sta la “privatizzazione”? La verità è una sola: chiunque non si ponga il problema dello sviluppo industriale di AMA vuole condannare l’azienda a restare per sempre una società di “addetti ecologici” a basso valore aggiunto, bassa produttività, scarsa attenzione alla qualità del servizio e all’utenza. Chi invece, come la Giunta capitolina, investe sullo sviluppo industriale del ciclo integrato dei rifiuti vuole affrontare le sfide del futuro, determinando un profondo cambiamento di AMA, della sua struttura aziendale, del suo know how e delle sue pratiche organizzative. A me sembra che non ci siano dubbi: è questa la vera scelta di sinistra.

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