Internet il nostro motore a scoppio

Innovazione
Internet

Una rivoluzione superiore a quella dell’uomo sulla Luna: con il web è cambiato il rapporto tra radici culturali e movimento degli umani

Sono passati trent’anni dalla nascita di Internet. Sembra un secolo, difficile com’è ricordare il mondo prima che la grande rete tutto avvolgesse e unisse. Nella storia dell’umanità quella data ha un peso importante. Perché, se le guerre finiscono e i governi passano, le grandi rivoluzioni tecnologiche lasciano invece un segno per decenni o secoli, finché qualche altra scoperta non cambia di nuovo i paradigmi del mondo. L’arrivo di Internet è paragonabile all’invenzione del motore a scoppio e alla grande rivoluzione industriale che cambiò, alla fine dell’ottocento, il modo di produrre lavoro e ricchezza e fece nascere le città moderne rivoluzionando il rapporto tra radici culturali e movimento degli umani. Non ho dubbi nell’affermare che l’arrivo della grande rete è stato più capace di produrre sconvolgimenti sociali e antropologici della discesa dell’uomo sulla Luna. E’ stata la più importante mutazioni delle abitudini degli uomini che sia stata prodotta nel Novecento. La rete ha mutato il modo di sapere, di amare, di usare il tempo, di produrre, di distribuire, di comunicare. Ha reso il mondo intercomunicante , più piccolo e raggiungibile. Ha prodotto innovazioni non calcolabili al momento in cui nacque, la rete. I telefoni che sono capaci di farci essere sempre collegati e reperibili, il tempo di tutte le nostre relazioni che si è fatto diverso, restringendosi e dilatandosi secondo logiche non conosciute dall’umanità in tutta la sua storia. Una rivoluzione, una di quelle che segna uno spartiacque nella storia dell’uomo. Oggi fatichiamo a misurare la portata dei mutamenti nella coscienza umana che questa innovazione ha prodotto. E agli “apocalittici “ che guardavano impauriti il nuovo che squarciava il vecchio oggi si sono sostituiti i balbettii degli “integrati “incapaci di avvertire criticamente anche gli effetti morbosi, per usare una espressione gramsciana, di questa rapida e pervasiva trasformazione di ogni forma di relazione umana. E’ compatibile la concezione del tempo indotta dalle tecnologie con la processualità della democrazia? La dimensione e la rapidità del registrarsi e dell’esprimersi diretto dell’opinione pubblica, la cultura dell’immediato, è coniugabile con la delega che, di ogni democrazia, è cardine? La semplificazione del ragionare e la sua radicalizzazione conseguente non finiscono col demolire la categoria della complessità, necessaria per sfuggire alle suggestioni pericolose dell’emotività collettiva? Grandi interrogativi, anche politici. Politici perché antropologici. La politica e la stessa categoria di sinistra devono essere immerse coraggiosamente nel bagno di questa realtà tumultuosa per non finire con l’ essere conservate come un oggetti vintage o come una moneta fuori corso o , peggio, per non essere scolorite fino a confondersi in nuove distinzioni futili e incapaci di agire passione e ragione dell’umanità. Quelle passioni che trovano nella giornata di oggi, la festa del lavoro, il loro senso storico più profondo. L’Unità ripubblica oggi un dialogo che Gianni Riotta, allora corrispondente del Corriere della Sera dagli Usa ed io, allora direttore di questo giornale, avemmo nel lontano 1995. Non era per nulla diffuso il web e il collegamento avvenne attraverso i primi provider e in forma davvero artigianale. Ragionavamo, Gianni ed io, sul senso di quella rivoluzione di fronte alla quale tutti, allora, alzavano le spalle convinti che fosse una specie di videogioco, una roba per ragazzi. All’inizio di quell’anno L’Unità era stato il primo quotidiano nazionale italiano ad essere in rete. Eravamo e volevamo essere pionieri di quella modernità. Era una foresta vergine, allora. Ora è un bosco affollato di milioni di pagine. E , come in tutti i boschi, può capitare di incontrare Cappuccetto Rosso o il Lupo Cattivo. Tutto sta a non smettere di cercare gli strumenti per riconoscerli e distinguerli, l’uno dall’altro.

 

Era il 31 marzo. Veltroni a Roma e Riotta a New York dialogarono a distanza tramite Telnet. Venerdì 31 marzo, ore 16.30 ora italiana, 9.50 east time New York

Veltroni: «Che impressione ti fa parlarci così? Non è una telefonata, non è una lettera. È uno strano modo di comunicare. Più freddo o più caldo?».

Riotta: «Pensavo proprio a questo cominciando. Noi non ci saremmo mai scritti una lettera. Ci siamo sentiti per telefono, visti di persona o per interposti giornali. Ma la parola scritta è più pensata di quella orale. Quindi tornano gli epistolari, le comunicazioni lente. È la grande chance della rivoluzione come nel produrre merci. Pensa alle auto: spesso l’operaio riscopre oggi ruoli precedenti la catena di montaggio, il pezzo unico, il gruppo. Le tecnologie ci riportano al testo scritto. Un paradosso».

Veltroni: «Gianni, io cerco di dire e di farmi dire che queste tecnologie ci restituiranno qualcosa che abbiamo perduto e che non possiamo perdere. Penso alla capacità di tenere il filo delle relazioni umane, di ritrovare nel tempo persino la dolcezza di rapporti umani meno concitati. Tu ed io ci stiamo scrivendo, ma insieme viviamo l’emozione di un rapporto simile a quello che si vive lungo il filo di un telefono. È qualcosa di più non di meno».

Riotta: «Le tecnologie divideranno lal’ società in due. Migliorando la vita del 50%, nel senso che dici tu e con il rischio di peggiorare la vita dell’altra metà, esclusa dal sapere della comunicazione. Ho impressione che la destra vinca anche perché sembra puntare sulle opportunità della rivoluzione tecnologica, mentre la sinistra, per ragioni ovvie, sia più legata dalla paura che il nuovo produce. Che ne pensi?».

Veltroni: «La sinistra ha sempre temuto che l’innovazione mutasse il paradigma delle conquiste di equità e di civiltà raggiunte. Ma la sfida è proprio qui, l’unica sfida che rende bella la politica e utile il governo (o l’obiettivo del governo): cercare di costruire l’armonia tra il mondo che cambia e le tecnologie che avanzano con una più alta qualità della vita e della democrazia. Il paradosso, in Italia è che la destra, diversamente da Newt Gingrich [repubblicano, allora presidente della Camera Usa], ignora e non parla del nuovo. Noi gettiamo lo sguardo fin lì. Stefano Rodotà immagina i nuovi problemi di diritti della persona e la destra difende tutto l’esistente. Ma, detto questo, l’immagine è proprio quella che tu dici. Per questo io vorrei una sinistra che fosse capace di lanciarsi nel grande buio del futuro, portandosi dietro tutte le angosce e i dubbi, ma immaginando le politiche e le idee buone per rendere più giusta e umana e ricca la vita del Duemila».

Riotta: «Intanto, io credo che in Italia si stia commettendo un errore tradizionale (specie a sinistra): discutere della filosofia delle nuove tecnologie e non della realtà, della struttura. Noi siamo alla retroguardia in Europa, nelle scuole, tra i laureati in ingegneria, per l’attenzione che il sistema paese presta alla rivoluzione. Produrremo magari dei convegni, ma in Aisa e in America, come nel resto d’Europa, si avanza più velocemente. Un diplomatico italiano mi ha spiegato che la nostra esclusione dall’Europa dei passaporti uniti è solo una questione di computer. Ma i computer sono politica. Purtroppo, o per fortuna, non importa. È la realtà. Chi pensi che sarà capace di convincere l’opinione pubblica di questa necessità?».

Veltroni: «Hai ragione. In Italia si fanno convegni per spaccare il capello in quattro sui rischi racchiusi nello sviluppo e intanto si discute appassionatamente sulle bufale della “tv-verità” che racconta bugie. La politica insegue anacronisticamente modelli di riferimento – anche legislativo – che appartengono a un altro tempo. Il nostro paese è fermo all’età della stampa, nel tempo dei chip. Il paese non ha reti via cavo, non ha ancora definito l’assetto strutturale del sistema, non ha compreso che la nuova ricchezza e i nuovi lavori verranno da lì. Non ha capito che, in questa fine secolo, l’Italia gioca il suo destino: o resta agganciata all’Europa o precipita in un’altra dimensione. Ma per restare un attimo alla filosofia, io vorrei dire questo: quasi nulla di quello che vedo intorno a me mi piace. Non mi piace la volgarità che ci affoga, la leggerezza che fa volare via le buone ragioni, la perdita di senso e di valori. Non mi piace che la vita sia una corsa contro il tempo, vissuto come nemico, né che la scuola sia cosa vecchia e i mercati così chiusi. Io spero nelle tecnologie. Per riaprire opportunità economiche e imprenditoriali, ma anche per restituirci una qualità della vita che abbiamo perduto. Avremo più tempo, più opportunità di sapere e più occasioni di relazioni umane e intellettuali. Certo a condizione che questa stagione del nostro sviluppo venga guidata con questi obbiettivi. È questo il vero problema della politica e della sinistra pe la fine del Novecento».

Riotta: «Le tecnologie aiuteranno alcuni deboli e danneggeranno altri. Una mamma potrà lavorare da casa, ad esempio, gestire dalla cucina una agenzia di viaggio e tirare su i bambini. Uno studente lavoratore potrà studiare quando ha tempo e seguire dei corsi. Handicappati anche gravissimi potranno avere un lavoro e magari non di secondario valore. Sono gli esclusi dal sapere che rischiano. Ma l’unico modo di tutelarli e quindi di tutelare il paese è di allargare al massimo l’area del nuovo sapere così che gli esclusi restino minoranza. Ho l’impressione invece che la nostra stagione politica, chiunque vinca, lascerà il paese stremato. Chi vince governerà un paese arretrato senza agganci con l’Europa».

Veltroni: «Mentre scrivevi stavo pensando che questo modo di discutere impedisce le interruzioni. Io credo sia un bene. Ormai in tutti i dibattiti il moderatore dice in tv o in piazza “interrompetevi che fa spettacolo”, perché conta la forma non la sostanza delle cose che si dicono. Tutto è così una specie di conversazione continuamente interrotta e infatti non ci si capisce più, non ci si ascolta più, ognuno cerca certezze migliori da scagliare in una bella interruzione in faccia all’altro. Per l’altro tema, io credo che le nuove tecnologie pongano proprio il problema delle opportunità. In primo luogo la promozione del sapere: grande problema, forse il primo per tutte le politiche. D’altra parte, anche l’Italia degli anni Sessanta è cambiata così: una grande innovazione, la televisione e la scolarizzazione di massa. Insomma, comincia una nuova frontiera della lotta all’analfabetismo».

Riotta: «Le interruzioni. Quando è capitato a me fare da moderatore dicevo sempre “interrompetevi come fareste in una conversazione normale in treno o a casa”. Non ho mai avuto problemi perché fuori della tv è raro che la gente sia così cattiva. È il ring artificiale che provoca la rissa. Finta tanto che, come sai, spente le telecamere i rissosi vanno a cena sottobraccio. È come il catch popolare negli Usa: botte e urla finte. Posso provocare? Colpa dei giornali che hanno creduto che la tv fosse la lingua del domani e hanno interpellato personaggi tv su tutto, dal buddismo alla pena di morte. Ma anche colpa di chi ha creduto che elettori e telespettatori fossero fungibili. Oggi io preferisco dialogare con te al computer perché questa comunicazione è più lenta, ma forse meno banale. Forse, speriamo! Allora a lunedì alle vostre 18? Ok? Spero che il Parma vi raggiunga comunque…».

Veltroni: «Non sperare, siamo invincibili, almeno nel calcio. Mi piace molto questa conversazione. Purtroppo, ho un aereo e allora a lunedì». Lunedì. Roma ore 18 italiane, ore 11 east time, New York.

Veltroni: «Ciao Gianni, come hai visto il bianconero vince».

Riotta: «Giusto, prendo atto. Ravanelli è forte, ma l’anno venturo…».

Veltroni: «È quello che dice la sinistra da cinquant’anni».

Riotta: «Touché».

Veltroni: «Riprendiamo il tema di venerdì, le possibilità delle tecnologie. Io credo che le nuove tecnologie siano l’unica possibilità che abbiamo di far convivere l’innovazione con una vita migliore. So bene che la complessità rischia di tagliare fuori chi ha di meno e che le possibilità saranno all’inizio riservate a chi è più garantito. Però penso che un operaio non potrà, diversamente da un impiegato, lavorare in rete da casa, ma suo figlio potrà però attingere a tutte le informazioni, essere al centro del sapere, quello che in nessuna casa operaia è immaginabile che accada. Ben governate le tecnologie possono non solo migliorare la vita, ma portare pari opportunità. Non credi?».

Riotta: «Walter, io credo che debba essere la politica ad assegnare l’uguaglianza. Certo, tra la società agricola, l’industriale e la tecnologica (la “terza onda” dice Alvin Toffler), quest’ultima è più uguale. Il nemico è la burocrazia. Lo strato denso che si pone tra produzione e consumo e che si difende contro il nuovo».

Veltroni: «È vero, è questo il grande compito della politica. Ma sono state proprio le grandi rivoluzioni dei modi di produrre e di comunicare che hanno generato le grandi idee e persino le grandi utopie. Io credo che in un mondo così confuso, così attraversato da tensioni con la nascita dei fondamentalismi etnici o religiosi, con il riaffiorare delle tensioni (vedi Russia-Usa) che pensavamo tramontate, dobbiamo portare le idee e i programmi della politica dentro il grande buco nero dell’innovazione. Non sono un ottimista, anzi il mio è persino un atteggiamento colmo di inquietudine per il nostro futuro prossimo. Ma penso che da lì – starei per dire solo da lì – può nascere una nuova universalità».

Riotta: «Il New York Time ha chiesto ai suoi lettori una definizione per il nostro tempo. Molti hanno proposto “età dell’ansia”. Giusto. Perché non sappiamo. Il Novecento tra il 1914 e il 1945 ha ucciso in guerre di politica o ideologia un decimo dell’umanità. Ma il numero complessivo degli umani tra il 1900 e il 1950 è triplicato. Tra orrori l’umanità cresceva. Oggi l’ansia deriva dalla consapevolezza che questo “progresso” è finito. Quando il papa sfoga la sua stessa angoscia personale in un documento pubblico che cosa vuol dire? Che ciascuno di noi come individuo o come società ha paura, e giustamente, del nuovo. Mi sembra che davanti a ogni novità, le tecnologie per esempio, si può assumere un atteggiamento di paura oppure uno di speranza, di utilizzo delle opportunità. La sinistra fa prevalere, mi sembra, la paura, la destra la ricerca. Ma tutti sono divisi: per esempio la chiesa cattolica americana è in crescita e vede il cambiamento come un dono divino. Wojtyla ne è atterrito».

Veltroni: «La politica, noi, non abbiamo diritto ad avere paura del nuovo. È un atteggiamento buono per chi si sente un osservatore, solo un osservatore delle cose del mondo, ma, come diceva la decima glosse a Feuerbach del vecchio Marx, «a noi spetta trasformare». Dunque tutti dobbiamo sentire che comincia un nuovo viaggio, che il millennio che comincia muta tutti i paradigmi classici. Per questo viaggio bisognerà avere equipaggiamento leggero e fiato lungo e speranza in corpo. Mi colpisce leggere che in America le migliori teste della mia e della tua generazione (da Bill Gates a Steve Spielberg), si siano messe insieme, che abbiano fondato la “Dream works” e che passino le notti a giocare con la fantasia simulando tutte le possibili applicazioni delle tecnologie e il giorno a progettare idee e prodotti per queste nuove domande e possibilità. Io vivo qui, tra Berlusconi che considera una rapina l’antitrust, e convivo con una politica piccola e un po’ volgare. Non posso lamentarmene ma sogno una politica capace di farsi “Dream works” dell’innovazione e dei problemi e delle opportunità legate ad essa».

Riotta: «Berlusconi è stato un ottimo imprenditore della tv. L’antitrust però lo renderebbe migliore grazie alla concorrenza. Lui non lo sa, ma è così. Io credo però che la paura della concorrenza degli altri sia uguale in America e in Italia. Se gli elettori hanno tanta paura, cambiano soggetto a ogni voto, la ragione sta nelle chiacchiere che stiamo facendo. Noi non siamo più uomini e donne del Novecento e il futuro presente che sappiamo vivere sino a un certo punto ci impaurisce. Gli insulti del dibattito politico nascondono questa angoscia».

Veltroni: «Ti sembrerà paradossale ma io penso che mai come oggi la sinistra, quella liberale e moderna, abbia delle possibilità immense anche in Italia. La destra è vecchia culturalmente e intrisa di ideologismo, vive di paure e certezze proprie di un tempo finito. Però la sinistra stenta a far capire che il suo cuore e il suo cervello sono già avanti. Non sono di sinistra, o democratici, Delors e Gore che hanno immaginato le autostrade elettroniche, non sono progressisti i cervelli migliori delle industrie e della tecnologia? La sinistra ha grandi possibilità, ma grandi freni. Così, nel vecchio gioco, perderà. Deve dimostrare di aver capito il mutamento e di poterlo governare».

Riotta: «La verità, scusa il banale, è che destra e sinistra non sono più ragioni sociali. Se la destra rappresenta i ceti che si collegano al nuovo e la sinistra quelli che dal nuovo vengono esclusi, la sinistra perde, perché i numeri non ci sono. Se la sinistra fosse in grado di spiegare che da fuori non si governa il cambiamento e che non è più in grado di offrire garanzie, ma scommesse, allora rinascerebbe. Ha detto bene Ruffolo, la scelta è tra alti salari e posto sicuro per pochi o salari più bassi e mobilità per più gente. Il rischio vero: che il cambiamento sia gestito tutto dall’alto. Perdendo. Io temo che l’Italia finisca in serie non B ma C. E mi dispiace».

Veltroni: «C’è un paradosso che forse da lì appare meno chiaro. Schematizzo: se si votasse tra i colletti bianchi o tra le elite dei lettori dei giornali, io credo che la sinistra avrebbe la maggioranza, se si chiedesse ai ceti più collegati al nuovo se scelgono Prodi o Berlusconi io credo non avrebbero dubbi. La destra vince nelle ex borgate di Roma, nel sud disperato. Tra strati sociali di ex classe operaia che si sente abbandonata ed è disposta a credere alle promesse. La composizione sociale del voto di sinistra è radicalmente cambiata, è forte tra gli operai occupati, tra i pensionati, tra i ceti medi produttivi, tra coloro che decidono il voto anche in base a considerazioni etiche e morali. Ciò che manca è un discorso d’insieme, un progetto di società, non un’altra società. C’è un’altra cosa che vorrei discutere. C’è in tutto il mondo occidentale una crisi della politica. È in primo luogo crisi della capacità di governo delle società complesse, crisi di autorità e infine crisi di partecipazione. Forse questo secolo si conclude con la crisi della sua più grande e faticosa conquista, la democrazia. Non dobbiamo allora immaginare per il mondo del lavoro decentrato e del sapere diffuso, della burocrazia esplosa e della comunicazione orizzontale, nuove forme di partecipazione, di controllo, di democrazia?»

Riotta: «Nel nuovissimo libro di Hobsbawm L’età degli estremi (ancora da tradurre) c’è una bellissima analisi di come la classe operaia tedesca, la più rossa e colta d’Europa, accettò il nazismo quando Hitler offrì sicurezza economica. È difficile vendere le idee, ma dovrebbe essere meno difficile vendere sicurezza per il futuro. Quando la sinistra si presenta come elite perde e io direi giustamente. Perché sembra che si voglia dividere i posti tra i primi della classe. Tanto per non fare i nomi: io trovo non bello il balletto di chi gira attorno a Prodi cercando prebende, dopo aver visto le stesse facce attorno a Segni, Adornato, Occhetto, etc etc. Se diamo l’idea che cambia solo la lobby, allora si perde»

Veltroni: «La sinistra d’elite è quella che non capisce perché non vive i problemi reali. Quella che non sa che una donna vuole sapere se le restituiranno tempo di vita organizzando meglio gli orari dei nidi e degli uffici, quella che non sa che un operaio cassintegrato può, come racconta un bellissimo testo di Clara Sereni, continuare a uscire di casa tutti i giorni per fingere con sé e con gli altri che nulla è cambiato nella sua posizione sociale, quella che non si pone il problema dell’istruzione e dei suoi costi e finisce con l’accettare quella che don Milani chiamava «la scuola di classe due volte» e che esiste ancora. La sinistra d’elite si occupa di politica, cioè del gioco politico, cioè di qualcosa che non esiste più, per fortuna. La sinistra deve avere un discorso generale, deve indicare un cammino, deve accendere la fiducia che qualcosa cambierà. Altrimenti per conservare o regredire c’è già di meglio sul mercato: la destra. Per questo mi infastidisco quando la sinistra per legittimarsi si nasconde, si camuffa, si traveste come fosse il lupo cattivo di Cappuccetto rosso».

Riotta: «La sinistra italiana deve decidere tra Pasolini e don Milani. Pasolini era un grande poeta e un grande regista. Lui poteva rimpiangere il passato rurale, le lucciole, eccetera. Ma io mi ricordo bene la società agricola siciliana dell’interno degli anni Cinquanta. Lo scolo lungo la strada centrale, gli animali in casa: tanto che una baracca in Germania era una vita migliore! Don Milani scommette sulla scuola. Allora tanto per continuare in provocazioni: ogni anno gli studenti protestano per i privati nella scuola e il cuore di tanti palpita. La sinistra dovrebbe spiegare agli studenti che senza una collaborazione pubblico-privato, la risposta del mercato sarà scuole private ad alto potenziale per chi paga e niente per gli altri. E sarà terribile Walter, perché tra 20 anni l’analfabetismo tecnologico non sarà meno umiliante dell’analfabetismo classico di una generazione fa».

Veltroni: «Credo che stia per finire il tempo del collegamento. lo vorrei dire che spero che insieme, una nuova generazione di italiani, sappia cogliere questa grande possibilità. lo un po’ di Pasolini lo porterei con me. È vero che era meglio quando le lucciole si vedevano. Spero che il futuro ci restituisca il meglio del passato, la buona aria e il traffico ridotto, i tempi umani e le case non blindate, la voglia di parlare e quella di cercare. È l’unica ragione per la quale, oggi, vale la pena di “impegnarsi”. I nostri figli vivranno nel mondo che noi gli consegneremo. Ho paura che questo passaggio al futuro avvenga senza valori, come una grande gita scolastica verso il Duemila. lnternet è bello, ma può anche trasformarsi in un gigantesco e pericoloso gicattolone, se non ci sarà intelligenza collettiva, valori e coraggio per immaginare e costruire un mondo che valga la pena di essere frequentato. E, comunque, hai ragione: l’analfabetismo tecnologico è il primo nemico. Se è vero che dalle reti passerà la vita, essere tagliati fuori da lì è una ingiustizia e un pericolo. Ti ringrazio Gianni, è stata proprio una bella chiacchierata, a migliaia di çhilometri di distanza. Ciao».

Riotta: «Ciao e grazie. Non siamo troppo pessimisti. Del resto io da interista sono abituato a convivere con il caos».

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