Insulti a Benigni perché vota Sì. Se l’opposizione si fa regime

Referendum
RobertoBenigni

Riforme costituzionali, sempre più violenta l’intolleranza di chi vota No verso i favorevoli. Il trattamento riservato al comico toscano è esemplare del modo di pensare di Fo e soci

Siamo l’unico paese al mondo dove l’opposizione si è fatta regime. Chi è contro qualsiasi cosa, persona, pensiero o azione anche vagamente riconducibile a Matteo Renzi è un eroe della libertà, un combattente senza macchia mosso unicamente dall’amore per la verità. Chi è a favore, chiunque sia e qualsiasi posizione sostenga, è un venduto, un lecchino del potere, un voltagabbana animato dall’interesse personale.

L’intolleranza dei dissidenti verso i consenzienti – come in un regime alla rovescia – è ogni giorno più violenta, più rabbiosa, più volgare: liste di proscrizione, insulti personali, character assassination, e ogni volta, ossessiva, l’accusa di tornaconto personale. L’ultimo caso riguarda Roberto Benigni, colpevole di aver detto che voterà Sì al referendum di ottobre: contro di lui si sono avventati urlando i grillini e i leghisti, il Fatto e i cascami della sinistra che piace alla gente che piaceva, Brunetta e Dario Fo.

Se Benigni, dopo la Divina commedia, il Decalogo e la Costituzione, leggesse in tv l’elenco telefonico di Busto Arsizio, alcuni milioni di persone, dopo averlo seguito per tutta la serata con entusiasmo, allegria e commozione –i tre ingredienti fondamentali del benignismo – se ne andrebbero a letto con la convinzione che gli elenchi telefonici sono il più grande capolavoro sconosciuto della civiltà occidentale.

Questo è Benigni: un genio inarrivabile dell’interpretazione. E per interpretare (un testo, una partitura, un elenco telefonico) bisogna essere, simultaneamente, un raffinato intellettuale e uno straordinario performer, un corpo scatenato e una mente lucidissima: per questo sono davvero pochi quelli che ci riescono. Polemizzare con Benigni, dunque, è senz’altro lecito: ma dobbiamo sapere con chi abbiamo a che fare.

Benigni non ha bisogno di premi, né di soldi, né di promozioni: che Fo lo accusi di essersi messo «al servizio del potere», di aspettarsi una «contropartita» e addirittura di «essere sempre in tv» (prima della replica della Più bella del mondo era apparso l’ultima volta due anni fa, con I dieci comandamenti) non è soltanto una volgarità che connota chi la pronuncia, ma riassume alla perfezione il modo di pensare dei professionisti dell’opposizione di cui parlavamo prima: chi non la pensa come loro è un venduto.

Lo scorso 3 maggio Benigni aveva dichiarato un «orientamento» a favore del No al referendum, aggiungendo però di «non aver ancora un’opinione definitiva». L’indomani era diventato un eroe, e Sergio Staino, quando su queste colonne invitò il suo amico Roberto a riflettere, venne accusato di intollerabile stalinismo. L’altro giorno, intervistato da Ezio Mauro, Benigni ha corretto la sua posizione: «Ho dato una risposta frettolosa, dicendo che se c’è da difendere la Costituzione, col cuore mi viene da scegliere il No. Ma con la mente scelgo il Sì. E anche se capisco profondamente e rispetto le ragioni di coloro che scelgono il No, voterò Sì». L’argomento principale a favore della riforma è, grosso modo, lo stesso espresso da Massimo Cacciari in un’altra intervista a Mauro: finora di riforme si è soltanto parlato senza concludere nulla, ora finalmente sta succedendo qualcosa. Cacciari, che è più malizioso di Benigni, aveva aggiunto che chi in questi vent’anni non è stato capace di combinare nulla dovrebbe avere il buon gusto di tacere e votare Sì.

Dov ’è lo stupore, dov’è lo scandalo? O forse qualcuno crede davvero che Benigni sia passato dal «non so ancora» al Sì per poter incassare i diritti della replica dello spettacolo sulla Costituzione (che, sia detto per inciso, ne celebra la prima parte, quella sui principi fondamentali, che nessuno si è mai sognato di cambiare)? È la televisione che insegue Benigni, non il contrario: semplicemente perché Benigni fa ascolti (più di Dario Fo).

Se invece entriamo nel merito, se cioè discutiamo con Benigni di ciò che ha detto e non di ciò che secondo qualcuno avrebbe pensato, troviamo un intellettuale di sinistra coerente con la sua biografia politica, i valori, la tradizione che l’ha nutrito. Primo, perché questa riforma è in linea con tutti i tentativi (abortiti) degli ultimi decenni, sempre sostenuti e qualche volta promossi dalla sinistra.

Secondo, perché un vecchio comunista, un comunista per bene, disprezza il minoritarismo identitario dei rivoluzionari duri e puri perché più della purezza rivoluzionaria gli sta a cuore il bene del Paese, perché sa che la politica aiuta i più deboli mentre l’antipolitica riconsegna tutto il potere alle élites, perché si preoccupa dell’obiettivo e crede nella bontà del compromesso, e infine perché si pone sempre – sempre –il problema delle conseguenze.

La sinistra – lo abbiamo imparato nel vecchio Pci –non predica e non distrugge, ma si sporca le mani e costruisce con pazienza. E Benigni mi scuserà se, oltre a venduto, ha dovuto prendersi anche del vecchio comunista.

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