Insostenibili le tesi di D’Alema

Riforme
Un momento delle dichiarazioni di voto finali del disegno di legge sulle Riforme Costituzionali alla Camera dei Deputati, Roma, 12 Aprile 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Modifica costituzionale odierna peggiore di quella del 2006 di Berlusconi? Tesi insostenibile. Per almeno quattro ragioni

La tesi espressa ieri dal Presidente D’Alema che la riforma odierna sarebbe peggiore di quella del centrodestra di dieci anni prima appare insostenibile. Anzitutto lo è nel metodo: il centrodestra decise a priori che la riforma dovesse rispondere ad esigenze della sola maggioranza. La Lega aveva bisogno di dimostrare con la cosiddetta devolution che si andava in una direzione più “federale” rispetto al centrosinistra.

Le altre forze della maggioranza fecero rifluire questa parte in un disegno più complessivo che teneva conto dell’Udc (legge elettorale proporzionale), di Forza Italia (rafforzare Premier) e di Alleanza Nazionale (ricentralizzare alcune competenze). Quando si trovò la quadra era evidente che essa avrebbe retto solo senza accettare modifiche del centro sinistra. È invece noto a tutti come la riforma odierna sia nata (rielezione di Napolitano, commissione degli esperti del Governo Letta) e si sia sviluppata (prime letture parlamentari) come testo condiviso con Forza Italia che a un certo punto si è autoesclusa col motivo dichiarato dell’elezione di Mattarella e col motivo nascosto della propria crisi di consenso che riteneva così di poter invertire.

Ne fa fede l’ampia adesione di studiosi di centrodestra al Comitato del Sì. È quanto si è sforzato di ricordare in questi mesi con particolare autorevolezza il Presidente Napolitano. Il testo odierno nasce e si sviluppa come testo condiviso, anche se il voto finale non è stato condiviso. L’alternativa , quella di fermarsi, sarebbe stata un danno per il Paese e avrebbe sancito un inaccettabile potere di veto per ragioni estranee alla materia della riforma.

La tesi non è poi sostenibile nel merito per tre questioni di fondo su cui hanno ben lavorato i parlamentari, specie la relatrice Finocchiaro al S enato. La prima è il rapporto centro-periferia: il testo del Titolo V del centrodestra andava contemporaneamente in due direzioni opposte aumentando i conflitti.

Per un verso creava una cortina fumogena promettendo delle competenze legislative in più alle Regioni, ma per altro verso le riduceva. Si può condividere o no la riforma odierna, che però ha una direzione comunque chiara e non ambivalente. In continuità con la giurisprudenza della Corte essa riduce l’area delle competenze legislative e bilancia questa scelta con una composizione a dominante regionalista del Senato.

La seconda questione è la differenziazione delle funzioni tra le due Camere: la riforma del 2006 la costruiva a partire degli elenchi delle materie relative a Stato a Regioni cosicché la confusione che aumentava sul versante centro-periferia veniva anche importata all’interno del Parlamento con una sorta di effetto valanga.

Per di più si dava a un Senato sganciato dal rapporto di fiducia (e in cui quindi il Governo non poteva porre la fiducia) un abnorme potere di veto, sconosciuto nelle democrazie parlamentari, che avrebbe paralizzato il Governo su molti temi.

Viceversa il modello della riforma odierna è del tutto diverso: individua dei tipi di legge (non delle materie) puntualmente precisati all’inizio dell’articolo 70 su cui il bicameralismo resta paritario e per il resto fa correttamente prevalere la Camera, consentendo quindi un’applicazione coerente dell’indirizzo di maggioranza.

La terza questione è la forma di governo: la riforma del 2006 aveva abbinato un sistema elettorale a liste bloccate lunghe e a premio di maggioranza in un turno unico senza soglia ad un rapporto fiduciario ingessato alla Camera che consentiva cambiamenti solo a maggioranza invariata.

Quindi una qualsiasi crisi, voluta dal Presidente del Consiglio, che avrebbe potuto chiedere lo scioglimento, ma anche da un piccolo partito della maggioranza, sarebbe potenzialmente sfociata in elezioni. La dinamica tendeva alla paralisi dentro la maggioranza litigiosa. Qui invece l’unico intervento costituzionale è l’eliminazione del Senato dal rapporto fiduciario.

Si può discutere se sia troppo poco, ma non si può certo dire che sia una scelta identica o peggiore. Se poi D’Alema crede davvero alle motivazioni di presunta incostituzionalità dell’Italicum, peraltro già note e non particolarmente convincenti, dovrebbe essere favorevole al Sì giacché la riforma consente in tempi brevi proprio un controllo di costituzionalità su richiesta di minoranze parlamentari che nel 2006 non c’era.

Per inciso: parlare di una falange agli ordini del capo per una lista in cui almeno 240 deputati saranno eletti con le preferenze su 340 appare decisamente surreale sia rispetto agli antichi greci sia al partito unico di Francisco Franco.

D’Alema ha poi prudentemente evitato comparazioni col testo della Bicamerale da lui presieduta. Esso prevedeva al tempo stesso l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e la legittimazione diretta di un Premier con un premio di maggioranza con poteri reciprocamente incerti nonché una sorta di tricameralismo. Siccome non si riusciva a superare le resistenze a regionalizzare il Senato si era creata una mini terza Camera con rappresentati delle autonomie posta presso il Senato. Il paragone col testo odierno va a tutto vantaggio di quest’ultimo. E non di poco, diciamo.

 

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