Inflazione e deflazione: chi vince e chi perde

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Per distribuire la ricchezza bisogna prima produrla

Chi l’avrebbe detto che ci saremmo trovati a rimpiangere la cara vecchia inflazione? I prezzi che salgono e la moneta che perde progressivamente potere d’acquisto. Negli anni 70 l’Italia l’ha sperimentata a doppia cifra e in paesi come il Brasile ci sono stati lunghi periodo in cui i cartellini dei prezzi si adeguavano verso l’alto ogni giorno. Ragion per cui le banche centrali hanno nel loro statuto il controllo dell’inflazione, che non dovrebbe, secondo i manuali, superare il 2%.

Quel tanto che basta per spingere in avanti l’economia e convincere i consumatori a comprare oggi quel che domani costerà più caro. Keynes aveva ben fotografato il problema quando affermava: «Sia l’inflazione che la deflazione hanno prodotto danni. Entrambi i processi operano sulla distribuzione della ricchezza…E, sotto questo profilo, l’inflazione risulta peggiore. Entrambi i processi agiscono anche come accelerazione o rallentamento della produzione di ricchezza, ma in questo caso più dannosa è la deflazione».

Sembra una trappola. Se c’è troppa inflazione perdo potere d’acquisto, se non ce n’è l’economia rallenta e cresce la disoccupazione. Se cresce l’inflazione, si riduce il peso dei debiti, ma soffre il creditore. I pasti gratis non esistono. Intuitivamente il consumatore (e il debitore) fa fatica a capire perché un prezzo minore possa essere un danno e gode invece del fatto che molti beni costano sempre di meno.

Il paradiso nella testa di noi consumatori coinciderebbe con la gratuità di molte cose. Ma siccome siamo anche produttori di beni o di servizi ci piacerebbe anche vendere il nostro lavoro a prezzi sempre più alti. Rimane vera alla fine la vecchia storia per la quale per distribuire la ricchezza bisogna prima produrla. Viva quindi l’inflazione. Purché moderata.

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