Industria 4.0 per tornare a scommettere sul manifatturiero

Economia
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I dati economici hanno mostrato che anche nei più duri anni di recessione, l’unica voce che teneva era quella dovuta alle imprese esportatrici

A voler usare una vecchia espressione, si potrebbe dire che il piano Industria 4.0 apre una fase nuova del governo. Come più volte spiegato da Matteo Renzi, i primi due anni e mezzo sono stati concentrati su riforme, attese da molti anni, che servivano a mettere l’Italia allo stesso livello dei paesi che le avevano fatte dieci o venti anni prima: erano i compiti a casa arretrati.

Dal mercato del lavoro, alle riforme sulle banche, per arrivare a temi non direttamente economici (tutto in realtà ha anche effetti economici) come le unioni civili o gli interventi sul terzo settore: strumenti che in Italia erano talmente vecchi da risultare inservibili andavano aggiornati. Una volta completata in buona misura quella fase, e al netto di aggiustamenti che saranno necessari, ora è possibile concentrarsi direttamente sul futuro.

L’industria manifatturiera è uno dei tratti identitari dell’Italia. Non a caso la crisi di stagnazione economica degli scorsi vent’anni, culminata nella recessione appena passata, ha visto incrociare drammaticamente una contrazione della nostra base industriale, e una difficoltà della riconoscibilità della vocazione economica del Paese.

Questa difficoltà diventava palese anche nella auto-rappresentazione dell’Italia, che ad un certo punto è diventata incapace di raccontare le proprie eccellenze e i propri successi, rimanendo ostaggio del racconto dei propri guai che si tramutavano quindi in destino inevitabile. Nel momento in cui l’Italia vuole, al contrario, provare a giocare la sua partita nell’economia globale senza timori e con qualche orgoglio, non può che essere l’industria il fulcro su cui poggia la leva dello sviluppo. La ragione di questa centralità è tutto fuorché nostalgica: i dati economici hanno mostrato che anche nei più duri anni di recessione, l’unica voce che teneva su il Pil, o per meglio dire evitava un collasso ancora peggiore, era quella dovuta alle imprese esportatrici.

In sintesi: molte parti dell’industria italiana hanno avuto la capacità di rimanere competitive nonostante un quadro economico recessivo, nonostante una politica sostanzialmente immobile ai cambiamenti globali, nonostante la quantità di strumenti inservibili che non venivano aggiornati. Gli obiettivi e gli strumenti che sono stati presentati dal governo ieri suggeriscono due linee di pensiero che, prese assieme, rappresentano una novità nel panorama Europeo, e che sulla base del nuovo quadro del lavoro e della finanza, hanno l’ambizione di accompagnare una nuova fase di crescita economica

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