In risposta ai dieci parlamentari Pd schierati contro le riforme costituzionali

Community
referendum costituzione

Vorrei rispondere punto su punto al documento con cui 10 Parlamentari del Pd argomentano il proprio dissenso verso la riforma costituzionale

1- Le priorità in agenda. È nostra convinzione che le riforme costituzionali, pur necessarie, non rappresentino la priorità in agenda. Di più: che da gran tempo è invalsa l’abitudine – una sorta di alibi per la classe politica – di imputare alla Costituzione la responsabilità di insufficienze che semmai vanno intestate alla politica e all’amministrazione; nonché di spostare tutta l’attenzione dall’esigenza di dare attuazione a principi e diritti scolpiti nella Carta alla ingegneria costituzionale in una sorta di frenesia riformatrice;
Questa riforma, per i sottoscrittori, non sarebbe una priorità. Ricordo che di aggiornamento della seconda parte della Costituzione si discute dalla Commissione Bozzi, nel 1983. Davvero possiamo permetterci di rimandare la questione?
2- Legittimazione o, meglio, autorevolezza di questo parlamento. Conosciamo la sentenza n. 1 del 2014 che autorizza l’operatività del parlamento ancorché eletto con il Porcellum dichiarato incostituzionale dalla Consulta. Ma una cosa è la sua operatività ordinaria, altra cosa è la riscrittura di ben 47 articoli della Costituzione, un ridisegno della sua seconda parte (per altro già rinnovata in taluni suoi articoli), per il quale si richiederebbero ben altra autorevolezza e forse un più esplicito mandato da parte degli elettori. Abbiamo la memoria corta: dopo l’esito delle elezioni politiche del 2013, dalle quali non è sortita una maggioranza, era opinione unanime che si dovesse dare vita a un governo istituzionale che portasse entro un anno a nuove elezioni, non a governi o a una legislatura costituenti;
Si dice che l’attuale Parlamento non sarebbe legittimato a fare una riforma della Costituzione. Ma perché un Parlamento che vara leggi ed elegge il Presidente della Repubblica non potrebbe lavorare anche su una riforma su cui poi si esprimeranno i cittadini? O un Parlamento è legittimato a lavorare nel pieno delle sue funzioni, oppure deve andare a casa. “Tertium non datur”.
3- Metodo. È profilo cruciale. Le revisioni costituzionali sono materia parlamentare per eccellenza. Nel nostro caso, l’intero processo è stato ideato, gestito, votato dal governo, per altro facendo appello a motivazioni giuste ma francamente incongrue rispetto alla portata della riforma quali la riduzione dei costi. Un protagonismo esorbitante e improprio del governo, non privo di gravi conseguenze. Tra le quali quella di non giovare al fine di raccogliere una maggioranza larga, quale si conviene alla riscrittura della Legge fondamentale della Repubblica; quella inoltre di smentire il solenne impegno a non ripetere l’errore del passato di riforme varate da una stretta maggioranza di governo; quella infine di porre l’ennesimo, insidioso precedente foriero di altri futuri strappi da parte di maggioranze politiche contingenti, in un tempo che ci suggerisce di non escludere, per il futuro, governi dal segno illiberale. E ancora: quella di porre le premesse per un referendum costituzionale il cui oggetto slitta dal quesito di merito formale al quesito implicito sul sì o no al governo, dunque un plebiscito. Anche a motivo della non omogeneità dell’oggetto, come prescrive la giurisprudenza costituzionale e, prima ancora, l’art. 138 la cui “ratio” chiaramente sottintende revisioni mirate e puntuali; 
Si contesta il ruolo attivo avuto dal Governo. Da nessuna parte si vieta al Governo di esercitare un ruolo propulsivo per la realizzazione di una riforma costituzionale; poi è il Parlamento, ovviamente, che lavora al testo, come è stato fatto con le sei letture che questa riforma ha avuto tra Camera e Senato. Si sostiene che una riforma della Costituzione non dovrebbe essere sostenuta soltanto dalla maggioranza di Governo: e infatti è noto come alla riforma abbia contribuito Forza Italia, partito di opposizione, che ha votato la riforma in prima lettura al Senato.
4- Il merito. In estrema sintesi, la nostra opinione è che la riforma non riesca a perseguire gli obiettivi dichiarati: di semplificazione e di conferimento di efficienza e di efficacia al sistema istituzionale. Più specificamente, essa disegna un bicameralismo confuso – va da sé che siamo favorevoli al superamento del bicameralismo paritario – nel quale il Senato, privo per altro di adeguata autorevolezza e rappresentatività, rischia semmai di costituire un ulteriore ostacolo al processo decisionale (davvero si pensa che il problema sia quello di fare più celermente nuove leggi, anziché quello di farne meno e di scriverle meglio?); un procedimento legislativo farraginoso e foriero di conflitti; un Senato la cui estrazione locale mal si concilia con le rilevanti competenze europee e internazionali affidategli; una esorbitante ricentralizzazione nel rapporto Stato-regioni che revoca il principio/valore delle autonomie ex art. 5 della Carta (paradossalmente ignorando l’esigenza di ripensare le regioni ad autonomia speciale); una complessiva alterazione degli equilibri, delle garanzie e dei bilanciamenti di cui si nutre il costituzionalismo tutto a vantaggio del governo, un vantaggio ulteriormente avvalorato dall’Italicum; il conferimento ai futuri consiglieri regionali e sindaci senatori dell’istituto dell’immunità sino a oggi riservato ai soli rappresentanti della nazione in senso proprio;
Sul merito, si denuncia tra le altre cose l’alterazione degli organismi di garanzia, che però rimangono inalterati. Inoltre, il Presidente della Repubblica per essere eletto avrà bisogno di quorum più alto dell’attuale.
5- Elettività dei senatori. Nell’ultimo e decisivo passaggio della riforma al Senato la questione più dibattuta fu quella della sua elettività, motivata in ragione delle competenze ad esso assegnate – dalle leggi di revisione costituzionale alla materia comunitaria sino alla ratifica dei trattati internazionali – che palesemente presuppongono senatori eletti direttamente dai cittadini in quanto fonte della sovranità nazionale. Ne è sortita una elaborata mediazione sul testo che di fatto rinvia la questione a una legge elettorale (del Senato) ordinaria di attuazione. Sul punto, vi fu l’intesa di fare precedere il referendum costituzionale da un impegnativo atto politico se non dalla messa a punto di una bozza di tale legge attuativa, della quale non si ha più notizia. Rilasciando così nell’incertezza la cruciale questione della elettività dei senatori;
Si contesta la vaghezza sull’elettività dei Senatori. La riforma dice che attraverso una legge elettorale si permetterà ai cittadini di scegliere quali candidati in Consiglio regionale dovranno rappresentare il proprio territorio in Senato. La legge deve essere ancora scritta, ma il principio è chiaro e ci sarà tempo e modo di lavorarci.
6- Infine una ragione politica, che riguarda il PD e, più complessivamente, l’evoluzione del sistema politico. Non è un mistero che, anche a motivo della impropria drammatizzazione politica della questione, si attende il referendum come uno spartiacque. Al punto che vi è chi rappresenta il fronte del sì come il laboratorio di uno schieramento o addirittura di un partito che muova dal PD, ma che vada oltre il PD. Una sorta di partito unico di governo, posizionato al centro, che si concepisce come alternativo alla destra e alla sinistra. Una prospettiva, per noi, tre volte sbagliata: perché snatura il confronto referendario; perché allontana il sistema politico dalla fisiologia di una competizione tra centrodestra, centrosinistra e 5 Stelle; perché altera il profilo costitutivo del PD quale partito di centrosinistra, ancorché non presuntuosamente autosufficiente, nel solco dell’Ulivo. Quel profilo e quell’assetto che, alle recenti amministrative, nel quadro di una bruciante sconfitta, ha consentito al PD di vincere la partita a Milano.
Si paventa il fatto che dopo questo referendum avverrà una trasformazione genetica del Pd, ma non si capisce in che modo. Molti dei contenuti di questa riforma fanno parte dell’elaborazione della sinistra italiana (vedi programma dell’Ulivo del 1996), e poi stiamo parlando di un partito che negli ultimi tempi ha varato la legge contro il caporalato, la legge sul Dopo di noi, la prima misura strutturale di contrasto alla povertà, la legge sui diritti civili. Tutto in linea con i programmi del Centrosinistra degli ultimi anni.
Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli