In Iowa si giocano i destini del mondo

Usa2016
epa05134263 People applaud as they listen to Democratic presidential candidate Hillary Clinton (C) as she speaks at a campaign event at the Five Flags Center in Dubuque, Iowa, USA, 29 January 2016. The first in a series of intra-party contests to determine party nominees will be held in the central state of Iowa on 01 February.  EPA/TANNEN MAURY

Il mondo ha ragione di guardare con attenzione e ansia alla grande sfida che parte domani nel remoto Iowa. Ne va del futuro del mondo. Di questo mondo impaurito, fragile, confuso

Il mondo segue, stavolta con il fiato sospeso, la campagna elettorale americana. Sì, è sempre stato un grande spettacolo della democrazia, un’epifania affascinante della democrazia. Ma questa volta ha qualcosa in più, qualcosa di diverso. Il processo che porta al formarsi della leadership più importante del mondo avviene, da sempre, con la partecipazione attiva di milioni di persone. Ricordo quando parlai con Romano Prodi, ben prima dell’Ulivo, della magnifica sensazione di mobilitazione civile che avevo provato partecipando a New York alla Convenzione democratica che incoronò Bill Clinton. In quel Madison Square Garden io ascoltai uno dei più bei discorsi politici che abbia mai sentito. Fu quello che pronunciò Mario Cuomo, unendo la magnifica e visionaria retorica politica americana con la profondità della cultura europea.

Qualche anno dopo, nella convenzione che scelse John Kerry, un giovane senatore dell’Illinois, Barack Obama, tenne il suo key note address, un discorso meraviglioso che entusiasmò l’America liberal e che fu la base della sua nomination, quattro anni dopo. Nel 1992, al termine di quella kermesse politica che segnò, dopo le sconfitte di Mondale e Dukakis, il rilancio della centralità politica dei democratici, Bill Clinton e Al Gore partirono con dei pullman per conquistare il consenso dell’America profonda. Perché in quello sterminato paese, fatto di Hawaii ed Alaska, di Vermont e Alabama, di fusi orari distinti, di desolate province e di congestionate aree urbane contano, per il consenso, certo gli spot e le lobby ma conta il contatto diretto nei piccoli incontri con gli elettori di una zona rurale, conta la mobilitazione entusiasta di decine di migliaia di sostenitori che, in ogni angolo d’America, portano la voce, le idee e i programmi del candidato. Democrazia come partecipazione, come mobilitazione delle persone. La più moderna macchina elettorale del mondo ha bisogno degli esseri umani, non solo dell’advertising.

Oggi si guarda a quella competizione con paura, non con speranza. Anche questo è un segno dei tempi. Nel campo repubblicano sta accadendo quello che tutti gli analisti e gli osservatori giudicavano inimmaginabile: l’affermazione di Donald Trump. L’ascesa della candidatura di questo magnate settantenne è avvenuta attraverso la sollecitazione della rabbia dell’America profonda. Trump agita le paure, i risentimenti, le fobie politicamente scorrette di un tempo confuso ed emotivo come quello che viviamo. Gli islamici, l’Europa, gli immigrati, i gay, i giornalisti liberi, tutto viene evocato come un nemico da distruggere con la forza delle armi o dell’intolleranza. Al disagio di un paese smarrito Trump fornisce risposte demagogiche ed estreme. E più follie pronuncia e più piace. I suoi avversari interni balbettano, travolti da un capovolgimento di paradigmi e di ruoli. Così Trump appare il nuovo, il picconatore della sonnolenta Washington vista, come tutto il potere moderno, alla stregua di una fabbrica di se stessa: lenta, inutile, costosa. Gli americani sembrano cercare un martello pneumatico capace di smantellare l’esistente e non un architetto capace di costruire una nuova America.

L’economia statunitense ha rallentato e oggi cresce poco più dello 0,7 per cento e questo alimenta le ragioni di un disagio profondo dell’opinione pubblica. Quando coincidono crisi economica e perdita di autorità di politica e istituzioni possono sempre accadere le cose peggiori. Il Partito Repubblicano può trovarsi oggi nella condizione di conoscere il candidato più estremo e lontano dalla sua tradizione moderata di tutta la sua storia. Persino Ronald Reagan e Trump sono lontani anni luce l’uno dall’altro. Ma se, come avevamo previsto su queste colonne mesi orsono, anche Trump dovesse vincere la nomination, contro tutti i media e i blog e l’establishment politico e intellettuale (ormai assimilati al potere), potrebbe davvero prevalere nelle elezioni generali? Davvero si può immaginare che la valigia nucleare possa finire in quelle mani isteriche?

Qui si apre l’altro corno del problema primarie americane: l’indirizzo e le scelte degli elettori democratici. La vittoria alle primarie di Hillary Clinton, data per certa anzi per certissima dagli stessi osservatori che non davano un cent a Trump, è davvero così sicura? La verità, per certi versi incredibile, è che un altro settantenne, anzi settantacinquenne, come Bernie Sanders incalza da vicino la Clinton in Iowa e sembra surclassarla in New Hampshire. Sanders è un indipendente, non è iscritto al Partito Democratico e si definisce un socialista. Anche lui, da sinistra, cavalca, contro l’ex segretario di Stato, la ventata antipolitica e fa sue le ricette economiche no global. Può conquistare la nomination? Difficile a dirsi, oggi. Certo che la sua crescita impetuosa dovrebbe scuotere i guru della Clinton e i vertici democratici. Esiste la possibilità di una campagna elettorale in cui lo scontro sia tra Sanders e Trump? Che cioè l’America sia chiamata a scegliere due candidati collocati ai poli estremi dei loro schieramenti? Esiste, o almeno non è mai stata un’ipotesi tanto vicina come oggi. Tanto che un indipendente come Michael Bloomberg pensa di candidarsi per occupare il “centro” della politica americana. Si configura così il rischio che, estremizzandosi, i due partiti che hanno fatto la storia della democrazia americana si consumino pericolosamente.

C’è da augurarsi, vivamente, che non sia così. È un vecchio convincimento che le elezioni presidenziali negli Usa si vincono al centro. Su questa base i repubblicani, fin qui, non hanno ceduto alle sirene del Tea party. Ma quando, nella storia i due partiti hanno scelto alle estreme delle loro culture come nei casi di Barry Goldwater nel 1964 per la destra e George Mc Govern per la sinistra nel 1972, mai hanno raggiunto il 40% dei voti. Ma è ancora così la società americana? O, come tutto l’Occidente, è investita da un ciclone che cambia paradigmi fondamentali del rapporto tra cittadini e potere, tra individuo e “l’altro”, tra identità e diversità, tra precarietà e ruolo sociale? Che spinge a radicalizzare posizioni e proposte, linguaggi e culture politiche? Il mondo ha ragione di guardare con attenzione e ansia alla grande sfida che parte domani nel remoto Iowa. Ne va del futuro del mondo. Di questo mondo impaurito, fragile, confuso.

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